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Roberto Vecchioni: “Il popolo è diventato populista. Prende e arraffa quel che può”

Dietro il disincanto, c’è l’amarezza: “Anche il popolo è diventato populista. Non ha più afflati, né slanci d’idealismo. Ognuno pensa ai suoi interessi personali.
Prende e arraffa quel che può. E va dietro al primo che gli capita: imbonitori, cialtroni e uomini che spacciano fasullagini. Ho amato il popolo per moltissimo tempo. Ora non lo amo più come una volta”.

Roberto Vecchioni non parla “con piacere di politica”, però si appassiona quando considera ciò che c’è intorno: “Qualsiasi posizione tu prenda – dice all’Huffington Post – una parte la accoglierà come una disgrazia. Ti diranno che sei un venduto, un faccendiere, un interessato. E non ho nessunissima voglia di dire se voterò ‘sì’ oppure ‘no’ al referendum. Per me, è faticosissimo scegliere. Il cuore e l’anima sono per il ‘no’. Invece, l’intuito personale e la rabbia per alcune persone che sono contro mi spingono verso il ‘sì’. Lo vivo come un tormento. Ma non vedo gente lì fuori disposta a condividere la complessità della scelta”.
Cantautore, scrittore, padre: Vecchioni ha appena pubblicato per Einaudi “La vita che si ama. Storie di felicità”, una biografia narrata in brevi racconti e accompagnata da un disco di nove canzoni destinate ai figli, in cui si respira qualcosa di antico.

Lei scrive a mano, Vecchioni?
Sono dipendente dal rapporto tra la mano e il foglio. È fondamentale per me. Mi rifletto in quella scrittura che è solo mia, vi riconosco lo sforzo che ho fatto per cercare un aggettivo, il lavoro che c’è voluto per comporre una frase. Le brutte copie conservano tutto ciò che ho pensato, le indecisioni che mi hanno attraversato, i tagli che ho fatto e sofferto: per questo le conservo. Le belle copie, invece, le butto.

La felicità è nella bella o nella brutta copia?

È nella brutta. Credo che la definizione di felicità che diamo vada completamente ribaltata: in genere, la immaginiamo come un insieme di attimi di gioia, oppure la confondiamo con la serenità. Tuttavia, la felicità è la sensazione di essere nella vita, la convinzione di contare nel mondo e poter combattere.

Eppure, la letteratura spesso è più attratta dall’infelicità.

È difficile raccontare la felicità, almeno quanto è difficile narrare la vita, perché la felicità e la vita sono indistinguibili. Pensi al Paradiso di Dante: quanta felicità c’è là dentro? Il sublime dell’uomo, l’attimo in cui sente di essere vicino a Dio e che la sua vita ha un senso: è questa la felicità, il significare a se stessi che tutto quello che hai passato, anche se ti ha fatto male, ha una ragione d’essere.

Cosa si rimprovera della sua vita?
Molte volte quando sali su un palco fai scena. Mimi i sentimenti ma non li vivi. E quindi sono stato ipocrita, a volte. E anche un individualista spietato –quando mi sono innamorato troppo di me stesso e non sono stato ad ascoltare le ragioni degli altri. E quando ho insegnato ai miei figli a sognare, ma non a vivere.

Ha avuto un padre migliore?
Ho avuto un padre eccezionale. Per me, era un eroe mitico. Lo amavo perché era fuori dal mondo: un personaggio che non aveva niente a che fare con le miserie quotidiane. La sua vita è stata uno sfarfallio di piccolezze che comunemente catalogheremmo come cose inutili. Momenti di intensi piaceri e grandi egoismi. È lui che mi ha insegnato il sogno e il gioco.

Si sogna (e si gioca) meglio con delle regole chiare?
Il sogno non è mai a vanvera. Devi sognare quello che vuoi o puoi realizzare, altrimenti diventa un’utopia del cazzo. Tutta la mia vita è stata un tentativo di dare più realtà ai sogni di mio padre.

Nel suo libro c’è la musica, la famiglia, l’insegnamento: non la politica. La felicità non ha niente a che vedere con la sfera pubblica?
Gli uomini non saranno mai contenti politicamente. Non esiste una società in cui tutti i suoi membri siano felici: una parte di disadattati e scontenti rimarrà sempre. Pur sapendolo, la politica per me è stata una grande illusione e una grande delusione. Da qualche anno, mi ha proprio disgustato. Non ne parlo mai volentieri. Rimango un uomo di sinistra, ma non trovo concrete affermazioni di queste idee nella realtà.

Trova che la sinistra si sia allontanata dal “popolo”?.

È il popolo che è diventato populista. Non tutto il popolo, per fortuna. Ma, in gran parte, non riesco ad amarlo come lo amavo una volta. È un popolo senza idealismo, che è diventato una banderuola tremenda. Per qualche mese va dietro ad uno, poi va dietro a un altro. E non è solo colpa sua, certo: c’è la miseria, le difficoltà, il bisogno.

C’erano anche una volta, però.
Fino all’inizio degli anni settanta, il popolo aveva molte più ragioni per essere amato. Nutriva aspirazioni. Non faceva calcoli. Com’è oggi, non mi interessa più.

Cosa voterà al referendum?

Non voglio prendere posizione. Qualsiasi cosa dicessi, verrei insultato e additato. E nessuno avrebbe davvero voglia di ascoltare le mie ragioni, considerare la difficoltà che avverto. È una scelta difficile per me: ci sono impulsi che mi portano verso il no e altri che mi spingono verso il sì. Ma a pochi importa guardare le sfumature. I social network sono diventati un calderone di giudizi affrettati con i quali tutti sentenziano e mettono in discussione l’altro. Mai loro stessi.

Sorgente: Roberto Vecchioni: “Il popolo è diventato populista. Prende e arraffa quel che può”

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