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Napoli, messaggi di morte dipinti sulle mura di una basilica del centro – Corriere.it

San Paolo Maggiore, una delle chiese più belle nel quartiere dei Tribunali, imbrattata
da una banda per sfidare i rivali. Il numero «17» e il ricordo di Emanuele Sibillo,
baby boss ucciso 2 anni fa con la scritta minatoria: «Sentenza per sempre»

di Amalia De Simone

La camorra imbratta con messaggi di morte le mura di cinta di una delle più belle basiliche di Napoli, quella di San Paolo Maggiore in Piazza San Gaetano. I clan scelgono lo stesso palcoscenico che pochi mesi fa fu di Dolce e Gabbana per la sfilata che fece il giro del mondo per sfidare le bande rivali. Di fronte c’è la via dei pastori, San Gregorio Armeno, gremita di turisti estasiati per la bellezza del centro storico. Tutti si fermano a guardare quello scempio, anche perché sulla parete appena ristrutturata della chiesa, le scritte si notano ancora di più. Tre frasi: il numero 17, il nome del boss Emanuele Sibillo, le lettere F.S. che stanno per famiglia Sibillo e il messaggio vero e proprio, l’impronta di una mano con la scritta «sentenza per sempre». Il riferimento è alla banda rivale dei cosiddetti «capelloni», i Buonerba che recentemente hanno subito una sentenza di condanna per alcuni suoi affiliati (tre ergastoli e due condanne a trent’anni di reclusione).

Sentenza

Il giorno della sentenza in via Oronzio Costa, denominata la strada della morte, e roccaforte dei «capelloni», furono esplosi fuochi d’artificio per oltre quaranta minuti in segno di sfida. In quella strada morì a diciannove anni proprio Emanuele Sibillo leader carismatico di questa banda di ragazzini che si impone nel centro antico di Napoli e che oggi lo idolatra con scritte e tatuaggi con le sue iniziali e il numero 17. Questa cifra è quella scelta dal clan per scimmiottare il «13» che simboleggia l’appartenenza alla gang latinoamericana Mara Salvatrucha, o il «18» di un altro gruppo, il Barrio 18, la banda transnazionale di strada nota anche come l’esercito dei bambini. Guarda caso, il gruppo di cui Sibillo era il leader indiscusso era chiamato «la paranza dei bambini». Un clan che pure è stato decimato e i cui capi hanno subito condanne pesanti proprio poche settimane fa. Gli artigiani del centro storico conoscono quei messaggi che imbrattano la chiesa di San Paolo e tutti dicono che le scritte le hanno fatte dei ragazzini. «Sono messaggi inquietanti di bande che si vogliono affrontare. – spiega Raffaele Scuotto del laboratorio d’arte “la Scarabattola” ormai famoso in tutto il mondo – Noi abbiamo laboratori, atelier e la galleria proprio a pochi passi dalla basilica e stamattina abbiamo aperto con questa brutta sorpresa. Sono bande di ragazzini quasi tutti minorenni. Purtroppo il fenomeno non si debella solo con gli arresti. La scuola, le occasioni di lavoro e di cultura devono diventare fruibili e necessarie per questi ragazzi che non possono essere fagocitati dai clan»

L’occasione del 17

Sibillo un’occasione l’aveva avuta: aveva scontato alcuni anni di detenzione in una struttura la comunità «Ponte di Nisida», che gli consentiva di studiare e lui si dedicava ad un progetto in cui imparava a fare il giornalista. «Emanuele era arrivato in comunità da ragazzino per scontare una pena per un reato che la dice lunga sulla sua storia criminale: detenzione di armi – spiega Serena Capozzi che lavora da anni per il Quadrifoglio, una cooperativa sociale che tra le altre cose si occupa anche di progetti educativi per i minori detenuti. – Era intelligente, scaltro, rispettoso. A volte fin troppo, perché voleva che filasse tutto liscio e non ci fossero intoppi nel suo percorso. Aveva avuto la possibilità di non scontare la detenzione in carcere ma in un luogo in cui non c’erano guardie, né sbarre e voleva sfruttare questa occasione fino in fondo«. La comunità poi fu chiusa e Sibillo a fine pena, nel lasciare la struttura, disse a Serena una frase che divenne un presagio: «Chi è nato sotto una stella non può morire sotto un’altra».

Sorgente: Napoli, messaggi di morte dipinti sulle mura di una basilica del centro – Corriere.it

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