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SERENAMENTE NO

Buongiorno, mi qualifico, penso che se il 4 dicembre vincerà il Sì il mondo andrà avanti e penso che se vincerà il No il mondo andrà avanti. Quello che ci rimarrà, se la riforma fosse approvata, sarà il precedente che una maggioranza risicata (eletta con una legge elettorale dichiarata incostituzionale)può modificare la costituzione. Ci rimarranno anche una serie di articoli della Costituzione scritti male.

Penso che il paese sia davanti ad una crisi politica e non istituzionale, con una classe politica che, incapace di mediare e fare sintesi (caratteristiche fondamentali della Politica), scarica la colpa sulla costituzione. La quale invece in presenza di solida volontà politica funziona ancora benissimo (la riforma Fornero fu approvata in 18 giorni). Noto da parte delle forze promotrici della riforma una corsa verso la semplificazione anche di fronte a realtà complesse, e temo che, ad una diagnosi sbagliata, potrebbe corrispondere una cura non innocua che non eliminerà problemi e malcontento.

Negli ultimi due anni sono stati approvati Jobs-Act, Sblocca Italia e Buona Scuola e ora viene fuori che per fare ripartire l’Italia #bastaunSì e che quei provvedimenti non hanno funzionato per colpa delle briglie implicite nella costituzione.

Abbiamo di fronte una classe politica miope che davanti a contingenze vuole cambiare la costituzione che dovrebbe invece rimanere un patto di garanzia che va bene per tutte le stagioni.

Ma entriamo nel merito, che poi è quello che importa veramente.

Il Senato, innanzitutto, non scompare ma subisce parecchie trasformazioni. Secondo i nuovi articoli della riforma esso non darà la fiducia al governo ma mantiene una funzione legislativa (per leggi elettorali, modifiche costituzionali e altre materie di non poca importanza), esprime pareri sulle leggi approvate dalla camera (non vincolanti), continua ad eleggere il Presidente della Repubblica e i giudici della Corte Costituzionale. La sua formazione è ancora pervasa da mistero, sappiamo (art. 57) che i consigli regionali sceglieranno “fra i propri componenti” i senatori con metodo proporzionale e in un altro comma “in conformità alle scelte degli elettori”. Se ci aggiungiamo che bisogna anche scegliere un sindaco per regione e che deve essere garantito l’equilibrio di genere, il tutto diventa parecchio confuso. Serve una legge, che non c’è per ora. Serve avere fiducia, ma in chi?

Questo senato delle autonomie viene nobilmente accostato al Bundesrat tedesco (la camera dei lander) ma se ne discosta in primis per l‘assenza di obbligo di voto congiunto. Nel nostro nuovo senato i lombardi non saranno tenuti a votare tutti uguali, quindi in base a cosa voteranno? In base ai partiti sembrerebbe la risposta più immediata. Quindi sparisce piuttosto velocemente la rappresentanza delle autonomie così sventolata dai promotori. Che poi scusate, ma in una riforma che centralizza (come vedremo a breve) che senso ha creare una camera che imita (senza grande successo) la seconda camera di un paese davvero federale come la Germania? Mistero.

E poi, oltre ai 95 tra consiglieri regionali e sindaci, ci saranno i 5 senatori scelti dal Presidente della Repubblica, per meriti verso la nazione. Ma loro che autonomie locali rappresenterebbero? Non è, quantomeno, chiaro.

I nuovi Senatori manterranno il doppio incarico, siano essi consiglieri regionali o sindaci: è lecito chiedersi come faranno a svolgere bene due lavori. Su materie molto diverse e in luoghi anche distanti e con un calendario dei lavori che dovrà coordinarsi con quello di venti (anzi ventuno che le province autonome contano per due) consigli regionali e venti consigli comunali. Permettetemi di essere perplessa.

Rinunciamo ad un bicameralismo perfetto, per adottare un quello che alcuni hanno efficacemente definito un bicameralismo pasticciato. La volontà dichiarata di semplificazione del processo legislativo dei riformatori, si è sonoramente schiantata contro l’articolo 70, lungo e non facilmente comprensibile (come invece dovrebbe essere una costituzione) che delinea i caratteri del nuovo processo legislativo. Le leggi, dovesse passare la riforma, avranno diversi iter di approvazione a seconda della materia che andranno a regolamentare. Ci sarà il bicamerale perfetto, il monocamerale partecipato (il Senato può intervenire) e due versioni di monocamerale rinforzato (il Senato deve intervenire). Sappiamo benissimo che le leggi spesso sono oggetti complessi e che coprono diversi ambiti e materie e potrebbe non essere ovvio con quale iter debbano essere approvate. Qualora non ci sia univocità di pensiero decideranno i presidenti di Camera e Senato, e qualora questi parlamentari (che immaginiamo mossi esclusivamente dall’interesse per il bene comune e non da interessi di parte) non trovino un accordo bisognerà ricorrere al parere della Corte Costituzionale.

A me poi non sembra fantascienza immaginare che cittadini che non siano d’accordo con una legge facciano loro ricorso alla suprema Corte per un vizio nell’iter di approvazione. Tutto questo ovviamente non contribuirebbe alla certezza del diritto, che quella sì che è un problema tutto italico. Troppe leggi che cambiano continuamente ed è difficile starci dietro.

Come si è detto poco sopra è probabile che i senatori risponderanno ai partiti che li hanno eletti/nominati in Senato e qualora le due camere avessero maggioranze diverse non faccio fatica ad immaginare un ostruzionismo del Senato nei confronti della Camera con interventi su tutte le leggi. E così potrebbe svanire anche l’accelerazione nel processo legislativo, di cui sembra esserci bisogno.

Il Presidente della Repubblica mantiene per fortuna tutte le sue prerogative, ma cambiano le maggioranze che servono per la sua elezione. Per i primi tre scrutini serviranno i due terzi dell’assemblea, per i secondi tre scrutini serviranno i tre quinti dell’assemblea ma dal settimo basteranno i tre quinti dei votanti. Ma perché? Ma che bisogno c’era di accelerare anche la scelta dell’unica vera figura di garanzia, che trova la sua legittimità proprio nell’ampiezza del consenso necessario per essere eletto. Pertini, come ci è stato ricordato, fu eletto al sedicesimo scrutinio.

La riforma ambisce anche a mettere ordine nel rapporto tra stato e regioni, eliminando la legislazione concorrente (introdotta nel 2001) che tanto contenzioso ha generato davanti alla Corte Costituzionale. Alcuni esperti ritenevano ormai in via di assestamento il numero dei conflitti di attribuzione anche grazie alla giurisprudenza prodotta negli anni dalle sentenze della Corte, quindi forse un tale stravolgimento del Titolo V non era necessario. Anche perché è vero che la riforma sbatte fuori dalla porta molte competenze delle regioni, ma poi le fa rientrare dalla finestra con la dicotomia linee generali/organizzazione e si preannunciano nuovi conflitti. Basti pensare al patrimonio culturale la cui valorizzazione è in capo allo stato ma la cui promozione è in capo alle regioni. La ripartizione a me pare tutto fuorché netta.

Ci si muove nella direzione di un rinvigorito centralismo per tutte le regioni, eccetto quelle a statuto speciale. A loro infatti la riforma non si applicherà fino alla revisione degli statuti per la quale servirà l’intesa con le Regioni, come scritto in una delle norme transitorie (che valgono come la costituzione). Si è scelto di fatto quindi di equiparare gli statuti delle regioni a statuto speciale alla costituzione che è l’unica “legge” che ha in costituzione le norme per la sua revisione (art 138) inserendo la novità di questo elemento di natura “pattizia” per procedere al rinnovo degli statuti. Servirà quindi l’accordo e il consenso della Sicilia (o una delle altre regioni speciali) per togliere competenze e autonomie alla Sicilia, strada che non vedo priva di intralci. Quindi nell’attesa, aumenta in maniera sostanziale il divario tra regioni normali e speciali.

Ci sarebbe altro da dire, ma credo che basti. Penso che questa riforma sia scritta male e che potenzialmente creerà più problemi di quanti vorrebbe risolvere. Rifiuto l’accusa di conservatorismo e di immobilismo, perché davanti alla costituzione non credo sia permesso essere pressapochisti e questa riforma lascia troppi punti interrogativi oltre a certezze con cui è più che legittimo non essere d’accordo (come la non elettività del Senato). Non ho apprezzato il metodo con cui è stata approvata, ma queste forse sono sottigliezze su cui ormai è inutile discutere. Non apprezzo il clima da scontro finale e armageddon che da ogni parte si è contribuito a creare. Non apprezzo molti di quelli che voteranno come me, ma con i referendum spesso succede. Voterò convintamente e serenamente NO, nel merito. È quello che penso si debba fare con la costituzione.

Poi se volete abolire il CNEL firmo quando volete.

Sorgente: SERENAMENTE NO – GLI STATI GENERALI

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