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L’alluvione del Polesine (novembre 1951)

polesine

Spuntava la mattina del 12 novembre, fredda, umida, bagnata da una chiazza di luce che aveva il colore della carne morta. E dai casolari di campagna, dalle stalle, dai cortili, bestie e uomini sfociavano nel fango delle strade, e si stringevano in colonna, lentamente, levando nuvole di fiato, con le poche masserizie stipate sui carri trainati da buoi, e avanzavano muggendo, belando, abbaiando, imprecando a mezzavoce sotto il cielo basso o pregando il Signore. Si dirigevano sull’argine, a vegliare il fiume in piena, a cercare riparo sull’unico rialzo della pianura, su quel terrapieno di dieci metri e mezzo che tentava di trattenere le acque, di arrestare la rabbia del Po che invece continuava a montare.
Le scuole avevano chiuso i battenti, i contadini avevano abbandonato i lavori dell’autunno ed il profumo delle vinacce, i preti si erano inginocchiati un’ultima volta davanti all’altare, a fissare il crocifisso, cercando nell’anima le parole più adatte, o restando in silenzio. Vacche, asini e cavalli avevano lasciato il tepore dei ricoveri, ed ora sentivano sulla groppa sferzate di aria fredda, e sentivano addosso tutto quel cielo, e quell’acqua immensa cui non erano avvezzi. Ogni bestia, ogni uomo, s’accampava accanto al fiume. Paesi interi, per tutta la lunghezza del Polesine, si erano trasferiti sugli argini, e stavano lì a scrutare la corrente, quell’acqua impetuosa, quasi nera, che al centro del Po disegnava una gobba, una cresta di drago, e che strisciava con ululati d’animale smangiando la terra, schiantando i pioppi delle golene, gli ampi bacini di riserva ormai colmati dalla piena.
Dopo aver costruito semplici ripari per la notte, con le grosse balle di paglia, rettangolari, usate come fossero mattoni, giovani e vecchi cominciavano a riempire sacchi di sabbia, per accatastarli sull’argine, in fila, nel tentativo di contenere le acque. Che salivano, ancora, e avrebbero continuato a farlo fino alla sera del 14, alla tragica sera della rotta.

Ma intanto, prima che gli argini si aprissero all’infuriare della piena, una nuova sciagura s’andava abbattendo su questi contadini grigi, chiusi nei loro tabarri, su questi uomini silenziosi del Po che ascoltavano il respiro del fiume, ne decifravano ogni battito, ogni rantolo, ogni singhiozzo. Una nuova calamità, inattesa, precipitava sulla gente dimenticata del Polesine, e assumeva le sembianze di uno Stato estraneo, di una burocrazia insipiente, ottusa, che sollevando cumuli di polvere dalle scrivanie emetteva direttive, ordinanze, diffide, senza nulla conoscere di ciò che stava accadendo fuori da quegli uffici ovattati, galleggianti nell’assurdità tragica del potere.
Così, nella decisiva giornata del 14, veniva emanato un ordine di evacuazione per i paesi più occidentali del Polesine, che ancora resistevano alle acque, ignorando che invece il dramma stava accadendo trenta chilometri più a valle, ad Occhiobello, dove il fiume scavalcava le ultime barriere e si apprestava ormai ad esondare.

Fu il sindaco di Occhiobello che, alle ore 15 di quella tragica giornata di novembre, balzò in sella alla sua bicicletta e si precipitò dal parroco, ordinandogli di suonare a stormo le campane. Fu questo sindaco di campagna, semplice e fiero, che ignorò il divieto della prefettura e fece evacuare il paese. Cinque ore dopo il Po avrebbe squarciato gli argini proprio ad Occhiobello, e sarebbe dilagato nella piana, provocando un centinaio di vittime e 200mila sfollati, nella più dimenticata apocalisse del nostro dopoguerra.

Alessandro Franceschetti – Contro la disinformazione

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