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#MascolinitàFragile: non mangio carne, non voglio figli, amo gli animali. E non sono meno uomo!

Maschio. Sono nato maschio. Riconosco il genere che mi è stato attribuito. Cis, etero, maschio, bianco, occidentale. Ateo. Quello che non riconosco e non accetto è il modo in cui altri vorrebbero io declinassi in genere maschile.Da bambino piangevo, le ho prese da bulli maschi e bulle femmine, ho raccolto animali feriti di tutti i tipi, per curarli e poi lasciarli andare. Non ho mai voluto imbracciare un fucile per andare a caccia e non mi piaceva vedere maltrattato un animale. Ho pianto tutte le volte che un animaletto ferito moriva tra le mie mani. Non ero riuscito a curarlo e mi sentivo stupido e impotente. E piangevo.

Per questo mio modo di essere mi hanno chiamato in molti modi. L’ultimo è “fanatico animalista” perché ho denunciato un mio vicino che picchiava il suo cane ogni volta che gli girava male. Picchiava anche la moglie ma lei poteva difendersi e si è difesa, così una volta gli ha spaccato in testa un vaso e pare che ai soccorritori lui abbia detto di essere caduto dalle scale. Vedi un po’ quanti significati diversi può assumere una frase detta da persone di sesso diverso. L’avesse detta sua moglie sarebbe stato per paura di ritorsioni. Lui aveva paura che si sapesse che era stato picchiato e sconfitto da una donna. Quello che gli premeva era di non apparire un “finocchio”.

Il mio vicino aveva una varietà infinita di nomignoli usati per ogni individuo da lui odiato. Frocio, vucumprà, lesbica, negro, zingaro, e troia, puttana, più altre citazioni letterarie tratte dal Malleus Maleficarum e dedicate a sua moglie. La moglie comunque non era di tanto migliore di lui. Quando l’ho denunciato per maltrattamenti al cane lui mi ha invitato a darcele all’aperto, e il mio “no” è diventato ulteriore motivo di scherno. Come se fare a botte tra maschi fosse una gran prova di intelligenza. Lei mi ha insultato e ha sputato verso di me per colpirmi. Una gran bella famiglia, insomma.

Non mangio carne, e su questo mi scontro anche con compagni, colleghi e amici che mi chiamano esagerato, e nella loro dimensione virile ritengono che addentare un animale morto sia qualcosa di prezioso da fare. Io non rompo i coglioni a loro e non capisco perché devono romperli a me. Ho fatto sesso per la prima volta a diciassette anni. Intendo un rapporto sessuale completo. Non mi è piaciuto e non ho risposto alle provocazioni di alcune ragazze che vedendomi disinteressato mi hanno chiamato frocio più di una volta.

E’ che ho un modo tutto mio di creare una dimensione intima con una donna. Ci voglio parlare prima di scoparla e farmi scopare. Voglio incontrarla e conoscerla. Non necessariamente amarla, nel senso di innamorarmene, ma almeno conoscerla per poter ridere con lei, sapere come darle piacere. Non ho mai considerato una donna per la vagina tra le cosce. Non ho mai pensato di dover dimostrare il mio vigore sessuale a nessuna. Non ho permesso che mi togliessero la voglia di cercarmi e di scoprirmi diverso da mio padre, dal mio vicino, dall’amico e dal collega. Io sono io e la mia mascolinità, quella che voi definite socialmente fragile, è forte. E’ tanto forte perché ha resistito agli attacchi che arrivano da ogni parte.

L’assedio parte da lontano. Ce l’hai la fidanzata? Non hai la fidanzata? Chi ti piace? Ed erano domande che mi facevano quando avevo cinque anni. Più tardi mi hanno chiesto se avessi visto un culo di donna, una tetta, un centimetro di pelle in più o in meno fa la differenza, dicevano. Se ne vedi tanta sei un gran figo, se ne vedi poca o addirittura niente allora sei un prete. E non sapevano che dire “prete”, per quanto ne so, non vuol proprio dire non vedere carne perché ci sono certi che ne vedono fin troppa e appartenente a corpi di minori. Ma questo è un altro capitolo della storia.

La mascolinità repressa di alcuni preti mi ha riguardato da vicino quando ero piccolo. L’insegnante di religione, il pretastro che stava nella chiesa vicino casa mia. Andavo a messa la domenica, per fare contenta mia madre, e quando cominciai a disobbedire agli ordini, sul non farsi seghe, non commettere atti impuri, peccati e tutto il resto, pensando che non ci fosse nulla di peccaminoso in me, allora mi resi conto del fatto che quel prete, a modo suo, aveva un proprio onor virile da rappresentare. C’era la forza, la resistenza, l’astinenza, la forza di volontà, e ne parlavano come si può parlare di raggiungimento di estasi attraverso un buco di una bambola di plastica. Estasi senza corporeità, nutrita di fantasie, morbose, che ti fanno sentire in colpa e sporco perché una eiaculazione, che tu lo voglia o no, macchia e non puoi nasconderla.

Mi sono vergognato in varie fasi delle macchie sulle mie lenzuola, e in questo caso avevo due nemici. Mio padre mi insultava quando facevo pipì a letto e mia madre quando eiaculavo nelle polluzioni spontanee. Era tutto un nascondere lenzuola nella lavatrice e vergognarmi del piscio o dello sperma. Vergognarmi di essere fragile. Vergognarmi di essere maschio. Oggi non ho timore di macchiare niente. Lavo le lenzuola per conto mio e vivo, anche, per conto mio. Non devo sopportare le insistenze in famiglia per farmi mangiare triple porzioni di pasta e ventotto cosce di pollo o costolette di maiale.

Mi occupo di animali, ancora, volontariamente, anche se la mia professione è tanto diversa. Sono un insegnante, precario, uno come tanti, e spero di poter insegnare ai miei alunni e alle mie alunne, che non dovranno mai chiedere scusa e vergognarsi per quello che sono. La rivoluzione, in fondo, parte sempre da noi e possiamo vincere se vinciamo con le persone che ci sono accanto, mantenendo intatto il rapporto con loro e facendo in modo che ci accettino pur se questo vorrà dire che dovranno mettersi in discussione. Oggi mia madre mi accoglie a pranzo con lasagne vegetariane e grandi insalate ricche di vitamine e frutta di ogni genere. Sento che l’ho privata del piacere di veder ingozzarmi, per il mio bene, ma in fondo mi ama e sa che la amo anch’io.

Mia madre ha anche smesso di chiedere se le darò un nipotino e ha capito che non voglio figli. Mio padre dice che così finisce la discendenza, il ramo familiare col suo cognome, ma a me di questi orpelli patriarcali non me ne frega niente e se avessi avuto voglia di fare un figlio avrei preferito si chiamasse con il cognome della madre. Non è un dispetto. Non è neppure una posizione esasperata. Ripeto cose che mi hanno detto. Lo fai per dispetto, che esagerato! Ne conosco tanti che la pensano come me perché fare figli, andare in guerra, mostrare i muscoli al mondo e la propria virilità, questo sforzo ha stremato intere generazioni. A me basta la mia compagna, con cui vivo alla pari, e mi basta il nostro cane. Sono felice così.

Ed è questa la mia storia di #mascolinitàfragile.

Sono Mirco e vi ringrazio per l’opportunità che offrite a chi vuole raccontarsi.

Sorgente: #MascolinitàFragile: non mangio carne, non voglio figli, amo gli animali. E non sono meno uomo! – Al di là del Buco

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