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Piccoli Trump crescono, gli emuli europei ci sperano: “Nel 2017 cambieremo tutto” – La Stampa

lastampa.it –

Quel che resta della festa dei supporter di Trump nella sala da ballo dell’Hilton di New York

Piccoli Trump crescono, gli emuli europei ci sperano: “Nel 2017 cambieremo tutto”Dalla Francia all’Ungheria, esultano gli anti-sistema: libertà per i nostri popoli

marco zatterin

La Brexit ha schiuso la porta, l’elezione di Trump l’ha sfondata. «Una vittoria storica, una rivoluzione!» si concede l’olandese Geert Wilders, leader populista, antislamico e ossigenato del Partito delle Libertà.

Non gli par vero che il «vecchio ordine» si sia sgonfiato un altro po’ col voto americano che, rimugina con l’usuale verve, bagna le polveri dell’odiata mondializzazione e riporta i destini delle nazioni al centro del palco globale.

«Un’ottima notizia», commenta più sobria Marine Le Pen, che tutti i sondaggi danno sicura al ballottaggio presidenziale francese di maggio. «Il mondo d’una volta sta crollando», aggiunge Florian Philippot, fidato consigliere dell’aspirante novella Marianna. Per il quale, naturalmente, «la costruzione del nostro, di mondo, è cominciata».

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Hanno un debole per gli slogan evocativi, i piccoli Trump, gli aspiranti leader europei arruolati volontari nell’esercito del magnate che ha vinto la Casa Bianca guidando la riscossa della «maggioranza tradita». Nell’urlo di Donald trovano altro coraggio per continuare a combattere, ora sanno che tutto è possibile.

ARTICLE BY NADIA FERRIGO, TRANSLATION BY MEROPE IPPIOTIS

L’americano aveva, come loro, l’establishment classico della politica a dodici stelle contro. Lo osteggiavano Angela Merkel come Francois Hollande, Matteo Renzi e i presidenti delle istituzioni. «Un Donald è più che sufficiente», aveva scherzato il numero uno del Consiglio Ue, il polacco Tusk, Donald pure lui.

Con l’aria che tira, se proprio decidesse di occuparsene, la battuta potrebbe rubargliela il leader americano visto che, a gennaio, l’ex premier di Varsavia non è certo di essere al suo posto. L’Europa «potere morbido» potrebbe aver bisogno di un capro espiatorio. Lui sarebbe una scelta facile.

gianni riotta

«Il vento della libertà soffia ovunque di questi giorni», insiste l’aulico Philippot. In effetti, al secondo cataclisma che ha beffato i sondaggisti, sbaragliato gli opinionisti e ignorato le dichiarazioni di voto dei principali giornali, parlare di sospetto che nei prossimi mesi tutto possa mutare diventa un eufemismo.

Sono cambiati i punti di riferimento. Il «Financial Times» si è schierato contro la Brexit e per Hillary Clinton, incassando due sconfitte clamorose, non l’unico a essere onesti. La lunga mano della mondializzazione ha fallito, direbbe con spregio la Le Pen. Metafora inesatta che, però, rende l’idea.

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Il calendario sembra progettato per dare «l’opportunità storica» che ieri ha sbandierato Frauke Petry, la leader del partito anti-immigranti e anti-euro tedesco, l’Alternativa per la Germania (Afd). Gli esclusi arrabbiati, gli sconfitti, gli impoveriti, gli indeboliti (e i pigri) vogliono il cambiamento a tutti i costi. Il prossimo choc potrebbe venire il 4 dicembre.

Si tiene il referendum italiano sulle riforme, trasformato in plebiscito fra il presunto vecchio e il presunto nuovo. E c’è il ballottaggio presidenziale austriaco che potrebbe non replicare l’esito di luglio, dunque designare l’ultranazionalista Hofer al posto del verde moderato Van der Bellen.

Un Renzi ferito, come l’affermazione dell’erede di Haider, potrebbe condurre in luoghi apocalittici o paradisiaci. Dipende dai punti di vista.

Mea culpa del NY Times: dovevamo capire

Il 2017 porta le elezioni olandesi, alle quali si arriva con un esecutivo fragile e un’opposizione populista scatenata: sinora, Wilders non ce l’ha mai fatta, ma i rivali sono fiacchi e lo scenario minino è la governabilità difficile.

Fra aprile e maggio tocca alla Francia, I sondaggisti danno al candidato Juppè la possibile vittoria. Davvero? O i francesi sfiduciati dalla crisi e impauriti dagli stranieri abbandoneranno l’usato sicuro degli eredi gollisti e sceglieranno il nuovo non collaudato della destra frontista?

Marine sposa le tesi dell’imprevedibile Trump, si entusiasma davanti alla probabilità che l’accordo commerciale fra Usa e Ue finisca dimenticato. Non considera che se Washington lo facesse con gli asiatici, l’Europa degli scambi finirebbe contro un muro, ma questa è un’altra storia.

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«La democrazia è viva» sentenzia Viktor Orban, il durissimo premier ungherese, uno che per Bruxelles ama fare cosacce con i diritti e i fondamentali della vita democratica. Lo direbbe anche se Marine Le Pen diventasse presidente e pure se, in settembre, i cristiano democratici tedeschi e Angela Merkel perdessero la leadership o parte della loro forza. Orban cavalca lo scontento come tutti gli altri aspiranti Trump, la rabbia che ha gonfiato la rivolta. È radicata la convinzione che solo cambiando il conducente la macchina possa miracolosamente rimettersi a correre. Non è così, ma è difficile frenare l’onda.

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Certo non può riuscirci la debole Europa coi suoi deboli governi e le sue divisioni interne, priva di messaggi abbastanza forti da sconfiggere le schiere dei trumpisti. «Un popolo libero», sorride Nigel Farage, l’architetto della Brexit, mentre saluta l’affermazione di Trump.

Anche lui, come gli altri, dimentica qualche dettaglio, ad esempio la dipendenza del Regno Unito dal commercio mondiale. Crede come ogni scettico e nazionalista che la decapitazione dell’élite basti a generare il progresso che si chiede. Ed è pronto a sollevare la scure.

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Per questo, per rimodellare l’Europa, i rivoltosi si affidano al trionfatore Trump, con fede nella canzone newyorkese per cui «se posso farcela qui, ce la farò ovunque». La ricetta condivisa impone stati forti e autonomi. Gli autoproclamati liberatori chiedono cittadinanza politica a Trumplandia, auspicano una leadership verso un nuovo modello economico e ammiccano alla Russia di Putin che osserva tutto con felicità. Sotto processo finiscono l’Unione europea, consueta vittima designata, e la Nato. Si contestano i patti, si rifiutano i trattati. Ci saranno sangue politico e contagiose fratture.

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I nipotini europei inseguono nella vittoria dello zio Trump «la fine dei poteri forti e del dominio della finanza», sebbene sia arduo dimostrare che il neopresidente sia un «potere debole». Quello «morbido» delle cancellerie europee ha poche carte vincenti da giocare, pertanto ha senso immaginare una Ue molto diversa nel 2018 rispetto a oggi. Non necessariamente migliore, è questa l’alea delle rivoluzioni.

Certo che Vladimir Putin, il leader che più ha bisogno di avere vicini che litigano e non decidono, ha motivi per sorridere. Il che non è per forza un segno favorevole, sebbene ci sia chi – come Grillo e Le Pen – trovi nel buon umore dello zar una fonte di entusiasmo. Affascinante e rincuorante come un salto nel buio.

Sorgente: Piccoli Trump crescono, gli emuli europei ci sperano: “Nel 2017 cambieremo tutto” – La Stampa

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