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Secondo giorno dopo Trump – Il Post

ilpost.it – Secondo giorno dopo Trump. Quello delle prime conseguenze e delle prime analisi a mente fredda, per provare a capirci qualcosa.

Il primo giorno dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi è stato quello in cui gran parte di analisti, esperti e giornalisti si è accorta di non averci capito molto di quello che era successo, salvo cominciare immediatamente a spiegare con assoluta certezza cosa fosse successo; poi si sono raccolti i pezzi e si è ricominciato a cercare di capire le cose.

Oggi cominciano ad arrivare le prime analisi sul voto, le prime reazioni ragionate alla vittoria di Trump e le prime conseguenze vere: quelle sui mercati finanziari, per esempio. Trump in giornata sarà accolto alla Casa Bianca da Barack Obama e comincerà formalmente la transizione dei poteri che porterà al giuramento del prossimo gennaio. Sia lui che Obama, ieri, hanno usato toni molto conciliatori. Il Post anche oggi segue le notizie e gli aggiornamenti con un liveblog.

12:47 10 nov 2016
Che fine farà la riforma sanitaria?

È arrivata la prima conferma importante che Trump proverà a smontare la riforma sanitaria approvata da Obama ed entrata in vigore nel 2014. Mitch McConnell, il capo dei Repubblicani al Senato, ha detto di aver parlato con Trump dei passaggi da compiere per abolire la riforma, spiegando che nei piani di Trump «è piuttosto in alto nella lista delle cose da fare».

La riforma è da anni osteggiata in maniera compatta da tutto il partito Repubblicano ed è anche piuttosto impopolare fra la classe media – composta in maggioranza da bianchi – dato che ha obbligato molte famiglie a pagare un prezzo più alto per la stessa copertura sanitaria di cui godevano in precedenza.

Vox ha precisato che i Repubblicani non hanno il potere di abolirla dall’oggi al domani, ma che hanno già presentato una legge che semplificando molto abolisce le tasse che permettono di coprire i suoi costi.

Obama aveva già usato il veto per impedire che quella legge avesse effetto, ma Trump potrebbe riproporla e di fatto smontare l’attuale sistema sanitario nel giro di un paio di anni. Secondo i dati dell’ufficio del Congresso che si occupa del bilancio federale, in seguito all’abolizione della riforma circa 22 milioni di persone perderebbero la copertura sanitaria.

12:09 10 nov 2016
La lettera di Aaron Sorkin

Lo sceneggiatore e produttore televisivo americano Aaron Sorkin, famoso tra le altre cose per West Wing, Newsroom e The Social Network, ha pubblicato su Vanity Fair una lettera indirizzata a sua moglie e sua figlia per parlare della vittoria di Trump e rincuorarle dopo la sconfitta di Hillary Clinton, che sarebbe potuta essere la prima donna presidente degli Stati Uniti.

Nella sua lettera Sorkin dice di sentirsi tremendamente male per non aver potuto fare niente per evitare la vittoria di Trump – il primo presidente ad essere “un maiale incompetente e con idee pericolose, un serio disordine psichiatrico, nessuna conoscenza del mondo e nessuna curiosità di imparare qualcosa” – che la sua vittoria è anche una vittoria dei suoi sostenitori peggiori, e che l’unica cosa che si può fare è ricominciare a combattere per far sì che tra quattro anni possa vincere le elezioni un presidente migliore.

E allora, cosa facciamo?

Prima di tutto ci ricordiamo che non siamo soli. Cento milioni di persone in America e un miliardo nel mondo si sentono esattamente come ci sentiamo noi oggi.

Secondo: ci alziamo dal letto. I trumpisti vogliono che le persone come noi (Ebrei, gente educata che vive nelle città, progressisti, Hollywood…) piangano e parlino di trasferirsi in Canada. Io non darò loro questa soddisfazione e nemmeno voi. Invece, faremo questo..

..combatteremo, cazzo. (Roxy, a volte si può usare questo linguaggio). Non siamo senza potere e non siamo senza voce. Non abbiamo la maggioranza al Congresso o al Senato ma abbiamo dei rappresentati. Dobbiamo anche ricordarci che pure tra i sostenitori di Trump c’è gente che la pensa come noi. Ci dobbiamo assicurare che le persone che mandiamo a Washington si sentano rafforzate dal nostro sostegno e non si prendano mai un giorno di vacanza.

Ci impegneremo. Faremo il possibile per combattere le ingiustizie ovunque le vediamo, che sia scrivere un assegno o rimboccarci le maniche. La nostra famiglia è abbastanza al sicuro dagli effetti di una presidenza Trump, combatteremo per chi non è nella stessa posizione. Combatteremo perché le donne abbiano il diritto di decidere del loro corpo. Combatteremo per il Primo emendamento e per l’uguaglianza, non di risultati ma di opportunità. Ci faremo sentire.

L’America non ha smesso di essere l’America l’altra notte e noi non abbiamo smesso di essere americani, e c’è una cosa che vale sempre per noi: i nostri giorni peggiori sono sempre – sempre – stati seguiti dai nostri migliori.

11:14 10 nov 2016

La presidenza Trump, fra le tante cose, ha scombinato anche i piani degli sceneggiatori della serie animata South Park. Ieri sarebbe dovuto andare in onda un episodio intitolato “The Very First Gentleman”, incentrato sull’ipotetica visita di Bill Clinton alla scuola locale dopo la vittoria di Hillary Clinton.

Invece è andato in onda un episodio intitolato “Oh Jeez” (una cosa tipo “santo cielo”). La puntata si può vedere gratis per intero qui.

Oh Jeez…

Nel frattempo, Trump si è ricordato di cambiare la bio di Twitter.

10:57 10 nov 2016

È ancora molto difficile capire cosa farà Trump da presidente, conoscendo il personaggio: qualche spiraglio però lo offrono le interviste che in queste ore stanno dando i membri del suo staff o consiglieri politici. Jason Greenblatt, vicepresidente della Trump Organization e consigliere capo di Trump sulle questioni di Israele, parlando a una radio ha detto che le colonie israeliane non rappresentano un “ostacolo per la pace” con la Palestina, e che e la loro costruzione non dovrebbe essere condannata – come invece sostenuto dalle principali organizzazioni e ONG internazionali.

Da quando è iniziata la campagna elettorale Trump ha tenuto una posizione molto radicale sulla questione israelo-palestinese:  in uno dei commenti più controversi sul conflitto israelo-palestinese diffusi negli ultimi mesi, il suo comitato elettorale ha detto che da presidente Trump riconoscerà Gerusalemme – probabilmente la città più contesa al mondo – come capitale di Israele. Sarebbe una decisione davvero divisiva, e che allontanerebbe di molto la cosiddetta “soluzione a due stati”.

10:49 10 nov 2016

Questo invece è per quelli che “i sondaggisti non avevano capito niente”: il Washington Post ha intervistato Jon Cohen, ex responsabile dei sondaggi del giornale e ora vicepresidente di Survey Monkey, un’importante società che si occupa di sondaggi, per capire cos’è andato storto.

Questa è perlomeno la seconda elezione presidenziale consecutiva in cui i sondaggi non ci hanno preso del tutto, e questa volta di molto. I sondaggi politici non funzionano più? Motiva la tua risposta.
Se consideriamo le medie, l’ampiezza dell’errore nei sondaggi nazionali del 2016 (circa tre punti percentuali nel voto popolare) è quasi uguale a quella del 2012 [quando sottostimarono la vittoria di Obama, ndt]. In questo caso l’enorme differenza sta nel fatto che praticamente tutti i sondaggi indicavano il risultato finale sbagliato. Non è per minimizzare quello che è successo martedì. Un’analisi finale potrebbe evidenziare il devastante tracollo dei sondaggi e dei modelli che molti nel settore temono: semplicemente, non lo sappiamo ancora.
Il problema centrale è solo una questione di campione? Non siamo cioè in grado di prevedere come sarà composto l’elettorato?
Una parte centrale dell’indagine necessaria sui risultati dei sondaggi e dei modelli nel 2016 sarà un’analisi lucida dei sistemi di campionamento, ponderazione, e – cosa molto importante – delle stime sulle persone che dovrebbero andare a votare.

Ci vorrà più di qualche giorno, settimana, o addirittura mesi, per chiarire definitivamente il ruolo che la campionatura e la ponderazione hanno avuto negli errori dei sondaggi. Una cosa, però, è chiara: il modo in cui i sondaggisti determinano chi andrà davvero a votare non funziona, a prescindere dei diversi approcci adottati dai sondaggi pubblici e dagli stessi comitati elettorali.

Alla fine decine di migliaia, centinaia di migliaia, o milioni di persone che si pensava sarebbero andati a votare non si sono presi il disturbo di farlo. E forse persone che si pensava non sarebbero probabilmente andate a votare invece hanno votato.

(Continua)

10:43 10 nov 2016

Per tutti quelli che “Michael Moore aveva previsto tutto”. Vero, diciamo: in luglio pubblicò un articolo in cui anticipava la vittoria di Trump citando fra i vari fattori i problemi che Clinton stava avendo nel Midwest – la zona dove ha effettivamente perso le elezioni, alla fine – e la “rabbia” dei maschi bianchi. Neanche Moore però sembrava essere così convinto della sua posizione: pochi giorni dopo pubblicò un altro articolo in cui esponeva una teoria piuttosto strampalata secondo cui Trump stava sabotando la sua stessa campagna elettorale perché in realtà non aveva voglia di fare davvero il presidente.

10:18 10 nov 2016
E il 2020? 

Qualche giornalista americano ha provato ad andare un po’ oltre i risultati e i commenti di queste ore, e pensare alle elezioni del 2020. Sul Washington Post, Chris Cillizza ha analizzato la situazione completamente diversa in cui si trovano ora il partito Repubblicano e quello Democratico:

Quando è diventato chiaro che Clinton sarebbe stata sconfitta, sono cominciati a circolare i primi nomi dei potenziali candidati Democratici per il 2020. Michelle Obama, che non è mai stata eletta a una carica politica, è il nome che ho sentito girare di più.

Anche Kamala Harris, la californiana che è appena stata eletta al seggio del Senato della California, è stata citata. Così come Cory Booker, popolare senatore del New Jersey che però è in carica da soli tre anni. Gli altri nomi – Kirsten Gillibrand di New York, Amy Klobuchar del Minnesota – sono affascinanti, ma quasi sconosciuti a livello nazionale, persino dagli stessi Democratici.
[…]
Mettete a confronto questa situazione con i candidati Repubblicani per le elezioni appena concluse: ce n’erano una quindicina, compresi un gruppo di talentuosi quarantenni – Scott Walker, Marco Rubio, Bobby Jindal, Ted Cruz – e altri nomi grossi, fra cui Jeb Bush, Chris Christiee John Kasic, dal curriculum ricco e importante.

09:56 10 nov 2016

Una delle opinioni che girano di più sulla vittoria di Trump è che sia stata causata da un “fallimento” della stampa americana. Secondo questa linea di pensiero, la stampa americana non è riuscita a fornire agli elettori americani gli strumenti per giudicare Trump in maniera corretta, nonostante la valanga di inchieste, editoriali e analisi critiche uscite sul suo conto. Jack Shafer, su Politico, ribatte così:

L’elezione di Trump non può essere ridotta a un “fallimento” della stampa “marcia”. Nessuno di sensato direbbe che l’elettorato americano è “marcio” o “ha fallito” perché ha votato per eleggere un mostro – politicamente parlando – alla Casa Bianca. L’elezione di Trump non rende inutili le scoperte giornalistiche sul suo conte pubblicate in campagna elettorale. Il compito del giornalismo è dare delle indicazioni stradali.

Non può e non deve funzionare come un pilota automatico. Gli elettori sono liberi di leggere o ignorare le scoperte che pubblicano i giornali, oppure assorbirne le conclusioni e poi votare un candidato che contraddice quello in cui credono e che è stato “smontato” dalla stampa. Comportarsi in maniera sciocca è un diritto alienabile in una democrazia rappresentativa.

09:42 10 nov 2016

Per chi se l’è chiesto, a un certo punto: l’account Twitter @POTUS, che ha 11,6 milioni di follower ed è l’account ufficiale del Presidente degli Stati Uniti, passerà presto in mano a Trump. L’account ripartirà “da zero”: tutti i tweet pubblicati da Obama verranno trasferiti qui e cancellati dall’account principale.

09:36 10 nov 2016

Intanto, dentro la Trump Tower, una piccola notizia: Trump non twitta nulla da quasi un giorno. Il suo ultimo tweet risale a 21 ore fa, è molto poco “da Trump” ed è probabilmente uno dei più retwittati di sempre fra quelli pubblicati dal suo account.

«Che serata meravigliosa e importante! Le donne e gli uomini che sono stati lasciati indietro non lo saranno più. Diventeremo uniti come mai prima d’ora».

Such a beautiful and important evening! The forgotten man and woman will never be forgotten again. We will all come together as never before

09:32 10 nov 2016

I giornali di domani invece parleranno probabilmente delle molte manifestazioni anti-Trump tenute in varie città americane. Ne abbiamo scritto qui, con tanto di foto:

La manifestazione più grande è stata organizzata a New York, la città di Donald Trump e dove hanno sede le sue principali attività economiche, la maggior parte all’interno della “Trump Tower”, il suo grattacielo. I manifestanti hanno marciato lungo la Sixth Avenue per raggiungere poi gli ingressi della Trump Tower, che si trova sulla Fifth Avenue all’angolo con la 56th Street. Nei pressi dell’edificio hanno urlato in coro “Fanculo la tua torre! Fanculo il tuo muro!”, riferendosi al progetto annunciato durante la campagna elettorale per costruire un muro lungo il confine con il Messico per impedire il passaggio dei migranti. Il grattacielo era protetto da una presenza massiccia della polizia di New York e da alcuni camion collocati lungo il suo perimetro.

(Continua)

09:26 10 nov 2016

Abbiamo raccolto le prime pagine dei principali giornali internazionali di oggi, che in molti casi si occupano della vittoria di Trump per la prima volta (la notizia è arrivata intorno alle 8 italiane di ieri, quando moltissimi giornali europei erano già in edicola). I toni sono quasi tutti catastrofici: si parla di “salto nel buio”, “epoca del populismo” e così via. Ci sono state anche alcune scelte creative: questa ad esempio è la prima pagina di Público, il quotidiano più diffuso in Portogallo.

09:18 10 nov 2016

Alle 17 ora italiana è previsto il primo incontro ufficiale fra il presidente in carica Barack Obama e il suo successore Donald Trump. Parallelamente, si incontreranno anche le due First Lady, Michelle Obama e Melania Trump. Non è chiaro se alla fine dell’incontro Obama e Trump terranno una conferenza stampa congiunta (sarebbe davvero notevole, nel caso).

09:06 10 nov 2016

Un’altra storia notevole dal Senato: l’altroieri è stata eletta la prima senatrice ispanica nella storia degli Stati Uniti. Si chiama Catherine Cortez Masto, è un ex avvocato e magistrato di 52 anni eletta in Nevada con i Democratici al seggio che per quasi trent’anni è appartenuto ad Harry Reid del partito Democratico.

Masto è nipote di una donna arrivata dal Messico e ha incentrato la sua campagna sugli ispanici, parlando molto di immigrazione e attaccando spesso Trump. Masto ha battuto Joe Heck, un medico e reduce della guerra in Iraq, anche lui molto critico di Trump (in Nevada Clinton ha vinto staccando Trump di 2,4 punti).

Thank you to Nevada for electing me to represent you. I promise I will not stop fighting for what I think is right for this state & country.

08:58 10 nov 2016

Poche ore fa si è chiusa la corsa per l’ultimo seggio del Senato rimasto in ballo, il secondo del New Hampshire. La governatrice locale Maggie Hassan ha battuto la senatrice Repubblicana in carica Kelly Ayotte. Prima di martedì, i Repubblicani controllavano 54 seggi contro i 44 dei Democratici (anche se due senatori indipendenti,

Bernie Sanders e Angus King del Maine, si possono considerare entrambi praticamente dei Democratici). Oggi la situazione è di 51-48 (più Sanders e King), ma c’è un dato politico importante: i tre politici Repubblicani che hanno perso – oltre ad Ayotte, ci sono anche Joe Heck in Nevada e Mark Kirk in Illinois – hanno tutti criticato Trump, a un certo punto della loro campagna elettorale.

Look at the GOP Senators who lost:

Kirk
Ayotte
Heck

All against Trump.

08:39 10 nov 2016

Come previsto, stanno proseguendo le dichiarazioni dei sostenitori di Hillary Clinton che si dicono “pronti” a collaborare con Donald Trump, nel rispetto del risultato delle elezioni. Nelle ultime ore è stato il turno dei due più visibili e popolari dirigenti “di sinistra” dei Democratici: Bernie Sanders – «siamo pronti a lavorare con lui» – e Elizabeth Warren.

08:10 10 nov 2016

Gli exit poll sono exit poll, certo. Ma quelli sui dati personali e demografici di chi vota sono considerati piuttosto affidabili – gli elettori coinvolti sono disposti a dire molto su di sé – e quelli commissionati e raccolti dal New York Times sono considerati solitamente precisi. Ci dicono delle cose importanti e non scontate su chi ha votato cosa alle elezioni presidenziali: per esempio questa, su chi ha votato cosa per fasce di reddito annuale. Le altre le trovate qui.

Sorgente: Secondo giorno dopo Trump – Il Post

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