Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

.

 Disintegrazione dell’€uropa o processo costituente?

Crisi, governo dell’emergenza e prospettive di nuova invenzione democratica

Il testo che qui proponiamo in versione italiana nasce da una comune ricerca, intrapresa nel corso della prima metà del 2016 intorno alle “crisi multiple” del processo d’integrazione europea. È in corso di pubblicazione in tedesco nel volume curato da Mario Candeias e Alex Demirović, Europe – What’s Left? Die Europäische Union zwischen Zerfall, Autoritarismus, und demokratische Erneuerung, Münster, Westfälisches Dampfboot, 2017. Integrato con alcune considerazioni successive all’esito del referendum sulla Brexit, l’articolo è stato scritto ovviamente prima dei risultati delle elezioni presidenziali americane. Ancora non è dato sapere quale impatto possa avere Trump alla Casa Bianca sulle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, all’interno del più generale sommovimento che su scala planetaria la sua vittoria andrà a produrre. Nondimeno riteniamo che già alcune delle tesi contenute in questo contributo – dal ruolo dell’Europa nel contesto capitalistico globale alla reale natura dei “sovranismi” di cui lo stesso Trump è certamente espressione, fino alla necessità di articolare molteplici e convergenti livelli d’iniziativa, sociale e politica, alternativa – possano contribuire al dibattito in corso. E a un suo ulteriore avanzamento, a partire dai nodi politici che il testo, e prima ancora la realtà contemporanea, lasciano irrisolti e aperti alla discussione collettiva.

Europa/mondo: il capitalismo globale e i suoi spazi 

Il capitalismo globale è ben lungi dall’aver trovato una stabilizzazione dal punto di vista dell’organizzazione dei suoi spazi e della definizione del suo rapporto con gli spazi politici e giuridici. Se in altre epoche storiche si erano determinate forme specifiche di equilibrio tra capitalismo e “territorialismo”, per riprendere un termine utilizzato all’interno della world system theory (cfr. ad esempio Arrighi 2007, cap. 8), oggi questo equilibrio appare decisamente problematico. Si moltiplicano certamente i segni di una crisi dell’egemonia globale statunitense, ma non pare profilarsi una lineare “transizione egemonica”, con una nuova potenza territoriale pronta a raccogliere il testimone dagli Stati Uniti e a riorganizzare attorno a un insieme di rapporti tra centro e periferia il capitalismo nel suo complesso. Il “mercato mondiale”, secondo la grande intuizione di Marx, è oggi più che mai il riferimento d’insieme delle “operazioni del capitale”, in particolare in settori strategici come la finanza, la logistica e l’estrazione (Mezzadra – Neilson 2013b e 2015). Ma gli spazi del capitale si articolano in modo complesso e puntuale con gli spazi giuridici e politici, senza dare luogo a sintesi stabili. È stato notato in particolare per i più recenti sviluppi della logistica (cfr. Cowen 2014): ma è più in generale il concetto stesso di “territorialità” a essere investito e potentemente destabilizzato dall’insieme dei processi che collocano il capitalismo contemporaneo oltre l’epoca industriale (cfr. ad es. Sassen 2013). Gli effetti della crisi finanziaria del 2007/2008, del resto, continuano a circolare nel mondo, rendendo sincopata ed elusiva la temporalità dello “sviluppo” e giungendo a fare della crisi un momento interno a quest’ultimo.
È bene tenere a mente questo insieme di problemi, qui richiamati in modo necessariamente stenografico, per avviare una riflessione sulla crisi europea. È più che legittimo domandarsi se esiste un “capitalismo europeo”. I processi di finanziarizzazione hanno potentemente investito e messo in discussione la stessa denominazione nazionale dei “capitalismi”, ponendo non pochi problemi alla stessa letteratura sulle cosiddette “varietà di capitalismo” (Hall – Soskice 2001), che ha sempre fondato la distinzione tra i diversi modelli di articolazione e organizzazione istituzionale del capitalismo sulla comparazione tra economie nazionali. La pressione all’omologazione, esercitata dai mercati finanziari globali e da una molteplicità di trattati e agenzie di regolamentazione, convive con processi di diversificazione delle economie che tagliano trasversalmente i territori nazionali e ne intensificano l’eterogeneità dal punto di vista economico e sociale (cfr. Peck – Theodore 2007). Anche guardano semplicemente agli attori capitalistici, questo determina l’emergere di una serie di contraddizioni e divergenze di interessi che rendono sempre più problematica la rappresentazione del marxiano “capitale complessivo” su una scala nazionale. Si può sostenere, in termini molto generali, che il salto in avanti nell’integrazione europea a partire dal Trattato di Maastricht sia stato un tentativo, coerente con specifici interessi capitalistici e in contraddizione con altri (presenti, come i primi, in tutti i Paesi membri dell’Unione), di riorganizzare sul livello continentale quella rappresentazione. Questo tentativo, che non comportava in alcun modo il superamento della profonda eterogeneità economica che caratterizza lo spazio europeo ma piuttosto il suo sfruttamento differenziale ai fini della continuità dei processi di valorizzazione e accumulazione di capitale, appare oggi in una profonda crisi.
Le guerre che segnano i confini dell’Europa, a est, a sud e a sudest, sono poi il drammatico eppure efficace manifestarsi della vera e propria condizione di “interregno” – utilizzando il termine nel senso gramsciano (cfr. Caccia – Mezzadra 2015) – che contraddistingue oggi la politica mondiale. L’indebolimento degli Stati Uniti, anche per via dello spostamento verso il Pacifico dell’asse centrale della loro proiezione globale, determina una situazione di stallo, in cui vecchie e nuove potenze emergenti (dalla Russia alla Turchia, dall’Arabia Saudita all’Egitto e all’Iran) si fronteggiano senza apparire in grado di imporre stabili architetture di dominio e “ordine” regionale. I problemi che ne derivano sotto il profilo economico sono evidenti, in particolare per quel che riguarda l’approvvigionamento delle fonti energetiche, dal gas al petrolio. E gli interventi militari europei e occidentali, pur continuamente invocati e praticati, altro non fanno che agire da moltiplicatori sulle cause della guerra, del terrore e dei movimenti di profughi e migranti. L’Europa, in una precedente fase della globalizzazione, era apparsa a molti osservatori una perfetta candidata ad assumere il ruolo di uno dei grandi spazi continentali attorno a cui si pensava che potesse riorganizzarsi il “sistema mondo” (cfr. ad es. Elazar 1998). Oggi, una politica mondiale europea non potrebbe che prendere le mosse da un’apertura coraggiosa e incondizionata ai profughi e ai migranti. Ma, come si sa, le cose stanno andando in modo esattamente opposto. Conviene partire da qui, per mettere successivamente in prospettiva storica la crisi europea, indagarne la natura “costituzionale” e proporre qualche considerazione sugli scenari futuri nonché sulle prospettive aperte per i movimenti e per la sinistra a livello continentale.
Dentro/fuori: i confini contesi
Non paradossalmente, nel tempo della globalizzazione, i confini offrono un punto di vista particolarmente efficace sulle trasformazioni in atto e sui conflitti che le accompagnano (cfr. Mezzadra – Neilson 2013a). È particolarmente vero per quanto è accaduto in Europa negli ultimi mesi. È dai confini europei che ci sono giunte infatti le immagini più emblematiche, nella loro durezza, della crisi complessiva dell’Unione Europea. Dai confini “esterni”, da luoghi come Lesbo, Idomeni e Lampedusa, dalle acque e dalle spiagge del Mediterraneo. Ma anche dai confini “interni”, dalle tante stazioni e piazze europee in cui si sono radunati profughi e migranti nel corso dei loro viaggi, da una frontiera come quella di Ventimiglia tra Italia e Francia o dalla “giungla” di Calais. Immagini spesso di una durezza non tollerabile allo sguardo, in cui la violenza del confine e dei suoi guardiani si esercita in modi non di rado letali sui corpi di donne e uomini in movimento. Ma anche immagini di solidarietà, determinazione e resistenza – tanto per quel che riguarda profughi e migranti quanto per quel riguarda le reti di sostegno che si sono attivate su quei confini e in molte altre parti d’Europa. In quella che è stata definita la “crisi dei profughi” o “dei migranti” si sono così confrontate due figure dell’Europa: una ripiegata sulla difesa e sulla proliferazione di muri e steccati e un’altra aperta a sperimentare nuove forme di convivenza e cooperazione. È evidente la sproporzione nel rapporto di forza tra queste due figure dell’Europa: e tuttavia la seconda non può che essere un punto di riferimento fondamentale per chiunque scommetta sulla possibilità di una reinvenzione della democrazia nello spazio europeo.
La “crisi dei profughi” e “dei migranti”, del resto, non è altro che la crisi del regime europeo di controllo dei confini, della mobilità e della migrazione (Bojadzijev – Mezzadra 2015; De Genova – Tazzioli 2016; Kasparek 2016). Questo regime aveva preso forma attraverso l’articolazione della libertà di movimento all’interno dello “spazio Schengen” con una geometria variabile del controllo dei “confini esterni” che si fondava tra l’altro su processi di “esternalizzazione” e sul coinvolgimento di un insieme di “Paesi terzi” (cfr. ad es. Hess – Kasparek 2010; Forschungsgruppe “Staatsprojekt Europa” 2013). Nel contesto della crisi economica il regime europeo di controllo dei confini si è irrigidito, sia all’interno dello “spazio Schengen” (con la progressiva introduzione di una serie di limiti alla libera circolazione dei cittadini europei in Paesi come il Belgio, l’Olanda e l’Inghilterra), sia sui “confini esterni” (con una tendenza sempre più marcata alla chiusura e alla limitazione degli accessi). Questo irrigidimento, con il carico di sofferenza e il sacrificio di vite umane che ha comportato, ha accentuato processi di gerachizzazione della cittadinanza e del mercato del lavoro in Europa. Ma ha anche rappresentato un problema per un continente in cui – come non si stancano di ripetere molte agenzie di policy nazionali ed europee – c’è bisogno di immigrazione.
Sotto questo profilo, la stessa politica di Angela Merkel a partire dalla tarda estate del 2015 può essere interpretata (non esclusivamente ma anche) come un tentativo di cogliere l’“occasione” di un movimento migratorio di portata effettivamente eccezionale (essenzialmente per via degli sviluppi della guerra siriana) per forzare le rigidità che si sono appena indicate. E tuttavia gli sviluppi dei mesi successivi le hanno semmai accresciute, finendo per determinare una crisi dello stesso sistema di Schengen, con un effetto domino di chiusure di confini che dalla “rotta balcanica” si sono moltiplicate all’interno dello spazio europeo di libera circolazione. È bene ripeterlo: il movimento di profughi e migranti, a partire dall’estate dello scorso anno, ha investito lo spazio europeo nel suo complesso, in qualche modo sfidandolo a riorganizzarsi. L’esito ancora incompiuto di questa riorganizzazione è una duplice crisi, che investe sia il piano della cittadinanza europea (mettendo in questione uno dei diritti fondamentali dei cittadini europei, quello alla libera circolazione) sia il piano dei rapporti dell’Europa con il suo “esterno” (giungendo ad assegnare un ruolo chiave alla Turchia nel controllo dei confini europei, e legittimando così le sue politiche nazionaliste e militariste all’interno e nella guerra siriana).
Di più: se la crisi greca aveva enfatizzato la frattura tra Sud e Nord in Europa, attorno alla “crisi dei profughi” è riemersa con forza una frattura tra Est e Ovest, che si somma ai conflitti attorno alla posizione dell’Inghilterra all’interno dell’Unione Europea, tanto più dopo la vittoria della Brexit.
In realtà, la “geometria variabile” che si è sottolineata a proposito del regime europeo di controllo dei confini ha caratterizzato per una lunga fase, più in generale, le geografie del processo di integrazione – che si è fondato, secondo la stessa retorica dei suoi protagonisti istituzionali, sull’incrocio “virtuoso” tra scale spaziali differenti, corrispondenti ad esempio all’integrazione monetaria, allo spazio Schengen, alla progressione differenziale dell’“allargamento”, ma anche ai molteplici processi di “regionalizzazione” e integrazione logistica (cfr. Beck – Grande 2004; Bialasiewicz et al. 2013; Smith 2013; Opitz – Tellmann 2015; Grappi 2016). Questa geometria variabile appare oggi cedere il passo a una vera e propria paralisi e disarticolazione delle geografie dell’integrazione: ed è un’immagine particolarmente efficace, ci sembra, della radicalità e della profondità della crisi europea. Lo scenario che si delinea, anche sotto la spinta della crescita di vecchie e nuove destre in diversi Paesi membri dell’Unione, è quello di un ulteriore approfondimento della rinazionalizzazione della politica in Europa, senza che venga messa in discussione la determinazione neo-liberale del processo di integrazione per quel che riguarda le politiche economiche e sociali.
La stessa vittoria della “Brexit” nel referendum svoltosi nel giugno scorso nel Regno Unito, al di là della necessaria analisi sulle motivazioni sociali che hanno orientato quel voto, sta producendo una negoziazione di medio-lungo termine che ha come proprio oggetto non tanto una “riconquistata sovranità nazionale” per la Gran Bretagna, quanto le relazioni differenziali da ridefinire tra la piattaforma finanziaria e produttiva dell’“Isola Atlantica” e il mercato unico di beni e servizi dell’Unione, a spese ovviamente della libertà di movimento e del riconoscimento di eguali diritti sociali. Si tratta di una dinamica simile a quella che è venuta stabilendosi tra il governo tedesco e il gruppo di Višegrad, dove la proposta redistributiva della relocation di rifugiati e richiedenti asilo è stata piegata alle logiche di consenso nazionale, pur nella cornice europea della gestione emergenziale della “crisi dei confini”.
La materia viva di una crisi costituzionale
Étienne Balibar (2016, p. 7), tra gli altri e curiosamente plagiato nel suo ultimo discorso “Sullo stato dell’Unione” dal presidente della Commissione Juncker, parla di una “crisi esistenziale della costruzione europea” – aggiungendo che questa crisi non è riducibile alla “crisi istituzionale dell’Unione Europea”. Di una sua “disintegrazione” parla non soltanto DiEM 25, il movimento “pan-europeo” lanciato da Yanis Varoufakis a Berlino nel febbraio del 2016, ma anche uno studioso di lungo corso della politica europea come Jan Zielonka (2015). “È la disintegrazione, non l’integrazione, ad apparire come motivo dominante dietro gli eventi contemporanei in Europa”, si legge nell’editoriale di presentazione di European Papers, una nuova rivista dedicata al diritto europeo (Cannizzaro 2016, p. 3). In discussione sembrano essere oggi la legittimità stessa del processo di integrazione, l’interruzione della sua continuità “incrementale” e il presentarsi di una serie di blocchi all’interno della stessa “costituzione materiale” definita da un lungo processo storico. Proprio il concetto di costituzione materiale, secondo la definizione che ne ha ad esempio offerto il giurista italiano Costantino Mortati (1998), si presta a illuminare alcuni dei tratti salienti della crisi europea (cfr. Chignola – Mezzadra 2008; Mezzadra 2013; Balibar 2016, pp. 220 ss.).
Questo concetto risulta particolarmente efficace per analizzare la realtà di una costruzione politica come quella dell’Unione Europea, che pur in assenza di un testo costituzionale (di una “costituzione formale”) ha indubbiamente inciso su temi di essenziale rilievo costituzionale ed è andata al contempo definendo una sua specifica realtà costituzionale. La costituzione materiale dell’Unione Europea si compone dell’insieme delle regole e delle istituzioni che, a partire dalla codificazione attraverso i Trattati, definiscono quelli che Mortati chiamava “gli elementi organizzativi necessari per poterla pensare capace di attività” (Mortati 1998, p. 61). E tuttavia non si riduce a questi elementi: include piuttosto una serie di principi giuridici fissati a differenti livelli di validità (in particolare attraverso la giurisprudenza delle Corti), i diritti fondamentali stabiliti nella Carta adottata a Nizza nel 2000, una prassi di intervento governamentale che combina l’azione di vari attori (pubblici e privati), ancora una volta su una molteplicità di livelli, e un insieme di “norme fondamentali” che orientano questa azione (tra cui evidentemente quelle riferite al mercato e alla concorrenza hanno avuto fin dall’avvio del processo di integrazione una posizione di assoluto rilievo). La costituzione materiale dell’Unione Europea, poi, articola una serie di rapporti di potere tra i soggetti che la compongono (inclusi gli Stati membri) e si fonda su precisi rapporti di forza sociali, da cui deriva la sua natura di classe.
Questo complesso impianto normativo e di potere è stato ampiamente discusso negli scorsi decenni da giuristi e politologi che hanno fissato i criteri fondamentali per lo studio del “diritto costituzionale europeo” (cfr. ad es. Weiler 1999). Una prospettiva particolarmente influente all’interno di questi studi, che ha a lungo rappresentato un riferimento essenziale per le stesse retoriche ufficiali europee, è quella della cosiddetta “integrazione attraverso il diritto”, la cui formulazione originaria si deve a Joseph H.H. Weiler (1981). Centrale, qui, è il ruolo della Corte Europea di Giustizia, che fin dagli anni Sessanta con la sua giurisprudenza ha affermato una serie di principi – l’efficacia diretta, il primato, la competenza esclusiva – che sotto il profilo giuridico sono caratteristici dei sistemi federali. L’equilibrio tra la progressiva espansione di questo sovra-nazionalismo giuridico e l’insieme dei processi di negoziazione politica su cui poggiava la costruzione europea costituiva la chiave di volta dell’“integrazione attraverso il diritto” (cfr. Itzcovich 2006). E, da un punto di vista federalista, questo equilibrio si sarebbe progressivamente evoluto fino a determinare un salto qualitativo sullo stesso terreno specificamente politico. L’adozione della Carta dei diritti fondamentali del 2000 è stata diffusamente interpretata in questo senso, come completamento del processo di formazione della “cittadinanza europea” esplicitamente sancita dal Trattato di Maastricht (cfr. ad es. Bronzini 2010; Margiotta 2014).
All’inizio del nuovo secolo, il sistema costituzionale europeo appariva strutturalmente “multi-livello”, fondandosi sulla progressiva istituzione di un “livello sovranazionale di autorità pubblica … sulla base delle Costituzioni nazionali”: un “sistema di potere condiviso per affrontare le sfide della globalizzazione nell’era ‘post-nazionale’”, lo definiva Ingolf Pernice nel 2002 (pp. 514 s.). I “livelli” si erano certo moltiplicati, i processi di governance li intersecavano continuamente, la loro articolazione non era sempre armoniosa – e tanto meno lo era l’integrazione tra quelli che il sociologo tedesco Hauke Brunkhorst (2014) ha chiamato i “due volti” dell’Europa, il “Kantian constitutional mindset” e il “managerial mindset”. Restava aperta, in particolare, la questione del “deficit democratico” dell’Unione Europea. Ma quella che abbiamo chiamato continuità “incrementale” del processo di integrazione non era messa in discussione. Tra gli anni Novanta e gli anni Duemila, del resto, diversi movimenti sociali (su temi come la migrazione, la lotta alla disoccupazione, la precarietà e il mediattivismo) hanno cominciato ad assumere direttamente lo spazio europeo come terreno privilegiato di espressione, di campagna e di lotta. E anche sotto il profilo teorico, la cittadinanza, la costituzione “multilivello” e lo stesso sistema della governance europea sono stati al centro di vivaci dibattiti, che ne hanno sondato le potenzialità e la potenziale apertura a processi di costruzione di una nuova democrazia (cfr. ad es. Balibar 2001; Friese – Negri – Wagner 2002). In questo senso vi è stato chi, come Neil MacCormick, si è spinto fino a parlare di un “commonwealth europeo” indicando, fra le positive conseguenze del consolidamento di un “corpo normativo” proprio dell’Unione, la progressiva erosione dall’esterno della sovranità statale e, contestualmente, l’affacciarsi all’interno degli Stati membri del ruolo crescente di comunità e istituzioni locali, pronte a esigere poteri sempre più ampi. Il doppio lavorio intorno alla sovranità comportava in questa prospettiva l’emergere di un “mondo nuovo” connotato da pluralismo istituzionale e poteri diffusi, con la conseguente apertura e moltiplicazione di spazi di autonomia e autodeterminazione territoriale e sociale, in una comunità politica svincolata dalla figura moderna dello Stato sovrano (MacCormick 1999).
 Europa atlantica?
Indipendentemente dal giudizio che si ritiene di dare sui contenuti del Trattato costituzionale europeo (e sul suo rapporto con il successivo Trattato di Lisbona), la vittoria del No ai referendum tenutisi in Francia e in Olanda nel 2005 è certamente un evento importante nella storia dell’integrazione europea. Alla vigilia dell’esplosione della crisi economico-finanziaria, e in coincidenza con l’esaurimento del ciclo dei movimenti per la “giustizia globale” che anche su scala europea avevano mostrato una notevole capacità di presa e di investimento sul terreno politico, i referendum del 2005 hanno segnato un punto di svolta e per certi versi di involuzione nello stesso dibattito all’interno della sinistra europea. E hanno indubbiamente rappresentato un momento di blocco rispetto alla “teleologia” implicita tanto nelle dottrine dell’“integrazione attraverso il diritto” quanto in quelle del “costituzionalismo multilivello” – rivelando i limiti della linearità con cui esse rappresentavano l’intero processo. In generale, infatti, occorre sottolineare che queste dottrine non avevano fatto i conti fino in fondo con alcuni aspetti dell’accelerazione determinata dal Trattato di Maastricht nel nuovo contesto internazionale successivo alla fine della guerra fredda.
Cruciale, da questo punto di vista, è un altro punto segnalato da Balibar (2016, p. 7): ovvero il rapporto che la costruzione europea intrattiene con la formazione e con la “decomposizione” di quello che il filosofo francese chiama lo “Stato nazionale e sociale”, il welfare state democratico. A partire dai tardi anni Cinquanta, l’integrazione europea ha indubbiamente determinato la cornice al cui interno, a livello nazionale, si sono sviluppate diverse varianti di questa forma di Stato e della “cittadinanza sociale” collegata – secondo la classica tesi di Tom Marshall (1992) – al suo sviluppo. La fine della guerra fredda, tuttavia, interviene in un momento in cui lo “Stato nazionale e sociale” è da tempo in crisi a livello nazionale, per via di un insieme di trasformazioni della forma specifica di capitalismo e dei rapporti di classe su cui esso si fondava (cfr. Mezzadra 2002). La costruzione della moneta unica e lo statuto della Banca Centrale Europea si sarebbero dimostrati elementi di potente blocco rispetto a ogni progetto di riqualificazione “espansiva”, a livello europeo, del Welfare state e della cittadinanza sociale. Come metteva in evidenza alla fine degli anni Novanta Fritz Scharpf (1999, cap. 2), l’integrazione delle politiche sociali all’interno dell’Unione Europea non poteva che arrestarsi, nelle condizioni stabilite a Maastricht, al piano “negativo” – ovvero alla condivisione di una serie di “limiti” e di regolazioni restrittive.
Si tratta di un problema di fondo, che investe direttamente la qualità della cittadinanza e della democrazia all’interno dell’Unione Europea, laddove non si assuma di questi concetti una definizione meramente formale. Si potrebbe indubbiamente delineare la genealogia di questo problema, ricostruendo l’impronta originariamente “ordo-liberale” del processo di integrazione europea (cfr. ad es. Dardot – Laval 2010, cap. 11). E si potrebbe, legittimamente, rivolgere lo sguardo a questa più “lunga durata” interrogando le “diverse Europe” che hanno segnato la storia politica nel secondo dopoguerra (cfr. Negri 2003). Occorrerebbe in particolare mostrare come l’idea democratica e federativa degli Stati Uniti d’Europa, propria del più avanzato Manifesto antifascista di Ventotene, il sogno di “liberi ed eguali” di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, sia stata fin da subito mistificata e accantonata nel processo di costruzione delle Comunità che approda ai Trattati di Roma (cfr. Rossi et al. 2014). E in ogni caso, pur con alterne simpatie e fortune nel consenso dall’altra parte dell’Atlantico, fin dal piano Marshall è sotto il segno della divisione del continente nei due blocchi che esso si determina (cfr. ad es., da diverse prospettive, Ellwood 2012 e Varoufakis 2016): la costruzione europea (dell’Europa “occidentale”) resta per decenni funzione dipendente nella contrapposizione tra l’Occidente capitalistico e il campo sovietico. Essa può svilupparsi come “Comunità del Carbone e dell’Acciaio” prima, “dell’Atomo” poi, in quanto variabile dipendente dallo sviluppo multinazionale e dell’egemonia indiscussa del capitale statunitense: come spazio produttivo e di scambio commerciale percorso dalle migrazioni interne Sud-Nord, dove le funzioni politico-diplomatiche e di difesa sono riservate alla relazione tra élite nazionali e dispositivi imperiali, in primo luogo ovviamente la NATO. È perciò un’“Europa atlantica” quella che si struttura tra gli anni Cinquanta e Ottanta: e tale sarebbe rimasta, nonostante più o meno episodici tentativi di affermare una propria autonomia, nell’economia e nella politica internazionale, fino al crollo del muro di Berlino.
È a questo punto che l’implosione dei sistemi socialisti e la travolgente violenza dei processi di globalizzazione economica, con l’innesco di una nuova accumulazione originaria nel segno della finanziarizzazione dei rapporti di capitale che oggi vediamo compiersi, aprono la strada a, o meglio sarebbe dire impongono una nuova Europa. È quella che, all’interno di rapporti decisamente più complessi con Washington, ha come solo esplicito obiettivo la costruzione di un “mercato unico” di produzione e di scambio, capace di “competere alla pari” con la potenza economica statunitense e con le nuove potenze emergenti. A partire dal 1992, con il Trattato di Maastricht, questa prospettiva si organizza ristrutturando le precedenti istituzioni comunitarie, definendo un percorso di costruzione della “moneta unica” tutt’altro che immune dalle contingenti necessità scaturite dalle determinanti geopolitiche a cui abbiamo accennato (cfr. Ungerer 1997), avviando la costituzione della propria Banca Centrale e dotandosi, nei fatti e non senza limiti e contraddizioni che emergeranno dolorosamente nel corso della recente crisi, di una propria linea di politica economica, ispirata ai più rigidi dogmi delle dottrine monetariste (Howarth – Loedel 2003). Fin dai primi anni Novanta i suoi capisaldi sono, nella logica dei Patti di Stabilità europei ed interni, il “contenimento” della spesa pubblica e, in particolare, di quella ritenuta “improduttiva” dei sistemi di Welfare; la “flessibilizzazione” del mercato del lavoro attraverso l’eliminazione di tutte le “rigidità” sia sul terreno salariale che su quello dei diritti; la “liberalizzazione” dei mercati, a partire dalla privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni.
 La costituzionalizzazione dell’austerity
L’esplosione su scala globale della crisi finanziaria ha trovato questa nuova Europa che aveva preso forma a partire da Maastricht decisamente impreparata, anche dal punto di vista degli interessi capitalistici dominanti: ancora troppo dipendente dalla potenza economica e politico-militare statunitense in via di complessivo riorientamento; depauperata dal disinvestimento sulla formazione, la ricerca, i saperi più in generale; immiserita da una logica per cui la “competitività globale” si sarebbe dovuta giocare esclusivamente sul terreno della precarizzazione e della compressione delle condizioni reddituali e riproduttive del lavoro vivo; vincolata al controllo sulle materie prime esercitato, in particolare in campo energetico, dalla vicina Russia e dai Paesi del Golfo; inadeguata nella stessa gestione differenziale dei fenomeni migratori. Ma l’Unione Europea era al tempo stesso ben determinata, nelle sue oligarchie economiche e politiche, a difendere il proprio status di privilegio in un mondo in rapida trasformazione, in tutto subalterna alla stringente logica estrattiva del capitale finanziario, ai suoi flussi, alla sua strutturale tendenza alla capitalizzazione della rendita speculativa a brevissimo termine (Demirovic – Sablowski 2012).
Sotto il profilo dell’analisi che ci interessa proporre qui, è in ogni caso necessario insistere analiticamente sul momento di cesura che si determina con la “crisi dei debiti sovrani” – ovvero con le modalità specifiche in cui si è manifestata in Europa la crisi del 2007/2008 – e con il nuovo modello di governance economica che ha preso forma a partire dal 2010 (nel segno di un “mangement della crisi” che ne ha riprodotto fino a oggi alcuni tratti sostanziali). Dal punto di vista della costituzione materiale dell’Unione Europea, questo modello di governance economica costituisce una brusca interruzione di continuità, non riconducibile all’interno delle dottrine dell’“integrazione attraverso il diritto” e del “costituzionalismo multilivello” (cfr. Joerges 2012 e 2015; Negri 2012). Attorno al Fiscal compact, allo European Stability Mechanism e al “semestre europeo” (cfr. Dawson 2015) si è cristallizzato un momento di comando finanziario e di emergenza: un “federalismo esecutivo” (Habermas 2011), un’ampia centralizzazione e un incremento di potere in capo alle istituzioni “esecutive” europee e un ulteriore spostamento verso criteri burocratici di legittimazione caratterizzano quella che il giurista italiano Stefano Rodotà ha chiamato “una sorta di ‘contro-costituzione’” europea, che blocca e rovescia “quella linea di riforma ‘costituzionale’ che aveva portato alla Carta dei diritti fondamentali e a qualche significativa novità nel Trattato di Lisbona” (Rodotà 2015, p. 6). Il “deficit democratico” dell’Unione Europea risulta esasperato da questo effettivo “rafforzamento dei poteri europei” (Joerges 2016, p. 9), assume la forma di un “default democratico” (Majone 2012, p. 21), di una programmatica neutralizzazione e “prevenzione” della democrazia (Scharpf 2011) o dell’approfondimento dei caratteri “elitari” o “post-democratici” della costruzione europea (Streeck 2012).
La vicenda greca è stata evidentemente, a partire dal 2010 e in modo particolare con il violento scontro con il governo Tsipras nella prima metà del 2015, il laboratorio per eccellenza di questo modello di governance economica – che è anche una specifica forma di realizzazione dell’“Europa tedesca” (Beck 2012). Il concatenamento tra la crisi greca e la “crisi dei migranti” mostra tuttavia i limiti di fondo di questo modello anche dal punto di vista di una parte consistente delle classi dominanti in Europa (e in modo particolare in Germania). Per dirla molto semplicemente: il rigore finanziario, la concorrenza e la disciplina di mercato non sono di per sé sufficienti a determinare quel principio di legittimazione che è necessario a governare il processo di integrazione in Europa dallo stesso punto di vista di un progetto di stabilizzazione capitalistica (cfr. Bascetta – Mezzadra 2015). L’intervento delle istituzioni europee continua a legittimarsi, nella “crisi dei migranti” così come nella crisi greca (e un discorso analogo potrebbe farsi per la reazione al terrorismo islamico), attraverso l’emergenza (si veda Kasparek 2016). Ma non siamo qui di fronte al presentarsi dello schema schmittiano, secondo cui la decisione sul caso di eccezione fonda (o rifonda) la sovranità (Böckenförde 2010). L’emergenza viene piuttosto continuamente riprodotta, fino a divenire una figura specifica della governance. Torneremo su questo punto nella parte conclusiva di questo testo.
Se a partire dal 2010 si era prodotta una cesura all’interno della costituzione materiale europea, nel segno di una “rivoluzione dall’alto” (cfr. Balibar 2016, cap. 7), gli sviluppi degli ultimi mesi mostrano intera la fragilità del nuovo assetto. Le tendenze oggi in atto sono caratterizzate da una vera e propria disarticolazione del quadro costituzionale europeo, in cui tuttavia persistono specifiche cristallizzazioni di potere, processi di integrazione neo-liberale ormai radicati nelle stesse legislazioni e politiche nazionali, limiti e coazioni, autonomie tecnocratiche di governance. È nostra convinzione che la rinazionalizzazione della politica in Europa possa collocarsi all’interno di questo scenario, producendo inedite combinazioni di nazionalismo e neoliberalismo, all’insegna di un’alleanza – non così paradossale – tra “managerial mindset” e “populismo”. Un’ipotesi costituente di reinvenzione della democrazia all’interno dello spazio europeo non può che costruirsi all’interno di questo scenario, nella consapevolezza delle rotture che si sono già determinate e dei rischi di fronte a cui ci troviamo. L’individuazione della costellazione di forze sociali che può sostenere questa ipotesi e la costruzione di una forma politica adeguata a imporla sono i compiti di fronte a cui ci troviamo oggi.
Il sovranismo: Doppelgänger della cristallizzazione tecnocratica
Tale necessità è tanto più evidente nel momento in cui si realizza un’oggettiva complementarietà tra il processo di costituzionalizzazione delle politiche di austerity, che appaiono sempre più il cuore dell’attuale costruzione istituzionale europea, e la crescita politico-elettorale dei “populismi di destra” in tutto il continente. La stessa definizione di “populismo” andrebbe del resto a questo punto problematizzata e discussa a fondo: una sua assunzione acritica, infatti, espone al rischio di attribuirla in termini sbrigativi anche a quei processi sociali e politici che puntano a una riconfigurazione del campo della lotta per l’emancipazione attorno alle coordinate “basso contro alto” – ovvero all’accentuazione del carattere di radicale contestazione “anti-establishment” a partire da una lettura determinata della polarizzazione nei rapporti di classe. Occorre aggiungere che l’ampia circolazione negli ultimi anni (soprattutto in Spagna, ma anche in Grecia) dei lavori di Ernesto Laclau, che ha proposto una complessiva rivalutazione della categoria di “populismo” (Laclau 2005), complica ulteriormente le cose. E pone a nostro giudizio una serie di problemi teorici e politici, che non possiamo affrontare in questa sede (cfr. Mezzadra – Neilson 2013a, pp. 284-291).
È invece forse più adatto a descrivere il contenuto delle tendenze reazionarie il termine “sovranismi”. La rivendicazione di una riaffermata sovranità nazionale, sia essa di natura economico-monetaria e/o di stretto controllo delle proprie frontiere, rappresenta infatti il tratto caratterizzante un insieme di fenomeni per altri versi molto differenti fra loro. Nelle retoriche delle vecchie e delle nuove destre europee, l’appello al popolo si rivela secondario e strumentale rispetto alla cruciale insistenza su una “sovranità nazionale” da recuperare ad ogni costo (Wodak 2015 e Giovannini 2015). Invocato in termini più o meno marcatamente organicistici e identitari, secondo modalità che non di rado attingono ai ricchi archivi storici del razzismo europeo, contrapposto a “élite” sempre qualificate in modo nebuloso, con una scrupolosa attenzione a evitare una loro precisa individuazione in termini di rapporti e interessi sociali ed economici, il “popolo” altro non è qui che un’immagine consolatoria, il simulacro di una fantasmatica omogeneità sociale che sostiene la rivendicazione di un “recupero” della sovranità nazional-statuale perduta.
Si tratta, non è inutile ripeterlo, di una prospettiva altrettanto immaginaria del simulacro dell’omogeneità sociale che viene mobilitato per sostenerla. Essa, infatti, non pare tenere in alcun conto la forza di processi economici – dalla finanziarizzazione alla riorganizzazione logistica dei processi produttivi e delle “catene di fornitura” – che investono e attraversano, lacerandola e sincronizzandola brutalmente, ogni “scala” territoriale e quella nazionale in particolare. Già oggi la rinazionalizzazione della politica in Europa non può che venire a patti con questi processi, cominciando a prefigurare quella combinazione di nazionalismo e neo-liberalismo che la pressione del “sovranismo” non può che ulteriormente consolidare. I rischi che qui si presentano sono evidentemente enormi: la risposta alla crisi viene tradotta nei termini esclusivi di una illusoria chiusura a difesa della “sicurezza”, con un’ulteriore restrizione degli spazi di democrazia reale, accompagnata da processi di negazione differenziale dei diritti civili, politici e sociali che assumono forme particolarmente violente nei confronti dei migranti. È una dinamica che si sta manifestando in diversi Paesi dell’Est europeo, ma che – come mostrano i recenti risultati elettorali in Francia, Germania e Austria – rischia di uscire dai suoi argini fisiologici anche nel resto del continente (Cas Mudde 2016).
Quel che dev’essere qui evidenziato, in ogni caso, è come le diverse forme assunte dal “sovranismo” si siano nutrite, secondo un perverso dispositivo di reciproco rispecchiamento, dell’irrigidimento di quelle politiche di austerity, che si sono fatte nuova norma di regolazione del mercato del lavoro e potente veicolo di polarizzazione della ricchezza socialmente prodotta. In ultima analisi, non c’è contraddizione tra le cristallizzazioni tecnocratiche e la crescita, in termini di consenso elettorale, ma anche e soprattutto di capacità di condizionare il dibattitto pubblico e di dettare l’agenda politica intorno alle proprie priorità, dei “sovranismi” di diversa matrice. La decisiva spinta al loro sviluppo viene proprio dal fatto che la costituzionalizzazione dell’austerity è stata il volano fondamentale di una complessiva ri-nazionalizzazione dello spazio politico europeo, essendosi fondata sul pactum sceleris tra le strutture tecno-burocratiche, emerse dall’articolata stratificazione dei processi d’integrazione europea, e le oligarchie capitalistiche in posizione dominante, adeguatamente rappresentate dagli esecutivi nazionali.
Non a caso, negli ultimi cinque anni, tutti i più importanti passaggi di costituzionalizzazione dell’austerity che si sono in precedenza ricordati hanno preso forma nella permanente dialettica tra decisioni politiche inter-governative (assunte, di volta in volta, nella sede del Consiglio Europeo o predeterminate in relazioni bilaterali tra i governi di maggior peso) e loro implementazione da parte di organismi non elettivi dell’Unione (Commissione, Banca, Eurogruppo e sovente loro “esperti” plenipotenziari). Riteniamo pertanto che vada respinta, in quanto foriera di gravi fraintendimenti, la corrente rappresentazione di un campo politico continentale rigidamente ripartito tra due opzioni, equivalenti e fra loro contrapposte, rispettivamente sostenute dai “nazionalisti” e dagli “europeisti” fautori di un’ulteriore spinta al processo di integrazione. Esse ci appaiono piuttosto come mostruosi “fratelli gemelli”, impegnati a concorrere nel medesimo esito distruttivo, a partire dalla innegabile responsabilità storica, assunta in questo caso dalle forze politiche conservatrici e socialdemocratiche, nella corsa al “centro” dei governi di Große Koalition e nel subalterno e perdente inseguimento mimetico delle parole d’ordine lanciate dalle destre sovraniste.
Scenari: tra “reazione a catena” ed entropia organizzata
Se dovessimo attenerci alla letteratura ufficiale delle Istituzioni europee, la descrizione degli scenari prossimi futuri andrebbe reperita nelle pagine del documento noto come “dei Cinque Presidenti” e intitolato Completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa (Europäische Kommission 2015). Questo piano punta a offrire una cornice di legittimazione al processo di costituzionalizzazione dell’austerity, collocandosi in una linea di continuità con un precedente importante documento: quello steso da Herman van Rompuy in preparazione del Consiglio Europeo del dicembre 2012, intitolato Towards a Genuine Economic and Monetary Union. Il rafforzamento dei meccanismi di supervisione dei sistemi bancari nazionali era qui presentato come obiettivo da perseguire parallelamente al controllo sui bilanci dei singoli Stati membri dell’Unione, fino a prospettare una “competenza fiscale centralizzata”. L’ulteriore pressione in direzione dello smantellamento delle “rigidità strutturali” sul mercato del lavoro, ovvero della precarizzazione del lavoro, si accompagnava a un’enfasi sulla necessaria ridefinizione dei “rapporti contrattuali tra le istituzioni dell’Unione Europea e i singoli Stati”. Quella che veniva prefigurata era una “sistemazione contrattuale” che sanciva la fondamentale asimmetria tra i contraenti, neutralizzando al tempo stesso ogni possibile conflitto. Il rapporto di contratto, concretamente fondato su una scrupolosa “review” europea delle politiche fiscali, economiche e finanziarie dei singoli Stati membri, finiva qui per entrare clamorosamente in contraddizione con gli stessi principi della democrazia formale: le “raccomandazioni country-specific” definite dal Consiglio su proposta della Commissione dovevano tradursi in dettagliati “piani per le riforme”; e spettava alla Commissione, si legge nel documento, “informare i Parlamenti nazionali ed europeo della necessità di queste riforme nel quadro dell’Unione Economica e Monetaria” (European Council 2012, p. 15). Letteralmente: della “necessità” – in base alla quale i Parlamenti vengono, a ogni livello, esclusivamente consultati e informati.
I Cinque Presidenti, nel loro più recente documento, si pongono sulla scia di questo cruciale passaggio: una governance in cui politiche e strutture si tecnicizzano ulteriormente, autonomizzandosi da qualsiasi procedura democratica. Al di là dello scontato rafforzamento dell’Unione Bancaria, lo fanno introducendo la creazione di un’“Autorità per la Competitività” che, con le sue relative articolazioni nazionali anch’esse “indipendenti”, valuterebbe l’efficacia delle riforme necessarie a livello nazionale e potrebbe esercitare un potere di diretto intervento anche sulle questioni di carattere salariale, stabilendo se “l’evoluzione delle retribuzioni sia in linea con quella della produttività.” Proseguono poi affiancando a essa un’unica Rappresentanza esterna dell’Unione Economica e Monetaria (UEM), legittimata a intervenire come unica entità all’interno delle istituzioni finanziarie internazionali (e l’esempio dei problemi creati dall’assenza di una posizione unitaria in ambito FMI è esplicitamente citato), e la creazione di una Tesoreria unificata dell’area Euro, come sede alle decisioni su fiscalità e assegnazione della spesa pubblica. Anche qui, non appena si diradi la cortina fumogena delle obbligate retoriche sul ruolo fondamentale dei Parlamenti nazionali e di quello europeo, si staglia con maggior nettezza l’ibridazione governamentale tra il Consiglio (a ventotto membri), l’Eurogruppo e l’ESM: a partire dall’inserimento anche formale di questi ultimi nel quadro giuridico dell’Unione e nei Trattati come mero fait accompli , quel che è qui prefigurato è un vero nuovo esecutivo continentale (Europäische Kommission 2015, pp. 9 e 19).
La logica proposta è quella di una virtuosa “reazione a catena” che, da qui al 2025, dovrebbe portare a una non meglio precisata “Unione Politica attraverso un autentico controllo democratico, legittimità e rafforzamento istituzionale”. Con buona pace di Tommaso Padoa-Schioppa (2004) – che proprio in riferimento all’introduzione della moneta unica aveva sostenuto che “ogni passo ha risolto un problema esistente facendone allo stesso tempo sorgere un altro …” e così via – a incaricarsi di problematizzare uno scenario di meccanica progressione verso ulteriori livelli integrativi è stato recentemente il Presidente della Bundesbank (e vice-presidente della BCE) Jens Weidmann, addirittura sfacciato nel riaffermare tutte le rigidità sulla gestione del debito sovrano, giustificandole attraverso il ricorso a un originale parallelo con la retorica neoliberale della “tragedia dei commons”, secondo cui il persistente livello d’indebitamento pubblico di alcuni Paesi membri rischierebbe di provocare gli effetti, su scala dell’Unione, dello stato di abbandono dell’“almenda” (Weidmann 2016). La riduzione del volume del debito, cardine del principio di “stabilità” da perseguire in nome del legame tra “azione e responsabilità”, resta l’irrinunciabile obiettivo del capo della BuBa, ma per conseguirlo, a partire dalla necessità di un “unico soggetto” titolare delle decisioni politiche in area Euro, egli indica due alternative: la prima consisterebbe nella realizzazione di una effettiva “unione fiscale”, ma senza ampie modifiche ai Trattati e referendum in ogni Stato membro ciò non sarebbe possibile. Si tratta di una via impraticabile – secondo Weidmann – nelle attuali condizioni che vedono una caduta di legittimità del processo d’integrazione. Ecco allora la sua proposta alternativa di un “coordinamento decentralizzato funzionante” che eserciti un’autorità fiscale europea, controllando i bilanci all’interno di un rafforzamento del quadro esistente, senza mettere in questione la sovranità dei singoli Stati.
Nel mirino di Weidmann entra tuttavia esplicitamente l’ambivalenza dell’attuale politica monetaria della Banca Centrale Europea, giudicata “molto accomodante” al punto da “non essere stata sfruttata” adeguatamente da alcuni Stati membri per affrontare i problemi strutturali del mercato continentale. Dal nostro diverso punto di vista, conosciamo tutti i limiti di questa politica monetaria, le cui massicce iniezioni di liquidità hanno quasi esclusivamente gonfiato i bilanci degli istituti bancari e alimentato i soli circuiti della rendita finanziaria, senza ricadute sostanziali in termini di superamento della “stagnazione” economica. E sono fuori discussione le corresponsabilità della Banca Centrale Europea nelle condivisione delle politiche di austerity degli ultimi anni e nella loro imposizione agli stessi governi nazionali che resistevano ad esse (tra gli altri, si veda Petrella 2016).
Risulterebbe però sintomo di cecità non provare a leggere nella loro effettiva portata le ricorrenti tensioni che si manifestano intorno alle scelte del presidente Draghi e della maggioranza del Direttorio della BCE, pronte a riesplodere in vista dell’imminente verifica e rinegoziazione del debito della Grecia. A queste tensioni si sommano poi quelle dissonanze tra Fondo Monetario Internazionale e “templari dell’austerity”, insediati in particolare nella Wilhelmstrasse di Berlino, che denotano una certa insofferenza e divergenza d’interessi delle più avvedute élite capitalistiche globali nei confronti delle più miopi classi dirigenti europee.
Certo, le tensioni risultano essere tutte interne alle oligarchie continentali e alle loro strutture statali e tecnocratiche ma, in maniera in fondo non paradossale, riflettono le sottostanti irrisolte contraddizioni tra paradigmi finanziari e dinamiche sociali. E finiscono per alludere “oggettivamente” alla possibilità di una diversa politica della Banca Centrale: quella indicata da un’efficace campagna – “Quantitative Easing for the People” (http://www.qe4people.eu/) – che, nell’arco di pochi mesi, ha portato esponenti della stessa BCE a nominare nel dibattito pubblico l’ipotesi tabù del ricorso all’“helicopter money”. Nella genealogia di questa formula nel pensiero economico neo-liberale (Friedman 1969), che la considerava come misura di ultima istanza per rilanciare la crescita, facendo ripartire consumi e investimenti, è insito il rischio che essa finisca per continuare a “salvare la finanza a mezzo della finanza”. Ma se essa si traducesse invece, superando l’intermediazione bancaria, nella distribuzione diretta di liquidità – di moneta in forma di reddito – ai cittadini europei e nel finanziamento diretto di “infrastrutture socialmente necessarie”, si potrebbe provare a “infrangere quell’alveo apparentemente intoccabile in cui risiedono i sistemi finanziari, svelandone il carattere eminentemente politico. Per farne oggetto di contesa” (come sostengono, con le loro proposte, Bertorello e Marazzi 2016).
Non è stata del resto la stessa Banca Centrale Europea a “salvare da se stesso”, eccedendolo e scavalcandolo, il rigido modello di management della crisi del debito sovrano, quando questo ha corso il serio rischio di affondare proprio la moneta unica? A noi pare che, più che affannarsi attorno alla ricerca di più o meno velleitari “piani B”, la discussione della sinistra europea dovrebbe assumere fino in fondo, come condizione analitica di partenza e propria opportunità strategica, la macroscopica assenza di un unico “piano A” di matrice capitalistica. Non è forse il “whatever it takes” di Draghi il segno di una irraggiungibile stabilità, del carattere strutturale e permanente di una crisi, o meglio di un concatenamento di crisi, che le stesse oligarchie dominanti si sono predisposte ad affrontare come “entropia da organizzare”?
Per un processo costituente “multi-livello” e “convergente”
Riannodiamo alcuni fili del discorso che siamo venuti fin qui svolgendo. Abbiamo inquadrato la “crisi esistenziale della costruzione europea” all’interno di scenari globali caratterizzati da profondi mutamenti e da persistenti tensioni, per quel che riguarda il rapporto tra gli spazi disegnati dall’accumulazione capitalistica e gli spazi politici e giuridici. Le due grandi crisi di fronte a cui oggi si trova l’Europa, quella del regime dell’austerity e quella del regime di controllo della mobilità e dei confini, assumono in questo contesto il loro pieno significato. E si intersecano con altre crisi – da quella rappresentata dalla minaccia del terrorismo di matrice jihadista a quella della gestione dell’approvvigionamento energetico e di materie prime, con le conseguenze belliche ed ecologiche che comportano. A fronte di queste molteplici crisi, sembra essersi imposta in Europa una razionalità governamentale che ruota attorno al management dell’emergenza. Abbiamo mostrato come a partire dal 2010/2011, a fronte di attacchi speculativi sui mercati finanziari globali che – allargando a dismisura lo spread tra i tassi d’interesse dei titoli di Stato di diversi Paesi dell’area dell’euro – minacciavano di proiettare la crisi dei debiti sovrani sulla complessiva tenuta della moneta unica, siano state introdotte profonde modifiche nella “costituzione materiale” dell’Unione Europea. Il management dell’emergenza ne rappresenta la razionalità governamentale di fondo, ben lungi dall’essere limitata al terreno delle politiche monetarie e di bilancio.
È stato ad esempio notato come un’analoga razionalità si applichi alla gestione europea delle ricorrenti convulsioni del mercato delle commodities, e in particolare delle fonti energetiche, a fronte di oscillazioni dei prezzi in gran parte determinate dai processi di finanziarizzazione e di problemi crescenti relativamente al governo dei flussi, al controllo delle reti di trasporto e distribuzione, di oleodotti e gasdotti, insomma alla logistica delle pipelines (De Micco 2015; cfr. anche Commissione Europea 2015b). Già abbiamo del resto insistito sul fatto che la stessa gestione della crisi del regime europeo di controllo della mobilità e dei confini si dispiega a partire da una “dichiarazione di emergenza” (si veda ancora Kasparek 2016). Molto significativa, da questo punto di vista, è la figura dell’hotspot, attorno a cui ha preso forma un progetto di complessiva riorganizzazione delle infrastrutture e della logistica del controllo migratorio. Il termine impiegato ci pare emblematico: al di là del suo significato informatico, un hotspot designa in geologia un punto della crosta terrestre in cui un’anomala risalita dal mantello di materiali caldi produce fenomeni di vulcanismo, mentre in genetica qualifica le regioni del DNA in cui la frequenza di ricombinazione o di mutazione della struttura è di molto superiore alla media. Si può qui intravedere un sintomo della natura della razionalità governamentale dominante in Europa: è l’eruzione magmatica del movimento di profughi e migranti, la sua costitutiva anomalia e imprevedibilità, a motivare un insieme di interventi che incidono in profondità sugli stessi fondamenti giuridici del diritto d’asilo limitandosi a una “gestione dell’emergenza” che ne riproduce in realtà i tratti di fondo.
A noi pare che questa immagine dell’emergenza sia più coerente rispetto all’insieme degli sviluppi governamentali di fronte ai quali ci troviamo in Europa di quella che, muovendo in particolare dalle risposte agli attacchi del terrorismo jihadista nelle metropoli europee, propone la figura dello “stato di eccezione” come paradigma complessivo per comprendere le forme attuali del dominio (cfr. Agamben 2016). Non sottovalutiamo affatto i rischi impliciti nell’imporsi della connessione tra “terrore” e “sicurezza” come dispositivo di governo dello “stato di urgenza”, nella riorganizzazione della politica attorno a una specifica immagine del nemico esterno e interno, e nella produzione di paura come investimento sulla soggettivazione politica del cittadino. Ma ci pare essenziale, anche sulla base degli altri esempi di “management dell’emergenza” che abbiamo richiamato, insistere sulle crepe e sulle contraddizioni di questa razionalità governamentale, che una assolutizzazione del concetto di “stato di eccezione” rischia di farci perdere di vista, traducendosi in un messaggio di impotenza e impossibilità di agire. Proprio in Francia, del resto, nel pieno dello “stato di urgenza” si è sviluppato per mesi un formidabile movimento sociale contro le politiche di austerità – che ha da subito contestato lo stesso “stato di urgenza”.
Pur in presenza di una serie di rischi, che abbiamo a più riprese sottolineato, la situazione politica europea ci pare dunque caratterizzata da una impasse sul versante della progettualità delle classi dominanti, che apre potenzialmente grandi spazi per una politica della trasformazione e per una generale riorganizzazione dell’iniziativa dei movimenti e della sinistra. Quali sono, in tale contesto, le effettive prospettive di cambiamento su cui valga la pena lavorare?
A fronte delle molteplici crisi che abbiamo analizzato, soggetti sociali molteplici ed eterogenei si sono dimostrati protagonisti attivi di dinamiche conflittuali che ne hanno contestato e condizionato la gestione “emergenziale”: in molti Paesi europei, a partire da quelli del Sud, la composizione del lavoro industriale e dei servizi si è incontrata con le nuove figure emergenti del lavoro cognitivo, con il precariato metropolitano e con la gioventù in formazione nelle lotte contro le politiche di austerity e le diverse “riforme” del welfare e del mercato del lavoro; profughi e migranti continuano ostinatamente a scontrarsi con i dispositivi di gestione e chiusura dei confini, incontrandosi con un tessuto di cooperazione, solidarietà e accoglienza la cui diffusione va ben oltre i circuiti dell’attivismo; le esperienze di resistenza ai grandi progetti infrastrutturali ed energetici in molte parti d’Europa hanno riqualificato in termini sociali la questione ecologica, coniugando la rivendicazione di una gestione collettiva di commons e servizi pubblici con l’appropriazione di spazi e risorse per esercitare forme di autogoverno e, nei contesti metropolitani, un effettivo “diritto alla città”.
Sono così indicati quantomeno i lineamenti generali di una composizione sociale che in Europa si mostra irriducibile ai regimi di gestione dell’emergenza che si sono andati formando negli ultimi anni. Nei movimenti, nelle lotte, nelle iniziative che abbiamo sommariamente richiamato si esprimono rivendicazioni attorno ai nodi inaggirabili della democrazia e dell’uguaglianza che questi regimi non possono in alcun modo contenere. Democrazia e uguaglianza rinviano ormai necessariamente alle questioni capitali della decisione politica collettiva su ciò che è comune e della redistribuzione sociale di quella ricchezza che in comune viene prodotta. Ognuna di queste iniziative è stata ed è costretta, non appena mette in campo la rivendicazione di un’alternativa all’esistente, a scontrarsi con limiti e vincoli, rigidità e chiusure che rinviano immediatamente al drammatico sbilanciamento dei rapporti di forza sancito a livello europeo. Questo vale anche per le esperienze di lotta e di cooperazione più radicate in specifici contesti locali o nazionali, tutti investiti – secondo modalità differenziate e tuttavia in ultima istanza unitarie – da un esercizio del comando capitalistico e dall’azione regimi di gestione della crisi all’interno di coordinate europee (Mezzadra – Neumann 2016). E non diversamente stanno le cose per le iniziative che si pongono direttamente sul terreno della competizione elettorale e in prospettiva del governo, tanto a livello municipale quanto a livello nazionale (Candeias 2016).
Riteniamo che una piena consapevolezza di tali, ormai consolidate, caratteristiche delle attuali dinamiche sociali e degli attuali processi politici in Europa debba comportare l’irreversibile assunzione di un approccio che sia, al tempo stesso, multi-livello e convergente. Cerchiamo di spiegarci meglio: parlare di approccio “multi-livello” significa comprendere la strutturale articolazione di elementi di eterogeneità e omogeneità che coesistono, spesso in maniera contraddittoria, all’interno di ogni contesto e che quindi influenzano ogni singola lotta o iniziativa. L’Europa aperta a sperimentare nuove forme di convivenza e cooperazione di cui abbiamo parlato a proposito della “crisi della migrazione” è una buona esemplificazione di questa combinazione tra specificità locali e l’emergere di un linguaggio comune, che taglia trasversalmente i diversi livelli su cui l’iniziativa è articolata.
Insistere sulla necessità di una politica europea non ha nulla di astratto, e non comporta in alcun modo una forzata generalizzazione che possa sostituire la paziente modulazione di questi elementi di eterogeneità e omogeneità. Su scale e livelli differenti si impone piuttosto l’adozione di metodologie, linguaggi, forme d’organizzazione e modalità pratiche diversificate, senza che sia possibile indicare astrattamente il “primato” di uno specifico piano di lotta o iniziativa politica sugli altri. Decisiva è piuttosto l’attenta valutazione di quale, di volta in volta, possa rivelarsi il terreno di maggior efficacia nell’accumulo e nella strutturazione di quel contro-potere sociale necessario ad orientare il cambiamento o nel puntuale esercizio di quella rottura necessaria a ridislocare, in termini più avanzati, il rapporto di forze in Europa. Movimenti e iniziative su scala “nazionale” possono avere un’importanza cruciale in questo senso, come mostrano tanto la possibilità di un cambiamento di indirizzo del governo, che si sono affacciate in un Paese importante come la Spagna, quanto la forza del movimento sociale sviluppatosi in Francia. Fatti che potrebbero intervenire a condizionare lo stesso assetto delle politiche della Banca Centrale Europea, nel senso che abbiamo precedentemente indicato.
Ma l’approccio “multi-livello” rischierebbe di rivelarsi improduttivo e, in ultima analisi, privo di una prospettiva strategica, se non fosse – parallelamente – animato da una permanente tensione alla “convergenza”. Se cioè il lavoro su ogni piano di lotta e d’iniziativa non fosse, a partire anche da una più precisa articolazione degli orientamenti radicalmente democratici ed egualitari che li caratterizzano, soggettivamente orientato a convergere con gli altri, dialettizzando, intrecciando e ibridando i differenti linguaggi e le differenti pratiche di ciascuno di essi. Convergere significa, quando necessario, utilizzare le potenzialità specifiche di ciascun livello per alimentare e rafforzare gli altri; impegnare le differenze nella costruzione di una prospettiva condivisa; decidere, quando indispensabile, dove concentrare le forze accumulate per far valere la potenza comune.
È proprio questa rinnovata dialettica tra azione “multi-livello” e “convergenza” – impiantata nel vivo delle dinamiche sociali reali, e non certo nel disegno a tavolino di una semplice riproduzione di modelli costituzionali classici – che può provare a nutrire un inedito processo costituente di uno spazio politico europeo per il cambiamento, nel serrato alternarsi di percorsi di accumulo di forza, sperimentazione sul terreno dell’autogoverno, conquiste puntuali e momenti di rottura. Ci sembra che questa prospettiva sia caratterizzata da un essenziale realismo, nel momento in cui sono saltate le mediazioni che una lunga storia di lotte operaie aveva imposto al capitalismo e contemporaneamente le istituzioni e le procedure della democrazia rappresentativa sono continuamente spiazzate ed eccedute da una nuova razionalità governamentale. Un terreno “costituente” risulta oggi oggettivamente aperto dalla forza di rivendicazioni di uguaglianza e democrazia, che non trovano nell’assetto costituzionale dato canali di espressione e articolazione istituzionale.
La forma politica capace di combinare azione “multi-livello” e “convergenza” non potrà in questo senso che incitare al reciproco richiamo tra la costruzione dal basso di nuove istituzioni e la conquista e la trasformazione, là dove praticabile su ogni scala, di quelle esistenti; e alla sincronizzazione soggettiva di tutti questi momenti. Una lettura critica delle crisi europee mostra che esiste lo spazio per lavorare in questa direzione: si tratta, con coraggio e intelligenza, di cominciare a farlo.

Sorgente: VOCI DALLA STRADA: Disintegrazione dell’€uropa o processo costituente?

Spread the love
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *