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Prima e dopo Trump. Le parole della politica che offendono e le scelte che uccidono

I muri e barriere promessi da Donald Trump sul confine tra USA e Messico esistono già: li ha eretti il democratico Bill Clinton

In politica contano sia le parole che i fatti. Spesso si dà però più importanza ai pronunciamenti che non alle effettive e concrete decisioni, anche perché è ormai invalsa nei governanti la politica dell’annuncio e un sistema dell’informazione che a ciò si presta, fermandosi alla superficie.

Le parole spese da Donald Trump nell’accesa e recente competizione elettorale sono note.

Concetti e propositi tutto sommato prevedibili per un candidato repubblicano, sostenuto anche da forze esplicitamente razziste, pur se espressi in un modo rude e aggressivo, a rafforzare ulteriormente la violenza dei contenuti. Basti citare un solo esempio: promettendo di espellerne milioni e di costruire un muro sul confine messicano per impedire l’arrivo di altri, Trump è arrivato a definire gli immigrati «serpenti velenosi». Tanto da riscuotere le censure di un altro Capo di Stato, papa Francesco, che ha invece esortato i vescovi americani a costruire ponti e a predicare la cultura dell’incontro.

Meno noti sono i fatti (forse perché meno recenti, il che nell’epoca senza memoria dell’informazione usa e getta, equivale spesso alla non sussistenza). Che in questo caso riguardano Bill Clinton e i Democratici. E qui forse la prevedibilità, o almeno la coerenza, sono stati decisamente minori.

Mentre giustamente le parole di Trump hanno provocato reazioni e critiche, i fatti precedenti poco vengono ricordati e conosciuti. Vale a dire che i circa 3200 chilometri della frontiera tra Stati Uniti e Messico vedono già ora muri, reti, recinzioni elettrificate, palizzate con filo spinato, barriere fisiche ed elettroniche per un terzo della lunghezza. Ed è stato proprio il democratico Clinton a volere il rafforzamento delle strutture di contenimento dei migranti di modo che questi si trovino di fronte all’alternativa di provare a superare le barriere presidiate, venendo spesso arrestati, oppure di tentare la sorte nei tratti di confine senza recinzioni, che sono però quelli desertici e dunque ancor più pericolosi.

Il risultato è stato che dal 2001 sono oltre 2500 i migranti trovati senza vita lungo questo percorso. Una cifra già di per sé drammatica che, secondo le organizzazioni umanitarie, bisogna triplicare per avvicinarsi ai numeri reali. Il che ricorda e testimonia che neppure l’alta probabilità di perdere la vita è in grado di fermare il flusso del bisogno e della speranza. Che è in crescita, come di nuovo mostrano i numeri: nel 2016 la polizia americana ha catturato circa 600 mila persone nel tentativo di ingresso illegale lungo il confine meridionale; quasi un quarto in più rispetto all’anno precedente.

L’Europa non è certo seconda agli States dal punto di vista delle drammatiche cifre e neppure nell’uso di parole violente, nelle scelte di respingimento e nella costruzione di muri, con in prima fila l’Ungheria di Viktor Orban, che non a caso ha prontamente simpatizzato con Trump.

Al 13 novembre sono 341.055 i migranti e rifugiati entrati via mare in Europa dall’inizio del 2016 (170.553 in Grecia e 164.868 in Italia). Le vittime sono state almeno 4271, 749 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, nonostante gli arrivi siano invece drasticamente diminuiti di 387.871 unità.

Un più che dimezzamento che non è però dovuto al venire meno delle ragioni che spingono al viaggio, anzi accresciute dato l’incrudelirsi ulteriore delle guerre in corso in Siria e nel Medio Oriente, causa principale dei flussi. Ciò che ha consentito di ridurre gli arrivi di profughi attraverso il Mediterraneo è stata la scelta cinica e complice dell’Europa di “esternalizzare” le proprie frontiere, appaltando alla Turchia del dittatore Erdogan il compito di bloccare il flusso dei disperati. Dietro lauto compenso economico e con il silenzio omertoso sulle quotidiane ed enormi violazioni dei diritti umani in corso in quel Paese: basti pensare agli oltre 30 mila arresti dal luglio scorso, alla chiusura di 200 media e l’imprigionamento di centinaia di giornalisti, alla persecuzione della popolazione curda, con l’arresto di 6 mila membri e di 12 deputati del Partito Democratico dei Popoli (HDP), uno dei partiti maggiori rappresentati in Parlamento: un fatto che non ha precedenti nella storia recente a livello mondiale e che non ha suscitato reazioni significative nel consesso internazionale.

Se questo è il quadro, non ci si può esimere dal porre una domanda: è affermabile una responsabilità e una conseguenza tra parole e fatti? E ancora di più: è sostenibile una responsabilità e conseguenza tra scelte politiche e loro esiti, diretti o indiretti?

Se la risposta è affermativa, come dovrebbe, occorre dire che le scelte operate in materia di muri e di contenimento dei flussi migratori negli Stati Uniti e in Europa sono state e sono scelte disumane e omicide.

In un mondo dove democrazia e diritti umani non fossero solo slogan, sempre più svuotati di significato ed effetti, tali scelte dovrebbero essere giudicate dalla Corte penale internazionale. Se non fosse che anche questa è espressione della legge del più forte, anziché di quella di una piena e vera giustizia sovranazionale.

 

Sorgente: Prima e dopo Trump. Le parole della politica che offendono e le scelte che uccidono – Micciacorta

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