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Saviano: “I bambini killer di Napoli e gli operai di Trump sono il frutto delle nuove caste” – La Stampa

Sabato 12 novembre Roberto Saviano presenterà il suo libro al Nuovo Teatro Sanità di Napoli alle 18.30 con Mario Gelardi

lastampa.it – Saviano: “I bambini killer di Napoli e gli operai di Trump sono il frutto delle nuove caste”Saviano oggi torna nella sua città: la crisi ha creato una massa di dimenticati

massimo vincenzi
torino – C’è un palcoscenico immaginario dove si muovono assieme, fianco a fianco, l’operaio del Mid West che ha sfogato la sua rabbia e frustrazione votando Trump e i soldati bambino che incendiano le strade di Napoli nella nuova guerriglia di camorra. Sembrerebbe impossibile, ma l’occhio della letteratura ha il dono di fare il suo giro e trovare dentro sguardi obliqui l’approdo disvelatore della verità.

La chiave di lettura è di Roberto Saviano, lo scrittore che non accetta il recinto della finzione, come un minatore intento a scavare il mondo che ci circonda. In libreria c’è il suo nuovo lavoro, La paranza dei bambini, ma il romanzo non resta sugli scaffali, si muove tra noi e ci aiuta a capire un po’ meglio quello che i saggisti e i politologi spiegheranno tra qualche anno.

Il libro parla di Napoli e le nuove leve della malavita, ma, anche se l’apparenza c’entra poco, vorrei partire da Trump. Lei vive negli Stati Uniti a lungo e da tempo, che impressione ha avuto di queste elezioni?  

«Tutti ripetono che nessuno aveva capito niente di quel che stava per accadere: ma c’è un motivo se è andata così, se siamo rimasti tutti sorpresi. La realtà in questo momento è talmente complessa che non bastano i giornalisti o gli analisti per decriptarla: servirebbe l’occhio degli intellettuali, che in America invece hanno rinunciato completamente alla loro funzione.

Tranne Gay Talese, non trovate un intervento, un articolo di un grande scrittore su Trump, se non generici appelli pro o contro. Sarebbe stato utile uno come John Steinbeck o Truman Capote ad anticiparci il successo di Trump.

C’è una middle class sempre più impoverita e impaurita che ama il suo linguaggio diretto e violento: magari non ne condivide il contenuto, ma la forma prevale sul contenuto. Invece no, zitti, stanno tutti zitti. Tanto che a me, i colleghi americani chiedono sempre: ma perché scrivi di un’inchiesta o di politica, cosa ha a che fare con il tuo lavoro, ma non ti stufi?».

Glielo chiedo anch’io. In tutti questi anni non si è mai stancato di stare dentro il cuore vivo della polemica, sotto attacco e sempre messo in discussione. Chi glielo fa fare?  

«Certo, ho avuto momenti di sconforto ma a darmi coraggio c’è un sentimento poco nobile: quello della vendetta, non voglio darla vinta a chi mi ha sempre attaccato usando le solite armi: o “quello lì copia” o, all’apparenza il meno grave ma altrettanto pericoloso, “questo lo si sa da anni”. Formula perfetta per abbassare il volume sulle cose che uno vuole raccontare e che invece farebbe più comodo a tutti tacere. Ecco io non mi fermo, non spengo la mia voce».

Ma la letteratura ha ancora una funzione sociale?  

«Io ci credo, ne sono convinto: è il vero motivo per cui scrivo. Oggi il libro allarga i suoi confini: diventa teatro, cinema, televisione e in questo orizzonte può e deve incidere sulle nostre vite, dare il proprio contributo a costruire un futuro più giusto, un mondo migliore. E non è vero che ai boss quello che scriviamo non interessa o non dà fastidio: pensa che incrocio incredibile tra fiction e realtà quando il mio libro sulla cocaina, 000, è stato trovato nel covo di El Chapo».

Chi sono i bambini di Paranza?  

«Sono veri e propri soldati bambini con armi da guerra, spietati che giocano in prima persona e sono diventati i protagonisti assoluti del territorio. I grandi boss hanno fornito i mezzi per gestire le piazze e i giovani se le sono prese con ferocia e voracità. Anche se alla fine si illudono: i veri capi. quelli che tirano le fila, sono sempre i vecchi delle famiglie».

Nel libro appaiono ossessionati dai soldi e dal lusso. È così?

«Hanno gli stessi ideali, purtroppo, di tutti i ragazzi del mondo in quest’epoca: vogliono essere ricchi, e lo vogliono subito senza faticare, senza perdere tempo. Adorano i rich kids, quelli che postano le loro foto da straricchi sui siti, e vogliono essere come loro».

Un dettaglio mi ha colpito dei protagonisti: sono figli della piccola e media borghesia, non sono, come si potrebbe immaginare, sottoproletari urbani. Perché?  

«È un altro degli elementi di contatto con gli Stati Uniti: c’è un’intera classe sociale strozzata dalla crisi che scivola sempre più in basso e le famiglie incapaci di reggere l’urto implodono. Questi ragazzi di Napoli vedono i loro genitori strozzati dal mutuo per la casa, dal prestito per l’auto e decidono di prendere la scorciatoia, per se stessi ma anche per la mamma e il papà, per tirarli fuori da quella miseria».

Il filo dunque che lega l’elettore arrabbiato di Trump alla realtà che lei racconta qual è?  

«Ovvio che ci sono differenze enormi, specificità che sarebbe sbagliato assimilare ma il dato comune sono i dimenticati, quelli messi ai margini. Intere parti sociali vengono fatte a brandelli, lasciate fuori da tutto, dal lavoro, dall’istruzione, dalla vita insomma, nel nome di un progresso sempre più veloce.

La verità è che sono tornate le caste. I nostri genitori lottavano duramente, lavoravano sapendo che avrebbero avuto l’occasione di salire un gradino della scala: si sarebbero potuti comprare un appartamento, mandare a scuola i figli. Adesso non è più così. Sai già in partenza che non ce la puoi fare, che sei e sarai sempre un escluso.

Non parlo solo dei proletari ma anche dei borghesi che vedono ormai impossibile un futuro migliore per sé e per i propri figli. Negli ultimi tempi mi ha colpito un dato: guardate il censo degli scrittori americani più famosi, sono tutti ricchi o molto ricchi. Questo è un segnale, significa che a interi strati della popolazione sono chiuse le porte dei lavori intellettuali».

E da qui alla rabbia il passo è automatico.  

«Esattamente. Quelli che restano fuori cercano il colpevole, quello che li ha messi in disparte e poi nutrono invidia. Forse oggi il sentimento più popolare, generato e alimentato da Internet: una volta nessuno sapeva come vivevano i ricchi, ora li hai sotto gli occhi e questo ti fa impazzire, ti senti un fallito, un signor nessuno. I ragazzi di Napoli vedono questi video di lusso sfrenato e si dicono: quanti straordinari dovrei fare per arrivare lì? E la risposta li porta sulla strada».

All’inizio parlava del linguaggio di Trump, cosa l’ha colpita?

«È un altro dato globale. Lui usa frasi sgradevoli, insultanti, razziste e sessiste ma chi le ascolta le percepisce per vere, genuine. La maleducazione è il nuovo grande lasciapassare. La donna del Texas che sente aggredire un’altra donna magari non lo condivide ma in un angolo della mente pensa: però è sincero. Oggi il paradosso è che la buona educazione viene vissuta come falsa, come un trucco usato dal potere per ingannare i più poveri».

Dopo due anni, oggi torna a Napoli a presentare nel Rione Sanità il suo libro, cosa prova?  

«Una grande emozione e gioia. Il Nuovo Teatro Sanità è un luogo a me caro, che aiuto da anni insieme ai preti di strada e agli altri volontari. È un posto magico con ragazzi animati da un’enorme passione e molti di loro sono anche bravissimi: accadono cose eccezionali su quel palco. Anche se non diventeranno attori professionisti imparano che esiste un mondo migliore da costruire e dove vivere. E poi il ritorno mi procura una gran fame».

Scusi?  

«Sì, fame, golosità allo stato puro: in quelle strade c’è un posto che a detta dei critici anglosassoni fa la miglior pizza al mondo, di solito non ci azzeccano ma questa volta hanno ragione in pieno. E poi c’è un dolce inventato da un pasticcere geniale: si chiama fiocco di neve. Non vedo l’ora».

Sorgente: Saviano: “I bambini killer di Napoli e gli operai di Trump sono il frutto delle nuove caste” – La Stampa

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