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Creazionismo all’europea. Un caso di globalizzazione culturale? » La mela di Newton – MicroMega on line

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temi.repubblica.it – Creazionismo all’europea. Un caso di globalizzazione culturale?

Secondo Scientific American, il creazionismo si sta diffondendo in Europa, ma sotto traccia e con tradizioni nazionali molto diversificate, al punto che è ancora difficile monitorarlo e dare una valutazione quantitativa del suo impatto.

In alcuni casi mima semplicemente il suo originale statunitense, in altri si presenta sotto nuove e insidiose vesti. In un’Europa attraversata dal fondamentalismo religioso, meglio tenere alta la guardia di fronte a questo movimento antiscientifico. – di ANDRA MENEGANZIN

“Il creazionismo invade l’Europa – Un movimento antiscientifico una volta limitato principalmente agli Stati Uniti sta guadagnando terreno al di qua dell’Atlantico”.

Non rinuncia al tono di un’amara sentenza il titolo di un articolo [1] comparso di recente nella sezione dedicata all’evoluzione della rivista Scientific American, firmato Stefan Blancke e Peter C. Kjærgaard, già curatori di un documentato testo dal titolo Creationism in Europe (2014)[2].

Al di là degli innumerevoli distinguo terminologici  che costellano l’universo semantico associato al “creazionismo”[3], l’idea di una non trascurabile resistenza all’evidenza scientifica di un intero programma di ricerca corroborato da un secolo e mezzo pare non sia più da tempo monopolio culturale del Nuovo Continente.

Stephen J. Gould, forse il più influente paleontologo e biologo evoluzionista dello scorso secolo, definì la questione creazionista tanto locale e distintamente nordamericana quanto la torta di mele e lo Zio Sam [4].

Formulata forse più come auspicio che non come un’autentica previsione, la lettura di Gould si è sconsolatamente dimostrata errata.

Blancke e Kjærgaard tornano a scuotere la sensibilità pubblica intorno ad un tema che da anni approfonditamente studiano, traendo comico spunto dalle reazioni che hanno accolto la recente installazione, sulle Evolution Stairs al Moesgård Museum in Danimarca, di dettagliate ricostruzioni in silicone di esemplari di specie umane, che hanno attirato solo nel primo anno ben mezzo milione di visitatori.

Uno di questi si sarebbe dimostrato visibilmente scosso dalla nudità, e in seconda istanza dall’età evolutiva (3,2 milioni di anni contro il frame temporale biblico di 6000 anni), della ricostruzione del noto esemplare femmina di Australopithecus afarensis, Lucy.

“Siamo abituati a pensare al creazionismo esclusivamente come a un fenomeno nordamericano. Non lo è. Nonostante sia originato negli Stati Uniti, il creazionismo organizzato è divenuto globale.

In Europa, tuttavia, non rappresenta una comunità unita;        varia fortemente da un paese all’altro. In alcune nazioni il creazionismo offre un’identità a        piccole comunità religiose locali, e ha un impatto minore. Questo il caso della Scandinavia.

In altri casi il creazionismo è legato invece a sostanziali e ben organizzate subculture. Osserviamo questo nei Paesi Bassi. In altri luoghi ancora il creazionismo esiste tra élites religiose che detengono un notevole potere politico. La Russia ne è un esempio significativo.”

Per anni, nonostante i creazionisti stessero facendo sentire il proprio numero nei paesi europei[5] e stessero gradualmente sviluppando una più significativa influenza nelle scuole e nelle comunità locali – osservano gli autori – questi preferirono non comparire sotto i riflettori.

Una svolta significativa si ebbe una decina circa d’anni fa, quando il Consiglio d’Europa decise di porre a tema la potenziale minaccia derivante da una diffusione dell’atteggiamento creazionista per il sistema educativo[6].

La cesura rappresentata dal documento del Consiglio avrebbe reso la questione creazionista materia di pubblico e politico dibattito.

Nell’ondata di sondaggi avviati in tutta Europa per tastare la pubblica opinione in merito (il centro di Ricerche Observa Science in Society ha condotto un analogo sondaggio in Italia[7]), significativa è la menzione da parte degli autori di casi di sabotaggio ad arte di alcune rilevazioni online (come si sostiene sia accaduto in Turchia).

Numerosi giornalisti investigativi cercarono di far luce su quanto stava accadendo, e di capire chi effettivamente fossero i creazionisti, di definirne un contorno identitario. I più, osservarono, si limitavano a reiterare l’antagonismo tra scienza e religione, collocando agli opposti angoli di un ring Dio e Darwin, in attesa di un suono di campanella a scandire il successivo round.

I giornalisti europei – sottolineano in modo giustamente critico Blancke e Kjærgaard – fecero troppo spesso l’errore di impostare la questione attraverso un’inadeguata prospettiva bilanciata, come se il creazionismo e la spiegazione scientifica dell’evoluzione fossero due “opinioni” sullo stesso piano, buone per un talk show, comunicando così lo iato tra religione e scienza sul tema dell’evoluzione come una faccenda di mero gusto personale.

La copertura mediatica di un tema che inerisce direttamente alle fondamenta della pubblica istruzione, nonché l’impostazione di dibattiti strutturati sull’inossidabile e deleterio modello di un simmetrico confronto tra “scuole di pensiero” messe allo stesso livello, hanno contribuito a diffondere una percezione del dibattito completamente distorta.

La doppia ricorrenza, verificatasi nel 2009, del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione dell’Origine delle specie e del duecentesimo compleanno del padre della moderna teoria evoluzionista venne, in numerosi echi giornalistici, confinata con gratuita ostinazione nel contesto di un conflitto fra scienza e religione. Un’operazione che non mancò di offrire alle rivendicazioni creazioniste un’esposizione mediatica senza precedenti.

“Pochi nella comunità scientifica se lo sarebbero aspettato. In alcuni paesi i creazionisti ottennero budget più generosi a sostegno di attività anti-evoluzioniste durante il Darwin Year rispetto a quelli ricevuti dalle organizzazioni scientifiche per promuovere la scienza e l’evoluzione.

Molte delle campagne erano ben organizzate, furbesche, con un       buon impatto. Nonostante il fatto che le nazioni europee siano generalmente tra quelle con il più alto indice di accettazione della teoria evoluzionistica  – con la notevole eccezione della Turchia – troppi articoli di cronaca e troppi sondaggi mostravano un cambiamento nella pubblica opinione”.

Come rimarcano anche in altre sedi gli autori[8], l’assenza di studi quantitativi longitudinali, condotti secondo esatte cadenze temporali e con criteri uniformi in tutta Europa, come avvenuto per gli Stati Uniti nel noto sondaggio di Gallup avviato nel 1982 e riproposto con cadenza biennale[9], non permettono al momento di offrire un prospetto delle fluttuazioni di questo fenomeno di fondamentalismo religioso, e dei suoi precisi confini, sebbene la sua concreta presenza sul territorio europeo sia testimoniata da reports scientifici su singoli territori nazionali, da sondaggi d’opinione, da monitoraggi di siti antievoluzionisti e da rassegne stampa.

Le 296 pagine di Creationism in Europe (2014) sono organizzate in 13 saggi di diversi contributi autoriali, che documentano singolarmente l’atteggiamento creazionista negli ultimi decenni in Francia, nella Penisola Iberica, nel Regno Unito, in Scandinavia, in Germania, in Polonia, in Grecia, in Russia e in Turchia.

Se il creazionismo europeo sia interpretabile alla stregua di una gloriosa merce d’importazione di distinta matrice americana o se dimostri un profilo autonomo è un’altra questione non facilmente liquidabile con affrettate conclusioni. I diversi contesti culturali, educativi, politici e religiosi definiscono un quadro quanto mai complesso e variegato.

Blancke, Hans Henrik Hjermitslev e Kjærgaard suggeriscono un et-et,  mostrando come a reinterpretazioni locali di vecchi adagi nordamericani si accompagnino autonomi e nativi focolai con tradizioni proprie.

“Abbiamo imparato che affrontare il creazionismo non è una questione scientifica ma politica. Per relazionarsi con il creazionismo non è sufficiente elencare la mole di tutte le evidenze e gli argomenti a favore della teoria dell’evoluzione. Gli scienziati dovrebbero uscire e operare su tutte le piattaforme su cui i creazionisti sono attivi”, concludono gli autori con tono programmatico sullo Scientific American.

L’idea suggerita è di un engagement culturale le cui energie educative siano direzionate verso pubblici differenziati in formativo ascolto, pubblici la cui stessa accettazione dell’evoluzione troppo spesso si accompagna a interpretazioni intuitive ma scientificamente scorrette dei processi evolutivi in causa.

Se lo studio della teoria scientifica dell’evoluzione si dimostra a tutt’oggi trascurato negli spazi educativi istituzionali che ne dovrebbero garantire una non marginale e sporadica presenza, i formatori culturali di professione, questo è l’auspicio, dovrebbero continuare a intercettare l’interesse generale intorno ai grandi temi delle scienze della natura anche al di fuori del perimetro delle aule scolastiche e accademiche, sfruttando tutti i canali di contatto con i pubblici più eterogenei al fine di promuovere una divulgazione scientifica responsabile, fattuale, interattiva, e sempre aperta verso chiunque non sia definitivamente accecato dall’ideologia e sia ancora disposto a un critico esercizio di curiosità.

note:

[1] L’articolo originale è consultabile al link: https://www.scientificamerican.com/article/eurocreationism/

[2] Blancke, Stefaan; Hjermitslev, Hans Henrik; Kjærgaard, Peter C., eds (2014). Creationism in Europe. Charles Village, Baltimore, MD: Johns Hopkins University Press.

[3] Gli autori dell’articolo su Scientific American parlano di “creazionismo” riferendosi, ovviamente, al movimento religioso fondamentalista statunitense nato nel secolo scorso, e non a qualsiasi posizione religiosa o filosofica basata sull’assunto di una creazione divina.

[4] S.J. Gould, I pilastri del tempo: sulla presunta inconciliabilità tra fede e scienza;  Milano: Il Saggiatore, 2000

[5]Per una dettagliata rassegna degli studi storici e dei dati quantitativi in merito alle dimensioni del fenomeno creazionista europeo: http://jaar.oxfordjournals.org/content/early/2013/08/22/jaarel.lft034.full.pdf. Una European Creation Conference si è tenuta gli scorsi 9-10 Settembre 2016 all’Emmanuel Centre di Londra: http://creation.com/images/pdfs/events/CMI-European-Conference-2016-Brochure.pdf

[6]La Risoluzione 1580/2007 “The dangers of creationism in education” è consultabile al link http://assembly.coe.int/nw/xml/XRef/Xref-DocDetails-EN.asp?FileID=17592&lang=EN

[7]  I dati della rilevazione sono ripercorsi in questo articolo di Federico Neresini: http://www.observa.it/evoluzionismo-fra-scienza-e-religione-gli-italiani-e-darwin/?lang=it

[8] Blancke et al. Creationism in Europe: Fact, Gaps, and Prospects, p. 9

[9]Per il sondaggio Gallup 1982-2014: http://www.gallup.com/poll/170822/believe-creationist-view-human-origins.aspx

Sorgente: Creazionismo all’europea. Un caso di globalizzazione culturale? » La mela di Newton – MicroMega

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