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Da Trumfobia a Trumpmania, il lamento dei misfattisti

Non so se lo spettacolo offerto ieri fosse più grottesco o più patetico: in molti tra quelli che subiranno un Senato di nominati, la cancellazione del voto, sostituito nel migliore dei casi da un atto
notarile di conferma di scelte imposte dall’alto, l’asfissia dell’opposizione, l’alterazione del circuito dell’informazione ricattato o comprato, hanno fatto le pulci agli elettori americani.

Eppure per capire qualcosa di loro, prevedendo l’accaduto, basta vedere la loro produzione di telefilm, quella cinematografica, gran parte della loro letteratura.

Per spiegare il loro assoggettamento a modelli esistenziali e di consumo, è sufficiente tornare alle ragioni della crisi che partita di là e serpeggiata in tutto l’occidente come un serpente velenoso grazie alla promessa di soldi facili, case per tutti, fondi provvidenziali, grazie al proselitismo dell’idolatria del Mercato. A interpretare la  loro generalizzata arroganza, basta rifarsi all’ideologia e alla retorica della “superiorità” che rappresentano e difendono con guerre preventive e missioni belliche, che passano sotto il nome di esportazione di democrazia, tanto che ormai non vengono più accreditate come scontro tra civiltà, ma scontro per la civiltà, per non dire della loro patriottismo culminato nel Patriot Act, redatto per limitare diritti e libertà pubbliche e private in nome della sicurezza. A illustrare la loro concezione di libertà è sufficiente guardare non solo al loro credo liberista, quello della libera volpe in libero pollaio, ma anche al ricorso alla repressione, interna come sistema di governo per garantire una sicurezza disuguale, esterna, a sostegno di dittature sanguinarie e a gruppi paramilitari capaci di ogni atrocità.

A cogliere i perché delle loro nevrosi di bambini malcresciuti senza essere innocenti, ingenui senza essere integri, del loro ribellismo affidato a attori, cantanti e poeti maledetti lontani distanze siderali perfino dai nostri futuristi, dei loro tabù, dei loro capricci e delle loro compulsioni basterebbe la mitologia del loro “stile di vita”, l’american way of life, frutto di meccanismi di propaganda e produzione dei desideri   secondo tendenze imposte dal capitalismo inevitabile e insostituibile, che testa su di loro prodotti e merci, dentifrici o leader, attori o valori morali, mode o visi da diffondere poi come vuole la cultura universale dei consumi che dovrebbe unificare primo, secondo e terzo mondo, in modo che la vera libertà concessa e agognata sia quella di comprare, tanto da convertirsi in dovere sociale.

Eppure, e ieri ne abbiamo avuto l’ennesima conferma, riescono ciononostante nell’opera di colonizzazione perfino del nostro immaginario e probabilmente del nostro inconscio,  che prosegue quasi indisturbata e malgrado tutto coi suoi topoi irrinunciabili da Tocqueville, al ruolo di liberatori, dal Piano Marshall: come farsi belli agli occhi del mondo con quattro soldi, alle domestiche visioni ottimistiche, eque e solidali di Frak Capra, dalla Grande Mela coi suoi vanti: crimini, razzismo, omofobia, inquinamento e rifiuti per strada, alla narrazione di una tolleranza smentita dalla pratica dell’emarginazione, del rifiuto, della xenofobia, esercitati con entusiasmo non solo contro afroamericani e messicani, ma anche contro gli italiani presto dimentichi.

E ci riescono così bene che in tanti ieri si sono sentiti disillusi e spaesati. Qualcuno, di quelli che sbrigativamente si sono dedicati in questi mesi al gioco riduttivo del “chi vi ricorda” per via di parrucchini e tinture, passione per i troiai e slogan sessisti, si è mostrato avvilito e frustrato al pensiero che quelli siano proprio come noi. Qualcuno ne approfitta per dire che allora, là come qui, sarebbe bene rivedere sistemi e meccanismi elettorali, perbacco, per ridurre il pericolo che la gente si esprima contro l’establishment, per limitare l’accesso alla cabina e presto anche al Pc, garantendo l’auspicabile governabilità imperitura, in attesa finalmente di sciogliere l’indesiderabile e molesto popolo, e di averla vinta nella lotta di classe alla rovescia, che, si sa, i poveri e gli operai votano con la pancia, specie se è vuota.

Tutti o quasi, non solo tra cottimiste del senonoraquandismo e forzati del politically correct, hanno replicato pensieri e modi già visti. Perché è così comodo e assolutorio e soavemente irresponsabile contestare il puttaniere volgare, il tycoon spregiudicato, piuttosto che il golpista, o peggio che mai, il coattivo produttore di conflitti di interesse, diventati carattere irrinunciabile di leader e premier in forma bipartisan. Perché lo sanno anche i bambini che è più educato sopportare i tagli al Welfare di Renzi che la rimozione dell’Obamacare, più virtuale che virtuosa,  ingiustamente attribuita a Trump, accettare F35, bombe e armi nucleari della signora Pinotti e di padre Gentiloni piuttosto di quelle del becero La Russa, tagli e svendite a cura di Monti o Padoan, più distinti e temperanti di quelli di Tremonti.

Ma possiamo stare tranquilli, il tempo cura tutto o meglio, nutre la cancrena del conformismo. Così al pari del presidente del consiglio che ha battuto sul tempo  Merkel e Hollande congratulandosi col vincitore, già da oggi vedremo rapide e tempestive conversioni dalla trumpfobia a una ragionevole e composta attenzione, nello spirito di doverosa collaborazione e di quella disponibilità già espresse da Obama. Come in fondo impone quell’aberrante ossequio all’egemonia indiscutibile della legge del più forte, potente là come qua, dove la maggioranza vince sempre e su tutto, anche quando è viziata da svariate forme di illegittimità: aggiramento di regole democratiche, imposizioni autoritarie in nome della obbligatorietà di misure e uomini forti, primato della “mancanza di alternative”,  occupazione militare dell’informazione, culto dell’emergenza e dello stato di necessità diventati sistemi di governo.

Proprio come da noi anche negli Usa si vota turandosi il naso, come da noi ci sono mezze figure incaricate di far fuori candidati scomodi o talmente assatanate di potere o così comprese della funzione di rappresentare interessi formidabili da scendere in campo con tutti i rischi che l’incarico o l’insuccesso comportano, qui come là comandano gli stessi padrini, padroni visibili o dietro le quinte. Qualcuno ha detto che la scelta era tra l’infarto o il cancro. I vizi, la crisi cominciata e promossa proprio là, il totalitarismo finanziario nutrito nel loro impero e affetto da evidenti pulsioni suicide, evoca Terenzio e la nostra vocazione a essere punitori di noi stessi come nel Heautontimorumenos, e fa tornare alla mente Susan Sontag quando disse che gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste e che della loro peste il mondo è condannato a morire.

Sorgente: Da Trumfobia a Trumpmania, il lamento dei misfattisti | Il simplicissimus

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