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Oltre l’eroe: il “processo” rivoluzionario – Carmilla on line

carmillaonline.com – Oltre l’eroe: il “processo” rivoluzionario  – di Fabio Ciabatti

“La prassi di liberazione non è solipsista, effettuata da un soggetto unico e geniale: il leader… È sempre un atto intersoggettivo, collettivo, di consenso reciproco… È un’azione di ‘retroguardia’ dello stesso popolo”.1 Per quanto condivisibile, questa affermazione di Enrique Dussel appare in contrasto con il fatto che ogni rivoluzione sembra avere il suo eroe da cui le sue sorti appaiono, almeno in certa misura, dipendere: da Robespierre a Toussaint Louverture, da Lenin a Mao, per finire con Morales e Chavez. Per questo occorre decostruire la figura dell’eroe, non per negarne l’esistenza o l’importanza, ma per cercare di collocarla nella sua effettiva dimensione.

A questo proposito il Sud America contemporaneo rappresenta un interessante laboratorio e in questo ambito mi sembra utile partire dalla figura di Chavez attraverso un recente libro: We Created Chavez.2

Secondo l’autore, George Ciccariello-Maher, per capire l’effettivo ruolo svolto dal leader venezuelano, occorre riscrivere la storia dal basso e ciò significa cambiar l’arco temporale di riferimento: la storia dall’alto si concentra sul 1992 (il fallito golpe di Chavez contro un governo colpevole di una sanguinaria repressione nei confronti del popolo) e sul 1998 (la prima vittoria elettorale di Chavez) e cioè sul progetto individuale, sulla presa dello stato, sul potere costituito; la storia dal basso si concentra invece sul 1989 (la rivolta popolare passata alle cronache come il Caracazo, quella che dà il la all’azione di Chavez) e sul 2002 (la vittoriosa resistenza popolare al golpe anti Chavez), riconoscendo che il progetto individuale si appoggia su una base di massa, sul potere costituente.

Nel 1989 il presidente Pérez vara un feroce pacchetto di riforme neoliberiste. La rivolta popolare è spontanea e massiccia.

Si verifica un ampio coordinamento tra le singole realtà e una veloce politicizzazione dei saccheggi. Il governo dichiara lo stato di assedio: 300 sono i morti ufficiali, molti uccisi nelle loro case. Gli ingenti aumenti della benzina rompono il patto sociale venezuelano che vede i prodotti del sottosuolo come proprietà comune.

Il Caracazo rompe l’illusione dell’armonia sociale e dell’eccezionalismo venezuelano, e finisce per portare a una divisione nell’esercito.

Nel 2002 si assiste a un’inedita alleanza tra il potere costituito e il potere costituente: i ministri del deposto governo di Chavez si mettono sotto protezione dei movimenti sociali – soprattutto delle milizie armate del Barrio 23 de Enero – mentre questi scendono in piazza per ristabilire l’ordine costituzionale.

Milioni di poveri venezuelani sono scesi in modo apparentemente spontaneo dalle colline che circondano Caracas, bloccando ogni strada, convergendo verso il centro. La repressione dei golpisti è rapida e severa. L’esercito fedele a Chavez si muove, ma soltanto sotto la spinta del popolo.

La reazione spontanea di massa che si verifica in entrambi i casi non deve farci dimenticare che la spontaneità è il frutto di sforzi organizzativi durati decenni, soprattutto nell’ambito del sottoproletariato urbano, la base più solida del chavismo. L’urbanizzazione di massa, rapida e selvaggia, porta gli abitanti dei barrios a confrontarsi sia con la mancanza dei più elementari servizi, sia con la violenza poliziesca.

Si avviano così dinamiche di autogoverno dei barrios con tanto di milizie armate a scopo fondamentalmente difensivo. La prassi politica, che vede come protagonisti gli stessi abitanti dei barrios, è a cavallo tra legalità e illegalità e dà luogo a un intenso intervento sociale. Compito unificante è la cacciata dei narcotrafficanti.

In questo periodo le rivendicazioni di classe hanno dunque acquisito un connotato territoriale dando vita a una sorta di coscienza o cultura del barrio, luogo in cui le tradizioni della comunità rurale contemporaneamente si riproducono e si trasformano (per esempio l’abitudine di cucinare e bere collettivamente all’aperto), generando comunità di vicinato.

La concentrazione dei corpi nelle favelas, quale precondizione dell’aggregazione politica, sostituisce quella precedentemente esperita nei posti di lavoro.

È questo il meccanismo che ha supportato le prime assemblee popolari che fiorirono nel periodo precedente al Caracazo, e, nel periodo immediatamente successivo, i circoli patriottici e i circoli bolivariani, fino ai più recenti consigli comunali.

Il ruolo svolto dal lavoro informale è dipeso dalla sua posizione strategica: il sottoproletariato, lavorando nell’ambito della circolazione e della riproduzione, con la sua alta mobilità e presenza quotidiana nelle animate vie urbane, coordina e mette in connessione la città.

Ma c’è di più. Si tratta di una componente sociale molto numerosa (dal 35% nel 1980 al 53% nell’1989) connotata da rivendicazioni immediatamente politiche, non avendo canali sindacali tramite cui esprimersi.

La storia del fallito colpo di stato ci suggerisce che il potere di Chavez è dipeso, in ultima istanza, dalla mobilitazione popolare e armata, e dalle organizzazioni che erano alla sua sinistra, nonostante queste ultime siano state talvolta attaccate duramente dallo stesso presidente venezuelano.

Questi settori non erano legati alla persona di Chavez, ma a ciò che egli rappresentava, a quello che viene definito il “processo”. Si tratta di un appoggio condizionato.

Chavez dunque è stato, almeno in parte, espressione di un potere alternativo dal basso che non ha conquistato il potere statuale, ma ha collocato una persona in una posizione strategica all’interno dello stato. O, per meglio dire, Chavez stesso è stato l’oggetto di una lotta per l’egemonia.

Di certo, durante questa lotta, il presidente venezuelano si radicalizza progressivamente e di conseguenza interviene più volte dall’alto per facilitare lo sviluppo del potere rivoluzionario dal basso, per esempio attraverso la legge sui consigli comunali.

Si tratta in sostanza di una dinamica di dualismo di potere, cioè di una costellazione intrinsecamente instabile di forze che, come tale, non può consolidarsi, ma deve espandersi o recedere. La presa del potere diviene essa stessa un processo, spinto e, almeno a tratti, egemonizzato dal basso.

Questa spinta dal basso acquisisce una sua forza decisiva dopo un periodo di dispersione delle forze popolari, conseguente alla sconfitta della guerriglia. Una molteplicità di movimenti e lotte, nate e sviluppatesi autonomamente, hanno trovato una riunificazione nella catena degli eventi che parte dal Caracazo e arriva all’elezione di Chavez.

Il problema dirimente da risolvere a questo punto è: come è avvenuto questo processo di unificazione attorno all’immagine di Chavez? O, detto altrimenti, è Chavez che crea questa unificazione o è il processo di unificazione che crea la figura di Chavez? Secondo Ciccarello-Maher, la dinamica in questione può essere compresa attraverso due modalità: da una parte con il concetto di significante vuoto di Laclau, dall’altra, attraverso ciò che Dussel (seguendo Boaventura de Sousa) chiama “dialogo e traduzione” tra le componenti del blocco chavista.

Sarà utile ribadire a questo punto che quanto si sta in questa sede sostenendo non mira a negare l’importanza di figure come quella di Chavez. Uno dei personaggi intervistati nel libro che abbiamo fin qui analizzato, Valentin Santana, leader del Barrio la Piedrita, sosteneva che il presidente venezuelano era l’unico in grado di evitare che lo scontro sociale nel paese sudamericano si trasformasse in guerra civile.

Chavez era dunque un punto di equilibrio tra le forze in campo e, al tempo stesso, colui che poteva contribuire in modo significativo, dall’alto, a spingere in avanti il “processo”.

In effetti, dopo la morte di Chavez e la successione di Maduro, leader senz’altro meno carismatico del suo predecessore, la guerra civile è uno dei possibili esiti della vicenda venezuelana.

In ogni caso le possibilità di proteggere le conquiste della rivoluzione bolivariana sotto pesante attacco sarebbero praticamente nulle se esse fossero dipese completamente o in larga misura dall’azione del defunto leader.

La speranza sarebbe ancora viva se invece queste conquiste fossero il frutto di una prassi di liberazione collettiva.

  1. Enrique Dussel, 20 tesi di politica, Asterios, 2008, p. 137. ↩
  2. George Ciccariello-Maher, We Created Chavez. A People History of Venezuelan Revolution, Duke University Press, 2013↩
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Sorgente: Oltre l’eroe: il “processo” rivoluzionario – Carmilla on line

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