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“Non so se so’ patate o so’ fascisti”. 95 anni fa la mobilitazione popolare a Roma e nel Lazio contro il III Congresso nazionale fascista.

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Tra il 7 e l’11 novembre 1921 si tiene al teatro Augusteo di Roma il III Congresso nazionale dei Fasci italiani di combattimento, con la nascita del Partito nazionale fascista (Pnf), una volta sanata, attraverso l’abbraccio tra Mussolini e Dino Grandi, la frattura tra l’ala “romana”, cioè quella facente capo al primo, più attenta alla diplomazia e ai rapporti con le forze liberalconservatrici, e quella dei ras di provincia, propensi alle maniere forti. La frattura si era verificata nell’estate, soprattutto a seguito dei fatti di Viterbo e Sarzana, le due città in cui, su iniziativa degli Arditi del popolo, la popolazione si era sollevata impedendo ai fascisti l’ingresso all’interno dei propri centri abitati, causando la rottura, seppur per breve periodo, di quella connivenza della forza pubblica con lo squadrismo fascista che durava da diversi mesi. La battuta d’arresto aveva scosso Mussolini spingendolo a firmare i Patti di pacificazione e, addirittura, a proporre a popolari e socialisti un governo di solidarietà nazionale, nel disappunto dei ras che nella Valle Padana faranno affiggere manifesti e striscioni con scritto “Chi ha tradito tradirà”, evidente allusione ai trascorsi mussoliniani.
La pacificazione, per il vero, si dimostrerà tutta a favore dei fascisti, con l’immediata messa fuorilegge degli organismi di difesa proletaria, come gli Arditi del popolo, ad opera del Governo Ivanoe Bonomi (Circolare riservatissima alle prefetture dell’11-12 agosto ’21). Nessun provvedimento a danno delle milizie fasciste ma, per scongiurare ogni rischio, proprio in questo Congresso, Mussolini chiede e ottiene che ogni iscritto Pnf sia automaticamente riconosciuto come componente delle squadre di combattimento del partito, per cui la loro messa al bando avrebbe comportato l’automatica messa fuorilegge del Partito. Il III Congresso, quindi, con il consenso fattivo della classe di governo, apre la strada alla presa del potere degli uomini di Mussolini che avverrà da lì ad un anno. Ma gli stessi fascisti sanno che questa strada non è ancora del tutto spianata e, infatti, nella cartolina celebrativa dell’evento, l’Italia è raffigurata come un selciato, mentre un energumeno, con un fascio littorio per compressore, è intento a schiacciare dei sampietrini rossi che sporgono dalla pavimentazione, a rappresentare le città refrattarie. Il motto recita: “Le sporgenze del selciato saranno spianate”.
Da spianare c’è anche Roma, più precisamente le sue borgate popolari, poiché, com’è noto, i fascisti trovano pressoché esclusiva accoglienza, e retrovia, nel centro delle città, dove vive la gente bene. Nella guerra di movimento da loro ingaggiata, le occasioni pubbliche: congressi, inaugurazioni sedi e gagliardetti, funerali etc., sono pretesto per esibizioni muscolari, prove di forza per espugnare i fortilizi avversari. Un Congresso nazionale non può essere da meno. Dal giorno 7 iniziano a concentrarsi in città migliaia di delegati in assetto di guerra e in un clima di forte tensione. Al loro arrivo alle stazioni (questo è un conflitto che viaggia molto sulle linee ferrate), provocano la popolazione, si abbandonano ad intimidazioni e violenze. La mattina del 9, allo Scalo di S. Lorenzo, fascisti bolognesi iniziano a sparare sui ferrovieri che contestano la loro presenza e ne uccidono uno, Guglielmo Farsetti, coraggiosamente fattosi avanti. I suoi colleghi proclamano uno sciopero generale a oltranza, i quartieri della Capitale si sollevano mentre il Governo si adopera per garantire l’agibilità ai congressisti. Nella battaglia di difesa si distinguono gli Arditi del popolo, a tre mesi esatti dalla loro messa al bando, con la confluenza di compagni anche da Viterbo, che tengono testa a fascisti armati di tutto punto. Nel pomeriggio, al Tiburtino, i fascisti hanno la peggio: uno di loro cade proprio sotto i colpi degli Arditi del popolo. I fascisti, il giorno dopo, uccidono un passante e l’operaio Rosario Pugliese, e malmenano il ten. Pellegrino, perché non si è scappellato al loro passaggio, senza considerare che fosse privo di entrambi gli arti superori. Era, infatti, Presidente della Sezione romana dei Mutilati e invalidi di guerra. Impossibile ai fascisti risulta la penetrazione nei rioni popolari, come al Trionfale, respinti dal fuoco degli ardito-popolari con l’appoggio della popolazione che lancia sassi dai tetti e dalle finestre, come si verifica in altre zone. Fallisce il tentativo di espugnazione della Lega fornaciai, punto nevralgico per l‘organizzazione dei moti in corso. Negli scontri per la sua difesa perdono la vita un fascista e l’ardito-popolare Umberto Renzi.
Vista la propria sconfitta, i fascisti si ritirano all’Augusteo di cui, tra l’altro, evidentemente per sfogare la rabbia, devastano gli interni. L’11 vede chiudersi il Congresso fascista ma non le violenze che si protraggono per un paio di giorni. Il 18 si terranno i funerali dei Caduti, durante le “Quattro giornate di Roma” (Si veda, per ulteriori info: Valerio Gentili, La Legione romana degli arditi del popolo, Purple press, Roma, 2009, pp. 91-106, rieditata dalla Red star press con il titolo Dal nulla sorgemmo). La difesa contro il movimento fascista ha vinto, grazie a una sollevazione di massa cui hanno preso parte tutte le forze proletarie: repubblicani, socialisti, anarchici e comunisti. Per il Partito comunista d’Italia, gli scontri di novembre segnano il debutto delle proprie Squadre d’azione, soprattutto nel quartiere di S. Lorenzo. Tra gli squadristi comunisti di spicco, l’elettricista Antonino Poce, durante la Resistenza dirigente del Movimento comunista d’Italia – Bandiera rossa. “Il Comunista”, organo del Partito, nel n. del 15 novembre ‘21, titola in prima pagina: Il Popolo romano ha infranto il prestigio del fascismo; Il Proletariato d’Italia deve saper passare dalla difesa all’attacco.
La mobilitazione contro il Congresso fascista aveva riguardato anche altri centri del Lazio. Dal Registro delle sentenze penali del Tribunale di Viterbo (Anno 1921, Vol. II, n. 269, Archivio di Stato di Viterbo) apprendiamo quanto avvenuto in città per lo sciopero anticongressuale. Nel pomeriggio del 12, Silverio Stramaccioni, mugnaio, anarchico tra i più esposti, in prima fila nelle agitazioni operaie e protagonista del respingimento dei fascisti nelle Tre giornate del 10-12 luglio, tiene un discorso alla Casa del popolo/Camera del lavoro di Viterbo, esortando così i presenti: “Stasera arriverà un treno ignoto: non so se siano patate o fascisti. Andiamo a vedere alla stazione chi arriverà. Siamo o non siamo arditi del popolo?”. Il treno, che trasportava passeggeri grazie al personale, riporta la Sentenza per il fatto, “volenterosamente rimasto in servizio”, arriva alla Stazione di porta Romana e, nonostante le diverse ore di ritardo, trova ad attenderlo un gruppo di scioperanti che inveisce contro il personale gridando: “Crumiri, vigliacchi, siete venuti per dispetto”. Nonostante la scorta dei militari, i vagoni sono fatti segno di sassate e di qualche colpo di rivoltella, esploso da sconosciuti, fino al Capolinea di porta Fiorentina. Sono arrestati Stramaccioni e Salvatore Bernabei, ferroviere di venticinque anni. Stramaccioni è infine assolto, poiché il discorso pronunciato alla Casa del popolo non costituisce reato, mentre Bernabei si vede infliggere una condanna a due mesi di reclusione per oltraggio al personale delle ferrovie, colpito con parole “offensive dell’onore, riputazione e decoro”.
Stramaccioni, riferiscono i Quaderni dell’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (Anppia), sarà “Arrestato nel febbraio 1927 per attività antifascista, confinato (Ustica, Ponza) per 5 anni, interamente scontati. Morto il 31.7.1935” (Quaderno n.° 17, p. 349). Per il Partigiano comunista Luigi Tavani sarebbe stato proprio Stramaccioni a portare notizie agli antifascisti viterbesi sul processo del Tribunale speciale contro Gramsci. Su di lui non abbiamo altre informazioni, se non dell’esistenza di due figli, uno di nome Spartaco, l’altro Cafiero che, anche a dispetto del nome, non sembrano aver seguito politicamente le orme paterne. L’anarchico Stramaccioni è stato sepolto a Viterbo, come si evince dai registri del Cimitero di S. Lazzaro, gli stessi da cui, però, risulta che quella parte del cimitero sia stata demolita e i resti trasferiti nell’ossario comune.

Silvio Antonini

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