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Parla Al-Naimi, re del petrolio per 20 anni: «Ecco perché ho puntato sul crollo del barile»

Sono da pochi minuti seduta a pranzo con Ali al-Naimi e già viaggiamo a migliaia di chilometri di distanza, in un’altra era. Attraversiamo i deserti sabbiosi dell’Arabia Saudita orientale sul cammello bianco di sua madre. Faceva parte della dote per il suo secondo matrimonio e negli anni 50 con esso lei si avventurava spesso in lunghi giri, proprio come oggi fanno tante donne beduine alla guida di camion e automobili lungo le piste del deserto. Nelle parti più remote del regno, infatti, è difficile imporre il divieto di guida che vige per tutte le donne in Arabia Saudita, uno degli aspetti della vita locale che indigna maggiormente. Naimi, il leggendario ex ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, scoppia a ridere: «Un tempo si potevano vedere le donne cavalcare i cammelli, mentre oggi guidano Toyota a bordo delle quali viaggiano cammelli».

IL GRANDE CROLLO DEL PETROLIO
Dollari al barile

Ci troviamo a Londra da «George», un’elegante brasserie e club privato nel cuore di Mayfair. Siamo seduti a un piccolo tavolo collocato proprio sotto una stampa di David Hockney. Il minuto Naimi ha 81 anni e indossa un completo con tanto di gilè, probabilmente un po’ troppo formale per questo locale chic moderno. Per vent’anni, in qualità di responsabile della politica del paese esportatore di petrolio più importante del mondo, Naimi ha cavalcato i mercati energetici alla stregua di un gigante. E non ha mai amato i giornalisti che, nel corso degli anni, lo hanno cercato e incalzato senza tregua. Ai summit dell’Opec, il cartello dei paesi esportatori di petrolio, solo i più determinati provavano ad accompagnarsi a lui nelle sue corse all’alba, nel tentativo di carpire alcune delle sue criptiche parole, di capire di che umore fosse e perfino di studiare il suo linguaggio corporeo per intuire in quale direzione sarebbero andati i prezzi del petrolio. Con loro Naimi talvolta era divertente, in altri momenti irascibile. Adesso, a distanza di sei mesi dal suo pensionamento, è di umore allegro. Ed è impaziente di raccontare.

“La grande scommessa del novembre 2014: con i prezzi del petrolio in caduta libera, Naimi convinse i reale sauditi a giocare d’azzardo per proteggere le loro quote di mercato”

Naimi ha appena pubblicato le sue memorie in un libro intitolato «Out of the desert» e quindi spesso e istintivamente i suoi pensieri scivolano verso i racconti della sua infanzia, quando cresceva in una tenda di nomadi. Naturalmente, io non vedo l’ora di sapere da lui qualcosa sulla più grossa scommessa della sua lunga carriera: nel novembre 2014, con i prezzi del petrolio in caduta libera, Naimi convinse infatti la famiglia reale regnante a giocare d’azzardo. Da decenni il ruolo del regno era sempre stato quello di ago della bilancia, pronto ad aumentare o ridurre la produzione di petrolio per bilanciarne il prezzo. In quell’occasione, l’Arabia Saudita ha invece abbandonato quella politica e, prendendo in contropiede i mercati globali, ha deciso di non diminuire la sua produzione per alzare i prezzi, bensì di continuare a estrarre petrolio per proteggere la sua quota di mercato.

Le conseguenze di quella scommessa si ripercuotono ancora oggi sull’economia globale. Dopo essere rimasto pressoché fermo intorno ai 100 dollari a barile per circa quattro anni, il prezzo del petrolio è precipitato, scendendo sotto i 30 dollari all’inizio di quest’anno e intraprendendo infine la risalita per assestarsi intorno ai 50.

Come antipasto, ordiniamo entrambi sashimi coda gialla. Per portata principale Naimi ordina sogliola di Dover, mentre io scelgo merluzzo con miso. Quando ci servono, Naimi è entusiasta alla vista dei broccolini, l’ibrido giapponese. Li assaggia e fa cenno che sono buoni. Mi racconta che ha assaggiato per la prima volta queste segaligne verdure in viaggio in Australia. Naimi è un viaggiatore. Laureato in geologia, adora le escursioni e qualche volta indulge in esse in momenti particolari. È rimasta famosa per esempio la sua scomparsa nel periodo immediatamente antecedente al summit dell’Opec del 2014 che mandò nel panico i mercati. «In verità, adoro scalare e me ne andai in Austria» dice. Come se quella fosse una escursione tra tante.

“Sarebbe stato stupido da parte dell’Arabia accettare una riduzione in quel momento – dice Naimi -. Sui mercati sarebbe arrivato petrolio prodotto da paesi extra Opec”

Mentre mangiamo, Naimi spiega la logica che lo ha portato alla sua decisione epocale. Il periodo in cui il petrolio si era venduto a più di 100 dollari al barile aveva radicalmente cambiato il mercato, incoraggiando nuovi produttori con costi maggiori a entrare a farne parte, e alimentando la rivoluzione del catrame di scisto negli Stati Uniti. Quando il petrolio ha sommerso il mercato, i paesi fuori dall’Opec si sono rifiutati di tagliare la loro produzione. E anche dentro all’Opec si sono registrate alcune resistenze.


Il ministro saudita Zaki Yamani a Tokio il 2 febbraio 1974. (AFP PHOTO)

L’Arabia Saudita in ogni caso non avrebbe agito da sola. «Sarebbe stato stupido da parte dell’Arabia Saudita accettare di procedere a una riduzione in quel momento – dice Naimi -. Sui mercati sarebbe arrivato altro petrolio prodotto da paesi fuori dell’Opec. Non avevamo alternative». In ogni caso, dopo la decisione del 2014, quando i paesi produttori hanno iniziato a estrarre maggiori quantitativi di petrolio, i prezzi hanno continuato a precipitare, ancor più di quanto i sauditi si fossero aspettati. Quel crollo ha colpito duramente le entrate dei sauditi, e ha contratto notevolmente il budget dello stato. Nel suo paese Naimi è stato fortemente criticato. All’estero molti si sono chiesti se la sua scommessa non avrebbe avuto duri contraccolpi.

In modo alquanto interessante, le memorie di Naimi terminano poco dopo quel decisivo meeting dell’Opec di due anni fa. Quando gliene chiedo il motivo, ammicca e sorride. Dice, quasi scherzando, che ha intenzione di scrivere un altro libro e che ha molte altre cose da raccontare, su molta gente e vari avvenimenti. Più seriamente aggiunge, poi, di aver sempre saputo «che le cose si sarebbero messe male”.

Naimi è assillato da un periodo nella storia del petrolio saudita che egli descrive nel suo libro come l’errore costato il posto a uno dei suoi predecessori nella carica di ministro del petrolio, Zaki Yamani. Accadde negli anni 80, nel bel mezzo di un aumento della produzione di petrolio da parte di paesi non appartenenti all’Opec, dal North Slope in Alaska al Mare del Nord e al Messico. Fu allora che l’Arabia Saudita divenne l’ago della bilancia: quando cercò di recuperare la sua posizione sul mercato, i prezzi del petrolio precipitarono.

“Le previsioni di Riyad, secondo cui prezzi più bassi avrebbero inflitto danni più duraturi allo shale oil degli Stati Uniti, si stanno nel frattempo rivelando sbagliate ”

Naimi apprese bene la lezione e al momento giusto ha adottato una tattica diversa, ma ancora c’è chi si chiede se la sua scommessa non passerà anch’essa alla Storia come un errore di calcolo. Dopo tutto, Khalid al-Falih, il suo successore, potrebbe accingersi ad abrogarla. Nel frattempo, le previsioni di Riyad, secondo cui prezzi più bassi infliggeranno danni più duraturi all’industria del petrolio da scisto degli Stati Uniti, hanno sottovalutato la resilienza di questo settore: alcuni piccoli produttori sono falliti, ma quando i prezzi poco alla volta negli ultimi mesi sono risaliti, altri si sono affermati e hanno superato il peggio.

Naimi è noto per essere una persona risoluta e ostinata e di sicuro non mi farà vedere di sé altro. Non ha esitazione alcuna quando dichiara di aver preso una decisione «assolutamente giusta». «Non ho mai pensato o detto che avevamo l’intenzione di mettere fuori gioco i paesi produttori di petrolio da scisto. Ho detto soltanto che non volevamo perdere altre quote di mercato. E volevamo lasciare che fosse il mercato a decidere il prezzo del petrolio» dice. «Chiunque pensa di poter influenzare, singolarmente o come paese, il prezzo del mercato globale odierno è del tutto fuori di testa». Ritornare sulla politica che suggerì di adottare all’epoca al sovrano saudita sarebbe sconsigliabile, insiste: «Non ho idea e non capisco perché vogliano ripensarci, perché un prezzo più alto di sicuro porterà più greggio sul mercato e l’Opec ne perderà qualche altra fetta in più».

Ha appoggiato coltello e forchetta sul bordo del piatto. La cameriera ci guarda preoccupata. Non c’è niente che non vada nella sogliola, la rassicura Naimi con gentilezza. «Sono un pescatore e so riconoscere il pesce buono. E questo è buono». Poi si rivolge a me e, tornando al passato, dice che la prima volta che ha assaggiato pesce è stato dopo essersi sposato. Sua moglie è originaria del Bahrain, il gruppo di isolette a est dell’Arabia Saudita il cui nome in arabo significa “i due mari”.

“Nato nel 1935, Naimi ha vissuto l’infanzia da nomade dormendo in una misera tenda nel deserto. Da bambino pascolò le pecore, a 12 anni fece il fattorino per Aramco”

La straordinaria storia personale di Naimi incarna fino in fondo l’ascesa dell’Arabia Saudita a potenza industriale della regione. Nato nel 1935, tre anni dopo la fondazione dello stato moderno, ha trascorso la prima infanzia vivendo da nomade in povertà e dormendo in una misera tenda nel deserto. Da bambino pascolò le pecore, a dodici anni fece il fattorino in ufficio per Aramco, una società petrolifera di proprietà allora di alcune compagnie americane. Poté ottenere quel posto soltanto in seguito a una tragedia famigliare: suo fratello maggiore, infatti, vi lavorava e morì di polmonite. Poco alla volta Aramco è diventata la sua casa e la sua famiglia, e da essa è stato mandato in Libano per cominciare sul serio gli studi, che ha potuto poi proseguire nelle università statunitensi. Ancora oggi parla con accento americano. Poco alla volta ha poi fatto carriera nella gerarchia di Aramco fino a diventarne il direttore esecutivo.

Quando nel 1995 è stato nominato ministro del petrolio e ha saputo imporre la sua autorità all’Opec, il mondo si è accorto di lui. Per vent’anni è stato la forza dominante nei summit. I mercati mondiali pendevano dalle sue labbra e reagivano a ogni sua parola. Ha visto il petrolio scendere fino a 16 dollari al barile e superare poi i 100. Ha vissuto crisi finanziarie globali, guerre e terremoti politici in Medio Oriente.

Più volte durante il nostro pranzo mi accorgo di una sua vaga insoddisfazione nei confronti dell’Opec. Mi racconta un episodio risalente al suo primo meeting del 1995, che avrebbe dovuto iniziare alle 10. «Cinque minuti prima delle dieci, ero già nell’edificio. Ho aspettato, aspettato e aspettato. Finalmente, alle 11 si è fatto vedere qualcuno. Dieci minuti prima di mezzogiorno, hanno iniziato ad arrivare i ministri e ci siamo riuniti in sessione. Ho alzato la mano e ho detto loro: “Se volete che ci troviamo alle 12, per favore ditemelo”. Da allora in poi tutti hanno iniziato a essere puntuali e a rispettare gli appuntamenti fissati. Oltre a ciò, però, dice che alcuni ministri dell’Opec si presentavano alle assemblee senza essersi preparati: «Non si erano informati, non erano pronti, non avevano personale o si erano portati dietro degli incompetenti».

“La svolta nella monarchia saudita: Naimi ha lasciato il mondo del petrolio senza sapere se la sua scommessa per proteggere le quote di mercato sia valsa la pena o meno ”

Anche se nel suo libro Naimi riserva le critiche più aspre alla Russia, che non è membro dell’Opec e che accusa di non aver rispettato l’impegno preso di ridurre la produzione del petrolio durante la crisi finanziaria, mi racconta che anche alcuni membri dell’Opec mentono. Lancio l’ipotesi che forse, tenuto conto dell’esperienza degli ultimi due anni, l’Opec non serve più alle finalità per le quali era stata creata. «Assolutamente no, mai – dice -. Non esiste nessun’altra organizzazione che si occupi di questo settore. Prima del 2014 aveva successo, ma nel 2014 tutti hanno trovato qualche scusa da accampare».


Il re saudita Salman bin Abdulaziz. (REUTERS/Faisal Al Nasser)

La carriera di Naimi si è conclusa nel maggio scorso, quando ha ricevuto una telefonata da Salman bin Abdulaziz, salito al trono della monarchia assoluta l’anno scorso. Una settimana dopo, è stato annunciato il suo pensionamento, sul quale i mercati facevano congetture ormai da anni, e di fatto su un lungo capitolo della storia del petrolio è calato il sipario. Anche se il suo pensionamento è arrivato a più di dieci anni di distanza da quando lui stesso vi aveva accennato, il tempismo è stato alquanto bizzarro. Naimi ha lasciato il mondo del petrolio pensando di avere ancora qualcosa in sospeso, e tuttora non sa se la sua scommessa per proteggere le quote di mercato dell’Arabia Saudita sia valsa la pena o meno.

Non stupisce sapere che Naimi crede con tutto sé stesso nella sopravvivenza a lungo termine dei combustibili fossili e sostiene che la tecnologia troverà sicuramente le modalità atte a ridurre le emissioni di gas serra, mentre pensa che le energie rinnovabili siano ancora troppo costose per i paesi in via di sviluppo. I sauditi l’anno scorso hanno firmato gli accordi di Parigi sul cambiamento del clima, con i quali hanno sottoscritto l’impegno a cercare di ridurre il riscaldamento globale, ma nello stesso tempo sono stati accusati durante le trattative di aver cercato di farle fallire.

“Prendiamocela con le emissioni, non con i combustibili fossili, destinati a lunga vita. La tecnologia troverà sicuramente le modalità per ridurre i gas serra”

«Prendiamocela con le emissioni, non con i combustibili fossili. Abbiamo le giuste conoscenze, abbiamo la tecnologia, possiamo dunque gestire le emissioni» dice Naimi. Poi racconta, come già gli è capitato più volte di fare, di quella volta che a una conferenza piena zeppa di gente che chiedeva la fine dell’era dei combustibili fossili ha «alzato la mano e ho detto: “Signori, penso di aver capito. Volete che torni nel mio paese e chiuda tutti i nostri giacimenti” – ripete faceto -. Ci fu una sollevazione generale: “No, no, no!”».


La base di Saudi Aramco nel campo Shaybah nell’Arabia Saudita nei pressi degli Emirati Arabi Uniti. (AFP PHOTO / IAN TIMBERLAKE)

Raccomando a Naimi, qualora fosse in vena di dessert, di provare il pudding con salsa al caramello. Io ordino frutta di stagione. Mentre prendiamo il caffè, chiacchieriamo del futuro dell’Arabia Saudita. Da quando è salito al potere Re Salman, suo figlio Mohammed bin Salman, principe di 31 anni e secondo in linea di successione alla corona, ha ricevuto l’incarico di occuparsi dell’economia e ha formato un gabinetto più giovane con un’agenda radicale.

Con l’ascesa di MBS, le iniziali con le quali è noto il principe negli ambienti internazionali, la sostituzione dell’ottuagenario Naimi è sembrata soltanto questione di tempo. A quel punto, infatti, è stato escluso dalla cerchia degli intimi al potere, e non è più stato l’unico a parlare di politica petrolifera. Prima di un meeting tra paesi produttori tenutosi a Doha in aprile, MBS e Naimi sono parsi in aperta contraddizione, e ciò ha confuso i mercati petroliferi. Naimi nega che ci siano conflittualità tra loro e sostiene che le dichiarazioni sono state mal interpretate.

MBS ha promesso di porre fine a quella che egli chiama la «dipendenza da petrolio». L’Aramco saudita sta lavorando per essere quotata in Borsa, svolta che sotto il potere del re Abdullah, il sovrano scomparso col quale egli ha lavorato più da vicino, sarebbe stata tabù. I sussidi energetici sono stati drasticamente tagliati, e così pure i benefit per i dipendenti statali. Chiedo a Naimi se questo sforzo di diversificazione sarà più credibile dei tentativi di ristrutturazione precedenti, per lo più falliti, nel corso dell’ultimo ventennio. Lui risponde: «Guardi il prezzo del petrolio». Quando i prezzi sono bassi, l’Arabia Saudita agisce e quando risalgono essa si “rilassa”. Questa volta le cose sono più gravi, tuttavia. «La cosa migliore è smettere di parlare e agire – prosegue Naimi -. Credo che ormai siamo a questo punto. E stiamo iniziando ad agire».

“Naimi crede che il contratto tra monarchia ed establishment religioso si stia sgretolando. Le norme sociali potrebbero allentarsi, a partire dal ruolo delle donne”

Sono trascorse due ore da quando ha avuto inizio il nostro pranzo e rieccoci laddove avevamo iniziato, a parlare delle donne saudite e del divieto di guidare. Un regno che promuove l’Islam wahhabita puritano, e i cui religiosi esercitano un’influenza preponderante, potrà mai modernizzarsi? Lascerà mai che le donne prosperino? Permetterà loro di guidare? Naimi mi riporta ancora una volta indietro nel tempo e nella Storia, alla rivoluzione iraniana del 1979.


(AFP PHOTO/MARWAN NAAMANI)

La reazione dell’Arabia Saudita alla caduta dello scià fu di «diventare più santi di loro». Crede che il contratto tra la monarchia e l’establishment religioso, che ha consegnato ai religiosi l’autorità di imporre norme sociali, si stia sgretolando. Oltretutto, i principi più anziani, che ostacolavano in particolar modo le donne che volevano poter guidare, negli ultimi anni sono venuti tutti a mancare. Naimi ha cinque nipoti e possiedono tutte patenti di guida prese all’estero, non in Arabia Saudita. «Sono un nonno liberale. Dico a tutte loro di non sposarsi finché non saranno laureate. Il mondo sta cambiando. Dobbiamo cambiare anche noi con esso».

Roula Khalaf è la vice-direttrice di FT – Traduzione di Anna Bissanti

Copyright The Financial Times Limited 2016

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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