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Gli «intellettuali» sbagliano? Orwell e Pasolini capirono tutto – corriere.it/cultura

corriere.it/cultura – dopo le elezioni americane. Gli «intellettuali» sbagliano? Orwell e Pasolini capirono tutto. Lo sport preferito di questi giorni è l’accusa agli intellettuali a editorialisti, sociologi, storici, studiosi, analisti, di non aver previsto la vittoria di Trumpdi Paolo Di Stefano

Il nove novembre duemilaesedici, sul far del giorno, l’osservatore politico salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Il famoso incipit di Raymond Queneau si può adattare bene al generale spaesamento dopo le votazioni americane.

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E infatti lo sport preferito di questi giorni è l’accusa agli intellettuali d’ogni tipo — editorialisti, sociologi, storici, studiosi, analisti, eccetera — di non aver previsto la vittoria di Trump né le sue ragioni: l’astrazione perdente della testa contro la bruta e trionfante realtà della pancia.

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Il secondo sport preferito è prendersela con il politicamente corretto, autentico capro espiatorio: sguardo incantato «radical chic» contro il valore del disincanto «cattivo» (vedi alla voce Renzi). Fatto sta che quando si annaspa nel caos incomprensibile, i cosiddetti intellettuali (subito dopo i politici) sono sempre un buon obiettivo polemico, come se venissero ascoltati qualora la dicessero giusta, e non piuttosto trattati come tristi apocalittici non appena prefigurano scenari futuri poco meno che sfavillanti. Che ipocrisia!

Per fortuna i grandi scrittori non smettono di parlare e se qualcuno se ne fosse ricordato ben prima di mercoledì mattina, gli sarebbe bastato (ri)leggere un paio di libri non sull’America d’oggi ma su ciò da cui è nato il successo di un tipo come Trump.
Basterebbe fare due nomi: George Orwell e Pier Paolo Pasolini, due menti visionarie che decenni fa previdero l’uno le distopie attuali (l’invasività del controllo e della persuasione via web), l’altro il «fascismo totale» del Nuovo Potere, la mutazione antropologica indotta da ciò che lo stesso PPP considerava (esagerando?) «il più repressivo totalitarismo che si sia mai visto», cioè la dittatura del mercato e dei consumi che genera povertà, omologazione, consenso e insieme rabbia frustrata. E invece il nove novembre duemilaesedici, sul far del giorno…
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One Comment

  1. Un americano è un americano e il suo presidente faràin modo che tale resti, sia ce ci sia da andare in Iraq, in Afganistan o alla froniera con il Messico. Lessi una frase attribuita ad A.Moro, al quale chiesero il perchè della sua poca simpatria per gli USA. Pare rispendesse ” … perchè sono disposti a scatenare una guerra per vendre una cassetta di arance”. Io li vedo così, gli “americani”, anche se mi piace molto l’idea che hanno della libertà sociale.

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