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Spazio urbano e lotta di classe

di Leonardo Lippolis

La lotta per liberare lo spazio urbano sarà la nuova lotta di classe

Luogo storico dell’emancipazione dai vincoli oppressivi della tradizione e della comunità chiusa dell’epoca premoderna, la città, con il capitalismo, è divenuta strumento dei suoi processi di alienazione ma anche luogo della possibilità e della chance rivoluzionaria.

È difficile dire cos’è la città oggi; nonostante alcuni tratti comuni, sono tante le differenze tra quello che accade nel vecchio Occidente e nel resto del mondo, quello in espansione in Asia, Sudamerica, Cina e Africa. Il dato certo è che lo stucchevole dibattito di alcuni ambienti militanti sul contrasto città-campagna è surclassato dalla realtà, per cui l’urbanizzazione, ovvero l’espansione di giganteschi agglomerati abitativi dai confini sempre meno definiti, è una tendenza in atto in tutto il globo.

La Cina è lo specchio dei tempi; nelle sue megalopoli di decine di milioni di abitanti si sperimentano le forme più estreme del cambiamento. Da qualche mese, per esempio, a Pechino è in costruzione un muro che reclude in sterminate periferie circa due milioni di contadini da poco immigrati nella capitale, attratti dal boom economico e dalla possibilità del lavoro di fabbrica. Posti di guardia, telecamere e pattuglie militari controllano gli accessi e i confini tra la città e questi ghetti che rimangono chiusi dalle 23 alle 6 del mattino. Di giorno i reclusi della città-prigione possono entrare e uscire solo con un pass che certifica la loro identità, l’appartenenza etnica, l’occupazione e un numero di telefono.

Mentre questa soluzione semplice e brutale ai problemi determinati dallo sviluppo urbanistico è già in estensione alle altre grandi città cinesi, la ricca borghesia di Shangai ne ha trovata anche una più esclusiva. Shangai è considerata il più grande laboratorio sperimentale dell’architettura di oggi, ma i problemi sociali derivanti dalla sua continua trasformazione sono gli stessi di tutte le megalopoli del globoin primis la nevrosi securitaria, e la sua borghesia preferisce togliersi dai riflettori e rifugiarsi in alcune cittadelle fortificate costruite apposta per le sue esigenze.

Sono ben dieci infatti le città “a misura d’uomo”, per un massimo di centomila abitanti l’una, che i principali studi architettonici europei e americani hanno costruito attorno a Shangai, riproducendo ognuna un tipico paesaggio urbano europeo (ci sono una piccola Londra, Parigi, Amsterdam ecc.). Di fatto queste città sono dei dormitori di lusso che al mattino si spopolano dei ricchi abitanti, diretti al lavoro nel cuore di Shangai, e restano deserte tutto il giorno, attraversate soltanto da truppe di guardie al servizio della sicurezza (?) delle strade e da squadre di immigrati sottopagati per tenerne pulito il deserto umano e sociale. Mentre i vecchi quartieri popolari di Shangai vengono rasi al suolo in nome della crescita economica, seppellendo sotto le proprie macerie forme di vita e socialità secolari, l’idea di felicità del nuovo che avanza è ben rappresentato dall’ordine, dalla geometria e dal silenzio di queste città nate morte.

Queste gated communities (“comunità recintate”), nate negli anni settanta negli Stati Uniti come utopia residenziale della borghesia ossessionata dai pericoli della metropoli e rapidamente diffusesi ai quattro angoli del globo, rappresentano la forma più compiuta della negazione della città come luogo del possibile. Nelle megalopoli in espansione del Terzo e Quarto Mondo esse sono assediate dai quartieri poveri dove si ammassano tutte quelle persone respinte da un’economia sempre più spietata. Esse concretizzano lo scenario urbanistico delle future tensioni sociali; i cancelli che separano le favelas da questi ghetti per ricchi suggeriscono un’imminente guerra civile planetaria. Per capire qualcosa di questi conflitti a venire è interessante leggere i rapporti con cui gli strateghi della NATO hanno da tempo previsto che il controllo delle future metropoli (il 2020, secondo loro, è l’anno critico, cfr. Urban Nato 2020) dovrà essere affidato a truppe militari specializzate, addestrate alla guerriglia urbana di Baghdad e Mogadiscio. Per avere invece un’immagine di ciò che, a livello umano, psicologico e sociale, cova nei ghetti dei privilegiati è sufficiente leggere i geniali ultimi romanzi scritti da J. Ballard: non è “il sonno della ragione” che cova lì, è qualcosa d’altro, partorito nei due secoli successivi a quel celebre monito illuminista, ma il risultato è lo stesso…

Ma la storia continua a non essere un percorso lineare, né nel bene (il progresso, la rivoluzione) né nel male (la catastrofe, la guerra civile) e anche alle latitudini dove si palesa in modo più evidente la crisi in atto esistono forme di autogestione sociale e di autocostruzione materiale che indicano una via d’uscita dall’autostrada spalancata verso il baratro.

Altrettanto certo è che le “nostre” città occidentali sono luoghi sempre più alienanti. Tutta l’organizzazione dello spazio urbano congiura per negare la natura storica della città come luogo dell’incontro e del possibile. Erosione dei legami sociali; concatenazione di luoghi anonimi dispersi e privi di confini riconoscibili; declino degli spazi pubblici, considerati territori pericolosi da disertare. Tutto ciò ha fatto delle nostre città delle città morte, dei luoghi in cui gli individui sono consegnati all’isolamento, all’autoreclusione e al reciproco controllo.

Eppure il progetto totalitario del capitale era già chiaro nei primi anni del Novecento. Mentre George Simmel, Walter Benjamin e Sigfried Kracauer avevano già descritto la natura di questa evoluzione a partire proprio dalla lettura delle trasformazioni delle forme di vita in atto nelle grandi città, il più grande architetto del secolo, Le Corbusier, l’inventore dell’idea che la casa è una “macchina per abitare”, sanciva che, prima di costruire le case in serie in cui rinchiudere i proletari, bisognava costruire e inventare lo spirito per abitarle, queste case in serie. E questo progetto di omologazionedella vita delle persone in un periodo di grandi sommovimenti sociali avveniva al grido esplicito di “architettura o rivoluzione”. Quello di Le Corbusier era un discorso destinato ad essere storicamente vincente: i vecchi quartieri popolari dovevano essere rasi al suolo perché insalubri, ma soprattutto perché socialmente pericolosi, focolai per un rivoluzione allora possibile, e le persone dovevano essere deportate in quartieri-dormitorio anonimi e privi di socialità, funzionali alla città-macchina. Case in serie per un’umanità macchinizzata.

E cosa poteva significare inventare questo spirito se non stravolgere la vita delle persone secondo il principio che la vita dell’uomo deve ridursi alla soddisfazione di quattro bisogni fondamentali, ovvero, “lavorare, consumare, circolare e abitare”? Le città, per essere moderne, e cioè funzionali ai rinnovati bisogni del capitalismo, dovevano essere distrutte e ricostruite secondo questi parametri, come decretò la “Carta d’Atene”, il documento fondamentale dell’urbanistica contemporanea elaborato nel 1933 da un pool composto da Le Corbusier e dai più importanti architetti mondiali. E da allora questo progetto è stato portato avanti con costanza ed efficacia, magari non nel dettaglio dei farneticanti progetti urbanistici di allora (vedi la ville radieuse dello stesso Le Corbusier), ma sicuramente nella sua sostanza.

Chi infatti può mettere in dubbio che nelle città di oggi la nostra vita è organizzata in modo da dare spazio a qualcosa di diverso che non sia lavorare, consumare, avere una casa (per tacere di “quali case” e a “quali condizioni” per ottenerle) e circolare tra i luoghi deputati a queste attività? Esiste ancora lo spazio pubblico? Esistono luoghi per qualche attività “inutile”, socializzante, creativa? Qualcuno può negare che la strada abbia perso qualsiasi funzione che non sia quella della pura circolazione? E Le Corbusier aveva predetto la necessità di “abolire la strada”…

Se lo sventramento dei centri urbani, la loro trasformazione in centri amministrativi (o, in casi “meritevoli”, in musei a cielo aperto), e la distruzione dei quartieri con la cacciata della popolazione in desolanti quartieri-dormitorio di periferia, sono gli innegabili tratti fondamentali delle trasformazioni urbanistiche del Novecento, l’applicazione dello stesso modello alle Pechino e alle Shangai di oggi dimostra quanto questo processo continui ad essere attuale.

Come non notare che la cultura del sospetto e del pericolo alla base della dilagante paranoia securitaria è insita nella logica di fondo del funzionalismo, ovvero nel fatto che se un abitante della metropoli fa qualcosa che non risponde a uno di questi quattro dogmi antropologico-urbanistici, è un sospetto? Ciò che non ha un’utilità al ciclo produzione-consumo-svago non ha diritto di esistere nella città; è attività non solo superflua, ma non concessa. La richiesta di maggior sicurezza, priorità nell’agenda di tutti i governi del mondo “sviluppato” o in sviluppo, è incentrata proprio sull’idea di rendere la vita urbana ancora più sterile e anonima, ed è la diretta conseguenza dell’isolamento a cui l’individuo è costretto nelle città nel momento in cui l’organizzazione dello spazio e della vita quotidiana rompe i legami sociali e le forme di vita tipiche del vecchio tessuto urbano.

È ovvio che strade che vivono solo in funzione delle merci e che si svuotano nel momento in cui il ciclo produttivo della giornata s’interrompe, diventano inospitali e “pericolose”, perché non ospitano più relazioni sociali consolidate. Decenni di organizzazione della solitudine e dell’alienazione hanno prodotto l’odierna cultura della paura.

Sarebbe semplice dimostrare come i situazionisti avessero colto l’essenza di queste trasformazioni così cariche di conseguenze nel momento in cui sorgevano, in Europa tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Basta constatare che tutta la critica sociale odierna utilizza categorie simili a quelle della “società dello spettacolo” per descrivere (ma non più per contestare, perché il pensiero debole dà per certo che il “futuro è morto”) il carattere totalitario del capitalismo e l’idea che a causa sua il mondo sia diventato un luogo inospitale sull’orlo della catastrofe.

Di fronte all’alienazione e all’istupidimento prodotti dalla società dello spettacolo, oggi tutti denunciano il pericolo combattuto dai situazionisti cinquant’anni fa, ovvero la scomparsa della possibilità stessa di pensare un mondo e relazioni umane sottratti alla logica mercantile.

Sarebbe altrettanto semplice constatare la lungimiranza dei situazionisti stessi nell’analisi delle trasformazioni delle città degli anni Cinquanta, ovvero la chiara percezione dello sradicamento e dell’insensatezza dei tempi di vita urbani soggetti al meccanismo spietato di produzione-consumo del neocapitalismo. In fondo, come esempio, basterebbe ricordare che nel 1961, nel pieno boom della costruzione delle “nuove città” francesi (le banlieues), l’IS scriveva che “i privilegiati delle città-dormitorio non potranno che distruggere”, e sottolineare quanto, nelle infinite analisi sulle rivolte scoppiate nel 2005 in quei “luoghi del bando”, siano state sottovalutate proprio l’importanza e il significato della dimensione urbanistica.

È meno scontato, ma forse più interessante, riflettere sull’attualità del progetto costruttivo dei situazionisti, apparentemente così demodè. Consapevoli che il processo di deumanizzazione portato avanti dal neocapitalismo si stava imponendo attraverso la colonizzazione della vita quotidiana in nome della necessità utilitaristica, i situazionisti erano convinti della necessità di creare e diffondere un diverso sentimento dello spazio e del tempo sociale. E ciò doveva e poteva avvenire sul terreno privilegiato delle città, luogo storico del conflitto e della possibilità di trasformazione dell’esistente. La città ospita e crea forme di vita ed esperienze; le forme di vita e le esperienze creano un immaginario; l’immaginario crea desideri e bisogni nuovi. Nell’ipotesi di questa concatenazione materialista sono racchiusi il senso della scommessa con la storia provata dai situazionisti e anche la sua possibile validità odierna.

Fino a ieri questa capacità d’invenzione della città come luogo del possibile è stata fortemente riconosciuta. Oggi, sulle ceneri della lotta di classe e all’ombra di una guerra civile che alcuni credono imminente, è proprio sulla critica della vita quotidiana alla base del discorso situazionista sulla città che si muovono alcune delle esperienze sociali più interessanti.

È la cronaca stessa che dimostra come la questione del territorio sia sempre più centrale nel campo delle lotte. Solo per restare in Italia ci sono almeno due situazioni che aprono le possibilità di una riflessione interessante: il movimento Notav e il terremoto dell’Aquila (ma si potrebbe parlare anche delle rivolte a Napoli sulla questione-rifiuti), sono solo gli esempi più eclatanti del fatto, evidenziato in particolare da Miguel Amoros, che i principali movimenti di lotta di oggi sono legati a tematiche che non hanno più a che fare con le categorie economicistiche care alla sinistra tradizionale, ma a qualcosa che mette in gioco il qualitativo del quotidiano di persone e comunità.

Per il capitale non esiste distinzione tra città e campagna. Il capitale non ha neanche più un’idea di città, tanto da averle di fatto annullate e spappolate. Il capitale ha bisogno soltanto di organizzare il territorio in funzione dei propri bisogni utilitari. È il territorio in sé che deve essere funzione della macchina economica. Per il capitale lo spazio stesso è un nemico, una perdita di tempo, un intoppo nel ciclo produzione-consumo. Il progetto della TAV dimostra questo: il treno ad alta velocità non è niente di più che uno strumento per annullare lo spazio tra due città, uno strumento che trasforma ancor più lo spazio extraurbano, quel che resta di valli e campagne, in funzione di una metropoli che a sua volta perde qualsiasi confine. Nella loro volontà di non vedere il proprio territorio sventrato dalle necessità assurde dell’alta velocità, gli abitanti della Val Susa mettono quindi in atto una critica pratica delle necessità del capitalismo. A L’Aquila, invece, dapprima la costruzione di campi di emergenza ad opera della Protezione Civile, costitutivamente parenti dei campi di concentramento, ha confermato una volta di più qual è il confine tra stato di diritto e stato d’eccezione nei moderni stati democratici; successivamente la creazione delle New Towns, orribili metastasi di cemento in cui deportare la popolazione sfollata dalla città, ha invece dato un ulteriore prova di quanto spazio il dominio conceda all’autonomia e all’autogestione della vita delle persone, anche in situazioni di eccezionale emergenza. In questo senso la sollevazione della popolazione aquilana contro la gestione totalitaria dell’emergenza terremoto ha messo in pratica una critica dello Stato, la messa in discussione della delega e il tentativo di rivendicare forme di democrazia diretta e di autogestione.

Ecco due esempi concreti di come, alla base delle lotte odierne che riescono a rompere i limiti angusti delle militanze politiche per essere dirompenti, ci sia volontà di non perdere qualcosa, come un territorio con le sue caratteristiche ambientali e sociali, che viene ancora ritenuto importante nella qualità della vita quotidiana di una collettività. Ma anche nelle disperate e disperanti metropoli d’oggi ci sono manifestazioni significative della stessa forza di opposizione alla rassegnazione. Nonostante la sua necessità di annullare lo spazio, il capitale non può di fatto materialmente riuscirci del tutto e nello scarto prodotto dal contrasto tra questa volontà e la realtà fisica delle città si aprono spazi imprevisti che offrono alle persone possibilità di infiltrarsi, appropriarsi e vivere diversamente dei luoghi, creare delle situazioni.

A distanza di cinquant’anni, nonostante i quartieri e le sue forme di socialità siano irrimediabilmente scomparsi, le pratiche antiutilitarie proposte dai situazionisti restano realizzabili e valide: utilizzare in modo creativo e ludico lo spazio-tempo sociale, riappropriarsi di spazi abbandonati per praticare forme di autogestione, ricostruire forme di solidarietà e di socialità, sono tutte forme di lotta non solo sempre possibili ma che dimostrano di attrarre le persone che non si rassegnano all’impotenza.

Gli orti urbani, nati negli anni Settanta e in continua espansione, sono un esempio concreto, semplice quanto significativo, di questa attitudine di riappropriazione della città. I situazionisti avevano suggerito che solo da un progetto di autocostruzione e autogestione di esperienze condivise può svilupparsi una possibilità di resistenza e ribaltamento della cappa totalitaria del dominio dell’economia. Oggi più che mai questo bivio è evidente. Di fronte allo spettro della barbarie, la rabbia nichilista che non riesce a nutrirsi di un progetto costruttivo, risulta sterile. I fuochi, pur appassionati e appassionanti, delle banlieues francesi stanno a dimostrarlo.

Contemporaneamente molte lotte portate avanti da schiere di volenterosi militanti ci suggeriscono che il richiamo all’etica e la mobilitazione dell’indignazione degli “altri” contro le peggiori nefandezze e nocività di questo sistema di morte non bastano. E il discrimine tra una lotta partecipata e una autoreferenziale non passa da questioni annose, come la falsa alternativa pacifismo o uso della violenza, ma dal coinvolgimento o meno delle persone in questioni che sentono riguardare da vicino il qualitativo del loro quotidiano.

Per questi motivi, a chi osserva e vuole influenzare i mutamenti in atto, il creare forme di vita ed esperienze condivise, così come l’inventare un nuovo immaginario e nuovi desideri, non appariranno slogan di una rivoluzione utopistica del passato, ma i possibili nodi di svolta per un’ipotesi concreta di una trasformazione dell’esistente, che risulta più necessaria e urgente che mai.


Sorgente: Leonardo Lippolis: Spazio urbano e lotta di classe

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