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«He’s not my president!». Le elezioni americane tra rabbia latente e razzismo | Global Project

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«L’altra contraddizione, quella tra il capitalismo e le classi immiserite non contemporanee, […]spinge all’esterno il conflitto e lo rende poco affilato, diretto soltanto contro i sintomi, non contro il fulcro dello sfruttamento: il contenuto del conflitto è romanticamente, più o meno arcaicamente anticapitalista» E. Bloch, Non contemporaneità e l’obbligo alla sua dialetticaAl di là delle analisi più o meno concordi sull’interpretazione della vittoria di Trump, una reazione ha accomunato la maggior parte dell’opinione pubblica e dei media mondiale: il profondo stupore per la vittoria dell’Apprentice. Può far facilmente ridere se si pensa al netto distacco che ha segnato nei confronti dell’avversaria democratica Clinton; un segno che la narrazione mediatica mainstream, di concerto alle indicazioni della finanza e al sistema dei sondaggi su cui si basano milioni di dollari di scommesse anche sulle elezioni, è stata frutto di manipolazione, endorsement, ma soprattutto è stata colpevole di distacco dalla realtà. Perché lo sapevano bene quegli americani che l’hanno votato, provenienti da classi e posizioni geografiche differenti, che si stava andando incontro ad una competizione non scontata sui cui erano aperte varie possibilità.Arrivati quasi al decimo anno di crisi il risultato perturbante delle elezioni americane ci dà uno spaccato della composizione di classe americana, delle sue trasformazioni e delle sue posizioni soggettive. Con una prevalenza del voto bianco (per quanto i cosiddetti Latinos non siano stati indifferenti), la working class delle aree rurali o dei centri urbani deindustrializzati, la classe media e coloro che detengono un alto titolo della formazione, la maggioranza dei giovani hanno scelto l’immobiliarista newyorkese alla guida della Presidenza per i prossimi quattro anni. Basta vedere le statistiche per notare dove si è data questa pent-up anger, questa rabbia latente radicata nell’impoverimento economico, nella distruzione dei legami sociali e nell’impossibilità di partecipare alla decisionalità politica. Una disposizione soggettiva e collettiva che nasce attorno a questi nodi e all’immaginario legato al Partito Democratico, che soffre la crisi della rappresentanza dopo anni di matrimonio congiunto con il neoliberalismo e la globalizzazione.I Democratici hanno completamente perso la loro base della working class e si sono completamente affidati al loro diretto soggetto di riferimenti, i liberali bianchi, nonché alla catalizzazione del voto delle minoranze (neri, latini, queer) e femminile. Il totale assorbimento neoliberale ha, difatti, rotto l’incantesimo per il quale si può diventare un Paese ricco ed egualitario semplicemente occupando il posto di locomotiva nel mondo a trazione finanziaria. Il sogno di egemonia americana, già infranto dall’assetto imperiale del mondo, ha perduto qualsiasi appeal scoperchiando all’interno le contraddizioni, il lato oscuro del primo posto in classifica nel mondo. E i cittadini americani se ne sono accorti, andando a contrapporsi anche a una visione della geopolitica mondiale, del ruolo degli Stati Uniti, appartenuta proprio a quella linea di continuità tra Clinton, Bush e Obama a cui ieri si è tolta legittimazione perché ritenuta responsabile della fase attuale che si sta vivendo. Hillary Clinton rappresenta agli occhi di una persona statunitense la linearità politica di chi ha perseverato nell’impoverire il Paese. Era ovvio che Clinton non corrispondeva a un’alternativa plausibile e che non avrebbe in alcun modo garantito la redistribuzione della ricchezza e promosso l’eguaglianza sostanziale. Dubbiosa, se non quasi utopica, l’affidamento a Clinton del voto per sperare di aprire immediatamente dopo una sua elezione spazi di agibilità politica, o di migliore negoziazione con il potere costituito.Donald Trump, d’altra parte, è quel misto di retorica e carisma, figura popolare e affascinante, mito dell’uomo che si è fatto da solo, in completa rottura con l’apparato che si è succeduto al governo. Un’alternativa a destra alla miseria del presente. L’odio di classe che accoglie un linguaggio fortemente populista e anti-establishment filtrato attraverso le lenti del razzismo e del sessismo. Non è possibile vedere il voto a Trump soltanto in termini di classe o di provenienza geografica (città Vs. periferie); anche perché in molte città il voto è stato dato ai Repubblicani, così come le classi più basse hanno votato perlopiù Clinton. L’immobiliarista è un miscuglio che accomuna diverse classi e che coagula stereotipi e gerarchie che intrecciano tanto il genere quanto la razza; in particolare, per quest’ultimo aspetto, non si possono non considerare gli avvicinamenti ai gruppi organizzati e ai movimenti di estrema destra bianchi suprematisti e nazionalisti. La paura della perdita del privilegio simbolico e sociale, che porta con sé spesso anche quello materiale, produce risposte isolazioniste e che tendono a rivendicare una più equa distribuzione differenzia

Sorgente: «He’s not my president!». Le elezioni americane tra rabbia latente e razzismo | Global Project

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