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Dietro le sbarre: nelle carceri italiane 54mila detenuti. Ma i posti letto ancora non bastano – Repubblica.it

In Italia 193 carceri: 54mila i detenuti a fronte di una capienza pari a 49mila e 700 posti. Reclusi: è straniero un terzo, poche le donne

repubblica.it/speciali – Dietro le sbarre: nelle carceri italiane 54mila detenuti. Ma i posti letto ancora non bastano.

Allarme sovraffollamento per due terzi delle nostre galere: siamo sesti in Europa con numeri in calo in virtù del ricorso alla detenzione domiciliare. Tuttavia, per piani di edilizia straordinaria è stato speso solo l’11% del budget 2010-2014. Suicidi: uno alla settimana dal ’92 a oggi. Reinserimento sociale: aumenta chi lavora, in calo l’iscrizione a corsi di formazione professionale. Straniero un terzo dei reclusi. I costi del sistema   – di MICHELA SCACCHIOLI

ROMA – L’obiettivo è coniugare “clemenza e legalità”. Affinché si concretizzi la possibilità di un “percorso virtuoso” tale da convincere i due terzi del Parlamento a votare l’amnistia. “Non una passeggiata ma un preciso impegno politico” lo definisce l’Unione camere penali. Perché in Italia oggi le prigioni sono 193 e tengono in pancia oltre 54mila detenuti a fronte di una capienza massima di 49mila e 700 posti.

INFOGRAFICA Dentro o fuori: il sistema penitenziario italiano

Tradotto: 108 ingressi ogni 100 letti disponibili. Numeri in calo rispetto ad alcuni anni fa ma ancora privi di equilibrio. Un terzo della popolazione carceraria è straniera (contro una media europea che si attesta attorno al 20 per cento). Ogni 100 reclusi si contanto soltanto 4 donne, una quota che negli ultimi 25 anni non è mai andata oltre il 5,4 per cento. Per gli over 70, invece, balzo dell’83,4% tra il 2005 e il 2015.

Negli ultimi dieci anni, dunque, è aumentata l’età media dei detenuti, mentre è diminuita la capacità di raccogliere informazioni complete sul loro livello di istruzione. Quasi un quarto dei condannati sta scontando pene inferiori ai tre anni: si tratta della platea che potrebbe usufruire delle riforme che incentivano la detenzione domiciliare.

DOCUFILM Prigioni d’Italia /1 ‘Quando si chiude il gabbio’

Sono i dati stilati da Openpolis per Repubblica.it dopo che Papa Francesco – nel giorno in cui ha celebrato il Giubileo dei carcerati – ha invocato un atto di clemenza per chi è dietro le sbarre (qui il video).

Ad applaudire, in piazza San Pietro, anche i partecipanti alla marcia organizzata dal Partito radicale per chiedere l’amnistia e il rispetto dei diritti contro una situazione di sovraffollamento delle carceri decisamente difficile da gestire (qui le foto).

DOCUFILM Prigioni d’Italia /2 ‘Bimbi innocenti in cella con mamma’

Ed è la Sicilia la regione che ospita il maggior numero di carceri (23), mentre la Lombardia è prima per numero di detenuti (quasi 8.000). La maggioranza, 30.723 su circa 54mila, è accusata o condannata per reati contro il patrimonio, tra cui furti, rapine, frodi e danneggiamenti. I reati contro la persona, come lesioni e omicidi o anche diffamazioni, sono la seconda fattispecie più frequente. Al terzo posto, le violazioni del Testo unico sugli stupefacenti.

(naviga nei grafici interattivi per visualizzare i dati) – scheda

numero di detenuti ospitati per regione – sheda dati 2016

Quanto agli stranieri, anche se le statistiche europee non conteggiano gli immigrati di seconda generazione (più numerosi in altri Paesi rispetto al nostro), la percentuale del 33,6% può far riflettere sulle garanzie offerte dall’ordinamento penale italiano che, come sottolineano molti osservatori, spesso si differenzia in base al tipo di difesa che l’imputato può permettersi.

Talvolta per gli stranieri è più difficile accedere alle pene alternative perché molti non hanno un domicilio dove scontarle. Ma nonostante questo problema, la quota di stranieri in carcere è diminuita di 4 punti percentuali nell’ultimo decennio, perché i reati in cui sono coinvolti hanno pene in media più lievi rispetto agli illeciti commessi dagli italiani, e hanno dunque maggiori probabilità di ottenere la detenzione domiciliare.

Reati più comuni – scheda dati 2016

Sovraffollamento. Varie associazioni e organizzazioni, anche internazionali, hanno a più riprese denunciato le condizioni di vita nelle carceri italiane. Spesso la politica ha preferito rinviare una soluzione organica, alleviando di tanto in tanto la situazione con indulti e amnistie, anche a costo di apparire impopolare.

La risposta agli appelli di clemenza lanciati nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II, ad esempio, arrivò  – parzialmente – nel 2003, con il cosiddetto ‘indultino’, un provvedimento che escludeva dai benefici diverse tipologie di reato e veniva applicato senza automatismi. Tre anni dopo, quando il Papa polacco già non c’era più, fu varato l’indulto che, a differenza dell’amnistia, estingue la pena ma non il reato: era il 2006. Una strategia di rapida esecuzione ma purtroppo poco risolutiva.

Dal 1992 una legge costituzionale impone che i provvedimenti di clemenza necessitino di una maggioranza dei due terzi in Parlamento per essere approvati. Prima di allora ne veniva varato quasi uno ogni due anni. L’ultima amnistia vera e propria, in Italia, risale al 1990 e diverse se ne contano anche in precedenza: come quella del 1963 concessa dallo Stato italiano in occasione del Concilio Vaticano II.

Gli Istituti più sovraffollati in Italia dati al 30 giugno 2016 – scheda

Duplice strategia. Dopo la riforma, dunque, è stato politicamente sempre più difficile ridurre il sovraffollamento con questo metodo. Così la popolazione carceraria italiana ha iniziato a crescere e anche l’effetto dell’indulto del 2006 è durato appena un paio d’anni. A seguire, i governi successivi hanno perseguito una duplice strategia: ampliare la dimensione e il numero degli istituti attraverso piani di edilizia straordinaria e allargare la possibilità di scontare la pena fuori dal carcere, con la detenzione domiciliare. Il primo obiettivo è in larga parte non raggiunto. Il secondo ha prodotto alcuni effetti di rilievo: il sovraffollamento è diminuito, così come i suicidi e il ricorso alla carcerazione preventiva.

Questi dati hanno permesso all’Italia di evitare gli effetti della sentenza Torreggiani, con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il nostro Paese per trattamento inumano verso i detenuti. Ma restano molti punti critici. Per tasso di affollamento restiamo sesti in Europa, e due terzi delle galere italiane ospitano più persone di quante potrebbero. I suicidi continuano a essere un problema sia tra i detenuti (in media uno alla settimana dal 1992 a oggi) sia tra gli agenti di custodia. Invece, sono molto migliorati i dati sulle carcerazioni preventive.

Ma la sensazione – sottolinea Openpolis – è che i cambiamenti, nell’ottica emergenziale che contraddistingue il legislatore italiano su questi temi, siano stati dettati dalla necessità di fare il minimo indispensabile per non essere sanzionati.

Fallimento piano carceri. Va detto che insieme agli interventi normativi per ridurre il numero di detenuti, a partire dal quarto governo Berlusconi sono stati varati piani per ristrutturare e allargare le carceri esistenti e costruirne di nuove. Una relazione della Corte dei Conti del settembre 2015 ha certificato il fallimento di quei progetti: è stato speso appena l’11% del budget 2010-2014, e i posti letto sono aumentati solo di 4.415 unità a fronte dei quasi 12mila previsti.

Stanziamento per il piano carceri 2010 – 2014

Posto letto previsti dal Poano Carceri 2010 – 2014

Con un tasso del 108% l’Italia è sesta per sovraffollamento in Europa. Per il nostro Paese si tratta comunque di un miglioramento: ancora nel 2012 registravamo un tasso superiore al 140%, tale da guadagnarci il primo posto della classifica continentale. Un primato attualmente detenuto dal Belgio, con il 131%. Le prigioni meno affollate si trovano in Germania, Lettonia e Paesi Bassi.

Tasso di affollamento in Europa dati 2015

Il dato nazionale è comunque una media, e non tiene conto del fatto che un carcere con posti vuoti non ne compensa uno sovraffollato. Con un occhio sulle singole strutture, si nota che in alcuni istituti il sovraffollamento si avvicina al 200%, vale a dire che i detenuti sono quasi il doppio dei posti disponibili. E’ il caso di Brescia, Como, Lodi, Taranto, Grosseto e Catania.

Suicidi. Pochi dati mettono in luce il disagio delle carceri come quello dei suicidi, un dramma che coinvolge sia i detenuti che gli agenti di custodia. Oltre al ministero, anche l’associazione per i diritti dei detenuti Ristretti Orizzonti tiene traccia di questa statistica. Tale dato, superiore a quello ufficiale, non vuole sostituirsi a esso o smentirlo, ma raccoglie maggiori informazioni sul profilo di chi si suicida in carcere e comprende le morti meno chiare, comunque legate al disagio della detenzione. Entrambe le fonti segnano una riduzione successiva al contenimento del sovraffollamento.

Detenuti suicidi dal 1992 ad oggi fonte ministero della giustizia

Detenuti suicidi dal 2000 ad oggi fonte ristretti orizzonti

In attesa di giudizio e custodia cautelare. Una delle caratteristiche del sistema penitenziario italiano è la presenza consistente di detenuti privi di una condanna definitiva. All’inizio della rilevazione, nei primi anni ’90, questi costituivano oltre la metà della popolazione carceraria. Dopo una discesa fino al 35% degli anni 2004-2005, l’indulto del 2006, estinguendo le pene di molti condannati, ha nuovamente innalzato la percentuale di imputati (58% nel 2007). Negli ultimi anni le leggi che hanno posto limiti alla carcerazione preventiva hanno riportato la quota al 34 per cento.

E si tratta di tre tipi di detenuti: le persone in attesa di primo giudizio, i condannati in primo grado che stanno ricorrendo in appello (appellanti) e i condannati in secondo grado che attendono la pronuncia della Cassazione (ricorrenti). La quota di coloro che sono in attesa di primo giudizio è scesa dal 21,4% del 2010 al 17,3% attuale. Percentuali quasi identiche per gli appellanti e i ricorrenti, passati da 21,4% a 17,2 per cento.

Detenuti per status giuridico dati 2016

Il reinserimento. Ma cosa succede una volta scontata la pena? Un buon sistema penitenziario si misura anche dalla probabilità che il detenuto, tornato in libertà, ricominci a delinquere. Come mostrano i dati, chi passa direttamente dal carcere alla vita civile ha molte probabilità di commettere nuovi reati. Se invece il passaggio è più graduale e il detenuto ha modo di scontare parte della pena mentre viene aiutato a reinserirsi e a trovare un lavoro, il tasso di recidiva si riduce considerevolmente. Un vantaggio per tutti, prima di tutto per i cittadini in termini di sicurezza. Eppure la capacità del nostro sistema penitenziario di reinserire resta ancora dubbia.

Misure alternative. Negli ultimi anni le riforme hanno incentivato le misure alternative alla detenzione. Ma l’Italia resta l’unico grande Paese europeo dove oltre la metà dei condannati sconta la pena in carcere senza il ricorso alle pene alternative, che impongono di lavorare per ripagare il danno inflitto e così facilitano il reinserimento in società. Il nostro sistema penitenziario non sembra molto sollecito nell’offrire un’occupazione stabile ai detenuti (sono una minoranza quelli che lavorano), e solo 4 su 100 frequentano i corsi di formazione professionale. Del resto, anche le mansioni svolte all’interno degli istituti penitenziari sono spesso dequalificate, rendendo più difficile la possibilità di un reimpiego nella vita civile.

Su questo approccio – prosegue Openpolis – influisce una visione vecchio stampo: se il fine del carcere è isolare i detenuti dalla società, non c’è nessun interesse a formarli né ad aiutarli a trovare un lavoro. Eppure la Costituzione vorrebbe il contrario. Questa concezione si riflette anche sull’amministrazione penitenziaria: oltre il 90% dei dipendenti delle carceri italiane sono agenti di custodia, mentre in Spagna e in Inghilterra questa quota si aggira attorno al 70%.

In questi due Paesi è più frequente la presenza di personale civile: educatori, medici, mediatori culturali e responsabili della formazione professionale. Siamo dunque di fronte a un altro indizio che conferma il persistente orientamento del sistema penitenziario italiano a isolare i detenuti più che a formarli e reinserli.

Utilizzo delle misure alternative al carcere nei maggiori paesi europei

Sulle misure alternative al carcere, emerge che, rispetto al 2011, sono aumentati del 29% l’affido in prova al servizio sociale e del 20% la detenzione domiciliare. Sempre meno usato l’istituto della semilibertà, che prevede l’alternanza quotidiana tra attività fuori e dentro il carcere. Aumentano in misura consistente i condannati ai lavori di pubblica utilità.

In tutti i grandi Paesi europei, eccetto l’Italia, viene privilegiata la pena fuori dal carcere e la maggior parte dei condannati viene destinata a misure alternative attraverso le cosiddette sanzioni di comunità, come i lavori socialmente utili. Invece in Italia la maggioranza dei condannati finisce in carcere (55%) contro il 28% della Germania, il 30% della Francia, il 36% di Inghilterra e Galles e il 48% della Spagna.

Il lavoro in carcere. Per i detenuti la possibilità di costruirsi una nuova vita una volta usciti passa anche dall’aver imparato un lavoro mentre scontavano la pena. La quota di detenuti che lavorano è diminuita tra i primi anni ’90 (34,46%) e il 2012 (19,96%). Da allora, è cominciata a risalire fino al 29,76% attuale. Ma i lavoranti, come vengono definiti nel linguaggio penitenziario, restano ancora una minoranza della popolazione carceraria.

Secondo i dati del ministero, il settore con più occupati è quello della produzione e riparazione di capi di abbigliamento, seguito da falegnamerie, panifici e call center. Tutti gli altri occupano meno di 100 addetti ciascuno. Complessivamente è occupato solo l’81% dei posti disponibili.

La formazione professionale in carcere resta un canale poco valorizzato ai fini del reinserimento dopo la pena. Agli inizi degli anni ’90 partecipava ai corsi circa l’8% dei detenuti, negli ultimi anni questa quota è scesa ulteriormente e oscilla, a seconda del semestre, tra il 3 e il 5%. Sono comunque molto aumentati i promossi: dal 36,6% del 1992 a oltre l’80% attuale.

I costi del sistema penitenziario. Quanto ai costi, quello giornaliero per ogni detenuto risulta compresso di molto tra 2009 e 2011 (sia per i tagli al bilancio sia per l’aumento dei carcerati) dopo essere salito fino a 190 euro nel 2007 a causa dell’indulto. Nel 2013 era attorno ai 124 euro. Di questi, meno di 10 euro servono per mantenere i detenuti, mentre oltre 100 euro servono a coprire le spese per il personale.

Costi del sistema penitenziario – dati al 2013

 

Dati Openpolis, osservatorio civico sulla politica italiana  

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