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Davide Bellegra – Ieri e ricorso l’anniversario dei fatti del Politecnico, in Grecia

foto di Davide Bellegra.

ieri e ricorso l’anniversario dei fatti del Politecnico. Sono passati 43 anni da quando migliaia di giovani, studenti e lavoratori con grandi manifestazioni di piazza ad Atene contestarono e sfidarono apertamente il regime della giunta militare che governava il paese dal 1967. I manifestanti erano soprattutto giovani, lavoratori e studenti universitari. Le manifestazioni iniziarono il 14 novembre 1973 e si conclusero il 17 novembre, represse nel sangue dalle forze dell’ordine.
Il 14 novembre gli studenti del politecnico di Atene decisero di proclamare uno sciopero. Occuparono la facoltà e improvvisarono una stazione radiofonica, utilizzando l’attrezzatura dell’ateneo. Il messaggio trasmesso per ore in tutta la capitale diceva: “Qui il Politecnico! Popolo greco, il Politecnico è la bandiera della vostra sofferenza e della nostra sofferenza contro la dittatura e per la democrazia”. In breve tempo migliaia di persone si radunarono attorno al Politecnico. Dopo tre giorni, il 17 novembre, la giunta inviò un carro armato, che aprì le porte del Politecnico schiantandole e passandoci sopra alle tre di notte. Il governo proclamò la legge marziale e il coprifuoco, spense l’illuminazione in tutta la città e i militari fecero irruzione nel Politecnico. Seguì una notte di scontri e violenze, dentro e fuori i locali universitari.
Il documentario di un giornalista olandese, al seguito degli studenti, raccontò quei giorni drammatici e raccolse la voce degli studenti che dai megafoni del Politecnico imploravano ai soldati di fermarsi, disobbedire agli ordini e disertare: “Fratelli soldati, fermatevi, fratelli….come è possibile che spariate sui vostri fratelli, fermatevi!” Altri cantavano l’inno nazionale greco mentre i soldati marciavano verso di loro. Ventiquattro persone furono uccise, tutte tra i manifestanti all’esterno dell’edificio, nessuno tra gli studenti all’interno.
Fra le vittime ci fu un ragazzo di 20 anni, Michalis Miroyannis, alto e magro, un elettricista originario dell’isola di Lesbo. Venne assassinato a sangue freddo con un colpo di pistola alla testa a pochi metri dal Politecnico dal colonnello Nikolaos Dertilis. Testimone oculare dell’omicidio del giovane elettricista fu un soldato di 21 anni, Antonis Agritelis, autista personale del colonnello. La sua testimonianza fu decisiva per la condanna all’ergastolo di Dertilis nel processo che si tenne dopo la caduta del regime dei Colonnelli. Agritelis dichiarò che il colonnello Dertilìs, a mezzogiorno del 18 novembre, si trovava a bordo della jeep di servizio fuori dal cancello del Politecnico abbattuto il giorno prima da un carro armato. Esattamente di fronte, all’incrocio fra via Patisìon e via Sturnara, alcuni poliziotti avevano accerchiato un ragazzo e lo picchiavano. A un certo punto il giovane riuscì a divincolarsi e a sfuggire. Allora Dertilìs estrasse la pistola da dentro il giubbotto e sparò al ragazzo. “Cadde a terra come un pollo” dichiarò l’autista, che all’inizio pensò che il ragazzo
fosse stato ferito alle gambe, ma subito dopo capì che il colpo era stato mirato alla testa, perchè una piccola pozza di sangue e di sostanza bianca si formò vicino al capo del giovane crollato a terra. Dertilis non mostrò alcun turbamento e disse al suo autista “Su, ammettilo, anche se ho 45 anni l’ho beccato alla testa al primo colpo”.
Questa invece è la lettera della madre del giovane ucciso, pubblicata dal quotidiano “Elefterotypìa” dieci anni dopo, nel 1983.
«Dieci anni fa, esattamente in questo giorno, avevo anch’io un figlio che è uscito di casa per andare al Politecnico e da allora non è più tornato. Ricordo le sue ultime parole: “ Mamma, come è bella la vita. Mamma che belle parole ha il nostro inno nazionale”.
E quando gli dissi, oggi non uscire ragazzo mio, mi rispose con la canzone: “ Resisti mamma, faremo il grande salto, la libertà e l’essere greci sono la stessa cosa”
Ricordo anche un’altra cosa: quel mattino ogni volta che prendevo l’acqua per andare ad innaffiare i vasi dei fiori in cortile, correva a baciarmi. Allora non riuscivo a spiegarmi il perchè. Accettavo silenziosa e orgogliosa. Adesso so perchè. Adesso che sono rimasta con un foglio di carta in mano che dice: “Ferita trasfossa alla testa, da arma da fuoco, con fuoriuscita di sostanza cerebrale “.
E quando ormai la solitudine, l’amarezza, il dolore diventano indignazione, mi sembra di sentire la sua voce che mi dice: “Mamma, non sono morto. Il mio sangue vi ha reso liberi”.
E allora rifletto e ringrazio tutti coloro che lo hanno onorato e lo onorano in qualunque modo. E vedo il suo busto, che si trova a Lesbo, sorridermi”

foto di Davide Bellegra.
foto di Davide Bellegra.
foto di Davide Bellegra.
foto di Davide Bellegra.

Sorgente: Davide Bellegra – Domani ricorre l’anniversario dei fatti del…

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