Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

.

La Francia dei ‘policiers en colère’ e l’islamismo radicale – Remocontro

remocontro.it – La Francia dei ‘policiers en colère’ e l’islamismo radicale. La Francia e l’islamismo radicale, il disagio sociale e le proteste della polizia.

La giustizia in Francia è davvero tanto tenera con gli imputati, come dicono i “policiers en colère”, ampiamente appoggiati dal Front National?

Le Monde del 21 ottobre 2016, calcola il numero di detenuti musulmani tra il 40 ed il 60%. Égalitè?

Intanto nella campagna elettorale che stancamente si trascina tutti promettono inflessibilità, risposte adeguate al crimine, città più sicure: più galera per molti. Di 

L’8 ottobre è una mattina qualunque nel quartiere della Grande Borne, a Viry-Chatillon, uno dei tanti anonimi (e bruttissimi) comuni della Grande Parigi, quando un gruppo di una decina di giovani attacca a colpi di molotov un veicolo della Polizia. Nel rogo due poliziotti restano gravemente ustionati e uno di essi è ancora in coma all’ospedale.

Quale il movente di un’azione che appare più di guerra che di semplice aggressione ai pubblici ufficiali ?

La pattuglia stava sorvegliando una telecamera stradale che era stata oggetto di numerosi danneggiamenti: alla delinquenza locale, dedita allo spaccio al minuto ed alla rapina di strada, la telecamera evidentemente dava fastidio.

L’episodio di estrema violenza non passa inosservato sulla stampa, ma l’attenzione va scemando sino al 17, quando accade un fatto inedito, almeno per durata e dimensioni: molti poliziotti si radunano, in borghese, a tarda sera nelle strade di Parigi e di altre città per esprimere la loro collera. Nella capitale scelgono ogni volta una piazza diversa, l’Etoile, Notre Dame, la Piramide del Louvre, la Bastiglia; l’appuntamento viaggia via sms, whatsup e facebook; si radunano, si mascherano con cappucci e passamontagna e sfilano per le strade cantando la Marsigliese: spesso vengono raggiunti ufficiosamente dagli equipaggi delle volanti in servizio che azionano le sirene.

Il 19 ottobre si è rischiato l’incidente perché il corteo vorrebbe raggiungere l’Eliseo e per impedirlo viene schierata in fretta e furia una compagnia della Gendarmeria: per fortuna prevale il buon senso da entrambe le parti.

Cosa vogliono i manifestanti ? Rispetto, migliori condizioni di lavoro e soprattutto una giustizia più severa con gli autori dei reati di strada. I sindacati “ufficiali” vengono apertamente sbeffeggiati per la loro supposta accondiscendenza col Governo. Ad oggi nessun terreno di reale confronto è stato trovato.

Ma la giustizia in Francia è davvero tanto tenera con gli imputati, come dicono i “policiers en colère”, ampiamente appoggiati dal Front National ?
A giudicare dai dati ufficiali non si direbbe.

Nel 1980 i detenuti nelle carceri francesi erano 38.099, oggi sono il ragguardevole numero di 68.819 su 58.507 posti disponibili, con una grave carenza di celle e di letti. All’esplodere del fenomeno terrorista era in corso, tra mille difficoltà, un programma di de-carcerizzazione per i condannati alle pene meno lunghe, un obbiettivo la cui sorte è ora diventata perlomeno incerta nella marea securitaria crescente.

I fattori della notevole crescita del numero delle persone ristrette sono molteplici: molti analisti (v. ad esempio La Croix, articolo dell’8 settembre 2016) ritengono che vi sia stato anche un atteggiamento più severo da parte di PM e giudici, con giudizi di fatto sommari e possibilmente rapidissimi per i reati di maggior allarme sociale, anche se non necessariamente i più gravi.
Ma quanti di questo popolo di ristretti sono di religione musulmana ?

Trattandosi di un luogo per definizione chiuso ed i cui abitanti sono censiti uno ad uno, il calcolo dovrebbe più semplice: si potrebbe contare i detenuti che chiedono il pasto serale speciale durante il ramadan e quelli che chiedono il cibo halal.

Ma non è così: una recentissima ricerca di Farhad Khosrokhavar (Prisons de France, violence, radicalisation, déshumanisation, Robert Lafont ed., 2016) ampiamente riportata e commentata da Le Monde del 21 ottobre 2016, calcola il numero di detenuti musulmani tra il 40 ed il 60% della popolazione ristretta, un numero che appare strabiliante solamente se non si passa una specie di “un giorno in pretura” al Tribunale di Parigi, dove è evidente anche all’occhio meno esperto che sul banco dei giudici, del PM e degli ausiliari siedono quasi solo “francesi di Francia” bianchi, mentre su quelli degli imputati si accalcano neri e magrebini, la più parte francesi anch’essi.

L’amministrazione penitenziaria ha definito il dato “frutto di fantasia” e magari è vero, ma nel frattempo il Ministro ha lanciato un gigantesco programma contro la radicalizzazione nelle carceri, riportando dati impressionanti sulle aggressioni subite dal personale penitenziario e sulle difficoltà di qualunque politica di separazione dei soggetti a rischio di infiltrazione salafista.

Qualche dato, però, comincia a filtrare tra le maglie dell’ipocrisia ministeriale, tutta dedita a dimostrare che l’ égalitè vale nel bene come nel male: i detenuti che hanno ufficialmente chiesto di avere il piatto speciale serale per il ramadan è stato del 27,5 % della popolazione totale dei detenuti, ma tra i detenuti minori ha raggiunto il 29%.

I soggetti ritenuti pericolosi sono: 349 autori di reati a carattere terroristico e tra essi 31 donne e ben 18 minorenni, 33 ritenuti particolarmente pericolosi e 55 in isolamento (in tutto erano 90 nel 2014); i detenuti segnalati come radicalizzati sono 1.336 (erano 700 un anno prima).

Bel problema isolarli dagli altri, perché, come è intuibile, l’isolamento richiede locali idonei e separati, personale preparato, un progetto per provare a far uscire il soggetto dallo stato in cui si trova, a meno di voler pensare ad una generalizzazione del sistema del ‘Castello d’If’ di Edmond Dantès.

Il progetto del Guardasigilli Urvoas appare ambizioso, complesso ma forse un po’ tardivo; secondo l’ esprit de géométrie che permea l’azione amministrativa in Francia esso prevede una riorganizzazione complessiva di tutto l’universo carcerario a rischio di radicalizzazione secondo lo schema – che qui è tipico – fatto di Direzioni, sottodirezioni, comitati, gruppi di lavoro, tutti con la loro bella competenza e le loro responsabilità verso il Ministero ed il Governo tutto.

Nessuno però ha pensato, in un quadro di generalizzata (e a volte francamente eccessiva) penalizzazione di comportamenti che spesso si pongono al limite della libertà di opinione e di movimento e in un crescendo di aggravamento delle pene, di prevedere anche qualche forma di trattamento premiale per chi si dissoci o, magari, voglia diventare collaboratore di giustizia: “i pentiti” insomma. In questo modo le carceri, oltre a riempirsi oltre ogni possibilità, di detenuti per pene lunghe o lunghissime, sono sempre più scuole di radicalismo se non di terrorismo vero e proprio.

I paragoni sono sempre pericolosi, ma tutti sappiamo che in Italia la botta finale alla BR ed agli altri gruppi terroristi degli anni 70 e 80 l’hanno data i pentiti, da Peci in poi, così come a Cosa Nostra. Perché, se è giusto agitare minaccioso il bastone, la carota bisogna pure farla vedere, altrimenti che interesse avrebbe un condannato a pene severissime a dissociarsi e, magari, a parlare ?

Lo spirito giacobino che permea ancora buona parte della cultura istituzionale francese non prevede però altro che non sia la corrispondenza tra il reato commesso e la pena irrogata e quindi per ora di misure premiali non se ne parla neppure.

Vedremo i risultati del progetto Urvoas, ma intanto nella campagna elettorale che stancamente si trascina tutti promettono inflessibilità, risposte adeguate al crimine, città più sicure: più galera per molti, si potrebbe dire.

Non uno tra i candidati che discuta i risultati di uno studio, anch’esso molto recente, che individua nel sistema scolastico francese un fattore di marginalizzazione e di esclusione: altro che Liberté, Egalité, Fraternité.

Ma di questo, sempre se vorrete seguirmi, parleremo alla prossima occasione.

altro :

La battaglia di Mosul raccontata da Isis

Sorgente: La Francia dei ‘policiers en colère’ e l’islamismo radicale – Remocontro

Spread the love
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *