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Referendum, dimmi come voti e io farò il contrario – l’Espresso

espresso.repubblica.it – Referendum, dimmi come voti e io farò il contrarioSolo un terzo degli italiani deciderà dopo aver letto la riforma costituzionale: gli altri si baseranno su simpatie 
e antipatie di pancia.

Così le apparizioni di politici a Verdini a D’Alema, da Alfano a Brunetta fanno crescere il fronte oppostodi Susanna Turco

Pensavo fosse un referendum, invece era il trionfo del nemico del cuore. L’apoteosi del testimonial alla rovescia, vale a dire: trova nel mucchio chi ti è più antipatico, e fa’ l’esatto contrario.

Alla faccia di qualsiasi spersonalizzazione, la consultazione del 4 dicembre sta diventando una specie di album delle figurine.

C’è chi colleziona D’Alema e chi dà la caccia a Napolitano, chi scova una Elsa Fornero, chi un Renato Schifani, chi si bea di un Pomicino e chi gioisce per uno Scajola; valgono ovviamente doppio quelli che stanno fuori dalla politica, da Federico Moccia a Marco Travaglio per non dire di Oscar Farinetti.

Ma per tutti è la distanza che conta: ciascuno cerca il volto sul quale misurare l’opposizione, più che l’identità. Basta una frase, un rigo appena.

Magari il manifesto di Gianni Alemanno e Francesco Storace, o la locandina del trio Lorenzo Cesa-Michele Emiliano-Ciriaco De Mita, ed è finita. Era già successo con la corsa per il comune di Roma, nella lunga galoppata che ha preceduto la vittoria di Virginia Raggi.

Ma stavolta il meccanismo è persino più famelico. «D’Alema voterà no: quanto questo aiuterà le ragioni del Sì non lo so, ma secondo me molto…», sghignazzava già a fine estate Matteo Renzi, fregandosi le mani all’apparire del fenomeno. D’altra parte, a fronte di un D’Alema c’è sempre un Alfano, o un Verdini.

Insomma, quanto ad appeal non va molto meglio, solo che si vede meno: perché i sì stanno tutti all’ombra di Renzi, quello che ha in mano la carta più importante.

«Il meta-testimonial», lo chiama addirittura il sondaggista Nicola Piepoli, chiarendo che, per il ruolo che ha, il premier influenzerà molto un “mercato” sul quale per il resto vale la regola seguente: «È solo un terzo degli elettori a decidere dopo aver letto la legge: gli altri due terzi guardano chi c’è di qua e chi c’è di là».

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Ecco perché la caccia al testimonial impazza al punto che hanno arruolato non solo Alba Parietti e Paolo Crepet, ma pure i Masai in Kenya. La ricerca di sponsor e contro-sponsor, del resto, è così spasmodica che la produttrice Simona Ercolani, curatrice fra l’altro della campagna del Sì, s’è resa invisa all’establishment dello spettacolo a forza di tampinare tutti per chieder loro di fare da testimonial.

Alla Leopolda ha portato l’attore Alessandro Preziosi, ma una risposta implicita di chi non vuol schierarsi l’ha ottenuta da Fiorello. «Voto “forse”, se mi schiero mi lapidate», ha chiarito lui alle telecamere.

Chi ha capito come gira, infatti, fa il testimonial silenzioso. Eppure, l’album è funzionale al quesito: la riforma è complessa, regolarsi rivisitando il proprio anti-pantheon personale aiuta i più.

Attenti al potenziale perverso
Funziona assai – secondo l’ultima tendenza è anzi il pendant di Renzi – il testimonial tecnocratico. Il fatto che ad esempio l’ex premier in loden Mario Monti abbia dichiarato di votare No, pare aver chiarito le idee a molti. Sebbene uno come Gianluigi Paragone (anche lui pro-No) si sia fatto perciò cascare le braccia: «Ditemi che è un patto segreto per far vincere il Sì», ha sibilato.

Mentre l’ex premier e giudice della Corte costituzionale Giuliano Amato riserva al solo privato il suo favore alla riforma, molto piano (col No) c’è andato pure Lamberto Dini, un altro notorio agitatore delle folle. In punta di piedi anche Elsa Fornero, l’ex ministra più amata dagli esodati: «Sono orientata al Sì, ma ci penserò ancora», ha chiarito dimostrandosi particolarmente consapevole del suo potenziale perversamente attrattivo verso il fronte opposto.

Il dinosauro di nusco
«Quando abbiamo saputo del faccia a faccia Renzi-De Mita, chez Mentana, il primo istinto è stato quello di organizzare il sequestro di persona per rinchiudere l’anziano leader democristiano in un covo dotato di tutti i comfort, ma ben sorvegliato per impedire la fuga dell’ostaggio fino al cinque dicembre mattina».

L’accogliente confessione riportata sul Fatto da Marco Travaglio, simpaticamente schierato sul fronte del No proprio come De Mita, riassume meglio di altre il sentimento di chi abbia in squadra un tale campione della prima Repubblica.

L’ex presidente del Consiglio, oggi sindaco di Nusco, del resto, ha dimostrato anche in quella occasione tv di ambire a essere un anti-testimonial in senso autentico: più che interessato a convincere l’uditorio, sembrava concentrato a colpire Renzi e la riforma, a proposito della quale ha osato gli argomenti più hard («e chi ci va nel nuovo Senato, la terza scelta?»).

L’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, nel gran giorno dell’adunata del No, non ha fatto meno spallucce: «Almeno di qua c’è chi sa leggere e scrivere», ha detto, col suo solito surplus di agitazione, a chiudere il discorso come se fosse seccato davvero.

Vengo anch’io
Ora: non è che invece nello schieramento avverso, da Giorgio Napolitano a Franco Marini, siano tutti ragazzini. Ma l’argomento del “vecchio arnese” non può essere brandito. Non certo da Massimo D’Alema, il quale in effetti, l’unica volta in cui ha provato a dire che sono gli anziani a votare sì, è stato respinto con perdite. Va a finire così che talaltri testimonial riescano miracolosamente a stare fuori dal tritatutto.

Forse anche perché non danno troppo fastidio. Nessuno per esempio si mette a dire dell’ex leader Udc Pier Ferdinando Casini, che ritrova improvvisamente un ruolo nel dire il suo sì, anche se nessuno lo spinge ad andare in tv. Un destino simile ai fratelli Craxi, Bobo e Stefania. Arruolati entrambi per il Sì, ma in due comitati diversi. Senza eccessivo clamore.

Operazione vestito buono
C’è in effetti chi avendo persino più potere se ne sta acquattatissimo. Denis Verdini, per esempio. Che pure ha contribuito non poco alla nascita dei mitici comitati Liberi sì, quelli di Marcello Pera, ex presidente del Senato, e Giuliano Urbani, già ideologo e tessera numero due di Forza Italia. Nel weekend della Leopolda Verdini stava appunto a tre chilometri di distanza dal tempio del renzismo, ma si è guardato bene dall’avvicinarsi («altrimenti scattano gli allarmi», è stata l’osservazione).

Denis si mimetizza («io non penso, io lavoro»), come altri cosiddetti impresentabili, tipo Vincenzo D’Anna: l’operazione ha anche un nome. La chiamano “vestito buono”.

Mi si nota di più
Ci sono poi testimonial che finiscono per camminare sul baratro del proprio opposto. Di una perigliosa tendenza Boldrini, nel senso di scarso appeal (quando non franca respingenza) sugli argomenti sostenuti, rilevano soffra a tratti Maria Elena Boschi. Il tema di quanto sia produttiva la sua presenza mediatica è stato oggetto di riunioni, a Palazzo (era crollata nei sondaggi di gradimento anche per la vicenda di Banca Etruria).

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E comunque, anche adesso che è ricomparsa, si esibisce nella autodifesa: «Uh, quanto ci sono o non ci sono in tv: mi sembra il film di Nanni Moretti», ha detto intervistata da Corrado Formigli. Precisando poi di aver fatto cinquanta interventi sul territorio e almeno quattro confronti tv. Come a dire: non è vero che faccio perdere voti. Appunto.

Scajola a nostra insaputa
C’è chi questo problema non se lo pone affatto, che anzi da anni tenta per iperbole di fare il giro opposto (e qualche volta ci riesce pure). Il forzista Renato Brunetta, per dire, noncurante di quanto il tutto alla fine possa davvero giovare alla causa, twitta e socializza dalla mattina alle sei e mezza fino a sera, quando crolla – con Whatsapp aperto, si suppone. Fa tutto da solo, «e faccio meglio di Filippo Sensi e Jim Messina messi insieme», si è vantato con decisione.

L’opposto insomma di quel Claudio Scajola che dopo aver scritto in primavera una lettera pubblica a Berlusconi per convincerlo al Sì, in autunno si è rifugiato anche lui nel No. Più che a sua insaputa, a insaputa di tutti gli altri.

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C’è in effetti che il referendum ha risvegliato moltissimi, anche dall’irrilevanza. Mario Segni, l’uomo che nel 1994 ha perso il biglietto vincente della lotteria, ha raccontato il suo Sì con una passione pari al rimpianto di non aver accettato di fare il vice di Prodi (nel ’96).

Luciano Violante, che ha abbandonato due anni fa il suo sogno alla Consulta dopo la ventesima fumata nera, ha referendariamente litigato con Armando Spataro pure dal barbiere Mimmo, a Torino.

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Ha preso posto di nuovo pure l’ex pm Antonio Ingroia, forse a segnalare che nonostante gli inciampi occorsi sin qui la sua storia politica prevede ulteriori capitoli, chissà. E pure non ha rinunciato alla pugna l’ex leghista Flavio Tosi, forse ringalluzzito dal fatto che Vasco Rossi avesse interdetto a Matteo Salvini l’uso politico di “C’è chi dice no”.

Convinto non troppo
In effetti, e forse è il frutto di questa stagione, si segnala una figura sin qui inedita: quella del testimonial apparente. O quantomeno enigmatico. Come Enrico Letta, che pure ha detto da tempo un convinto Sì ribadito «con forza», che però sembra contenere qualcosa che stride (forse è l’eventualità di uno #staisereno che aleggia).

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E il regista da Oscar Paolo Sorrentino: è andato con Renzi da Obama, ma richiesto di dire la sua, sul referendum si è sottratto con una specie di «devo ancora studiare».

Nel suo “The Young Pope”, del resto, c’è un premier giovane, strafottente, che ha preso il 41 per cento, e vien definito dal Pontefice «uno che non farà mai ciò che dice». Ma le scene – fanno notare i renziani – son state girate tra il 2014 e il 2015. Quindi forse chissà, forse nel frattempo pure lui si è convinto.

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