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Prima voti, poi rifletti

referendum-costituzionale-4-dicembre-2016

(ndr – l’articolo pubblicato il 9 settembre é un ottimo stimolo per prima riflettere, e poi votare…)

Le vacanze le vivo sempre con sentimenti contrastanti: ad incombere sulla gioia di stare spaparanzato al sole e sguazzare nell’acqua è lo sconforto di dover prima o poi tornare alla routine quotidiana: la sveglia; il bagno occupato da qualcun altro; il caffè bollente; il treno in ritardo; le giustificazioni con il capo. Quest’anno ad aggravare il tutto c’era il terrore che terminate le ferie sarebbero ripresi a marcia spedita i comizi del ministro Boschi, ma fortunatamente annunci più pacati hanno preso il posto degli slogan sulla caduta vertiginosa del Pil e il crollo delle nascite se vincesse il No.In un’intervista a La Stampa del 5 settembre, il ministro Boschi ha dichiarato “basta leggere il quesito del referendum per votare Sì” specificando “abbiamo tutto l’interesse a che si parli dei contenuti, non parliamo più dei destini personali”.

Sebbene sia dettato solo dalla bieca necessità di consolidare il consenso a causa dell’andamento dei sondaggi è comunque apprezzabile l’intento del governo di voler mettere da parte gli irresponsabili slogan che finora hanno inquinato la campagna referendaria, quindi leggiamo il quesito referendario:

«Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del tilo V della parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?».

Bello, ma fumoso. La volontà espressa dal ministro Boschi di discutere sui contenuti sarebbe coerente con le sue reali intenzioni se chiedesse alla sua platea di leggere ogni articolo della riforma e poi il testo del quesito così da metterli a confronto, non di leggere solo il secondo – che altro non è che un riassunto del mantra governativo – e ignorare tutto il resto, cioè il merito della riforma.

Il vero protagonista dello spettacolo Perché No di Marco Travaglio è il testo della riformadal quale il giornalista parte per ogni critica. La professoressa Nadia Urbinati, senza ottenere alcuna risposta, lanciò una sfida al ministro Boschi a chiarire la riforma nel merito. I costituzionalisti, i presidenti emeriti e i vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale che compongono il comitato per il No (che non ha nulla a che vedere con i partiti che fanno campagna per il No) criticano ogni aspetto della riforma testo alla mano (alcune delle loro critiche le ho riportate in altri articoli nel blog; qui, qui e qui).
Il ministro Boschi invece in nessuna occasione ha mai comiziato leggendo o anche solo citando il testo di questa riforma che lei stessa ha scritto. Non si capisce il perché di questa diffidenza nei confronti di un lavoro che il governo rivendica con tanto orgoglio (anche se Renzi stesso ora ammette che non è poi tutto questo gran divenire, anzi). Evidentemente, teme che il testo della riforma possa smontare i suoi discorsetti.

Ad esempio: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario”. Vero è che l’attuale sistema bicamerale verrà superato, ma bisogna vedere in quale modo. In meglio o in peggio?
Attualmente la navetta parlamentare prevede solo due semplici sistemi per approvare le leggi, la riforma li sostituirà con dieci contorti meccanismi. L’articolo 70 dà indirettamente ragione a chi sostiene che questi nuovi iter parlamentari allungheranno i tempi di approvazione delle leggi e creeranno solo confusione e contenziosi tra le Camere, difatti il comma 6 stabilisce che eventuali conflitti sulle questioni di competenza saranno risolti di comune accordo dai presidenti delle Camere. E se i presidenti di Camera e Senato non si accordano, cosa si fa? Se la giocano a morra cinese? Nessuno lo sa.
Per 22 categorie di norme Camera e Senato concorrono alla pari nel processo di formazione delle leggi (la navetta non è stata abolita) ma anche dove la competenza è esclusiva della Camera il Senato può comunque esaminare qualsiasi testo e proporre modifiche innescando così anche in quei casi il rimpallo tra le due Camere che secondo i sostenitori del Sì è la causa di ogni male. L’articolo 71, che non è stato modificato, riconosce anche al Senato il pieno potere di iniziativa legislativa.

“La riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni” anche questa è una frase di facile presa ridimensionata dal testo della riforma. Anzitutto è scorretto utilizzare la parola parlamentari perché il termine indica nell’insieme deputati e senatori mentre la riduzione riguarda una sola camera, il Senato, perciò dovrebbe esserci scritto “la riduzione del numero dei senatori”. Il numero di senatori verrà ridotto ma di sole di 215 poltrone su 315: il Senato sarà smagrito passando a 100 senatori. Un numero irrisorio, statisticamente irrilevante a fronte di un milione di persone che vivono di politica.
Riguardo il contenimento dei costi, argomento futile e demagogico rispetto alla rilevanza della Costituzione, Roberto Perotti, ex responsabile per la Spending review nonché economista e professore di economia presso l’Università Bocconi, ha recentemente dichiarato in un’intervista al Corriere:

“Il marketing del governo è che si ridurranno di un terzo le poltrone, e di 500 milioni i costi della politica. Sono affermazioni un po’ birichine. La riforma riduce di un terzo le poltrone dei parlamentari, che sono una minima parte delle poltrone della politica. Nei 500 milioni, sono inclusi 350 milioni di risparmi dall’abolizione definitiva delle provincie che il referendum consentirebbe, che però sono già stati conteggiati nell’abolizione di fatto che è già in gran parte avvenuta. Secondo i miei calcoli il risparmio è dunque al massimo di 150 milioni, ma solo ammesso che il Senato faccia molto downsizing. Purtroppo questo governo, per ragioni che posso comprendere ma che non condivido, ha fatto pochissimo sui costi della politica, e ora cerca di recuperare distorcendo il contenuto del referendum, che non ha quasi niente a che fare con i costi della politica”.

Roberto Perotti non può neppure essere tacciato di “gufismo” come sistematicamente accade a chiunque osa mettere in discussione la Verità del governo perché l’economista dichiara che voterà Sì.

Nel quesito non è menzionata ma il tam-tam mediatico fa entrare di diritto nel dibattito anche l’abolizione delle Province, che in realtà si tratta di una sostituzione con le Città metropolitane o gli Enti di area vasta (legge n. 56/2014). La riforma è estranea a questo passaggio perché la copertura costituzionale nel caso specifico non pregiudica alcunché. Un chiaro esempio è il rimpiazzo con la Città metropolitana già avvenuto a Roma, TorinoFirenze, quest’ultima presieduta addirittura dal fedelissimo del premier Dario Nardella.

La soppressione del Cnel è l’unico punto del quesito che collima con il testo della riforma ma il risparmio, certifica la Ragioneria dello Stato, sarà di appena 8,7 milioni e l’eliminazione avverrà solo a termine della procedura di liquidazione affidata ad un Commissario straordinario il quale dovrà curare anche la “riallocazione delle risorse umane e strumentali presso la Corte dei conti”.

Il risparmio che produrrà la riforma è pari a 57,7 milioni certificati dalla Ragioneria dello Stato, organo del Ministero dell’economie e delle finanze al quale è “delegata la certezza e l’affidabilità dei conti dello Stato, la verifica e l’analisi degli andamenti della spesa pubblica”.
I 150 milioni calcolati da Roberto Perotti (ex responsabile per la Spending review) includono anche l’“abolizione” delle Province, “già in gran parte avvenuta”, e che non riguarda la riforma costituzionale.
Non esiste nessuno studio che certifichi i 500 milioni pubblicizzati dal duo delle meraviglie Renzi-Boschi.

Poltrone e soldi sono in ogni caso aspetti secondari che non giustificano minimamente la modifica di ben 47 articoli della Costituzione. Il Cnel, oltretutto, potrà essere facilmente soppresso anche in futuro qualora la riforma non superasse il giudizio degli elettori perché su questo punto il consenso è unanime. La sensazione è che abbiano messo dentro un po’ di tutto per indorare la pillola e far passare in secondo piano gli aspetti veramente importanti della riforma.

Anche la “revisione del tilo V della parte II della Costituzione” è una frase che non dice nulla e non chiarisce ciò che la riforma fa. Il titolo V definisce il delicato rapporto tra Stato ed enti territoriali. Gli articoli sono 19, la riforma, solo in questa parte, ne modifica 11 (conteggiando i commi la modifica assume proporzioni ancora più ampie).
Il cambiamento che produce è migliorativo o peggiorativo rispetto alla situazione attuale?
Il percorso sul federalismo iniziato con la riforma del 2001 viene interrotto: alle Regioni sarà sottratto il potere legislativo su molte materie, anche quelle tipicamente regionali quali la tutela dell’ambiente, della salute e del territorio. In sostanza la riforma produce una forte centralizzazione dello Stato facendo venire meno il principio di sussidiarietà implicitamente previsto dai Costituenti. La riforma prevede inoltre il ripristino della “clausola di supremazia statale”, attivabile dal governo, che consente allo Stato di scavalcare le autonomie locali anche su quelle materie che restano di loro esclusiva competenza.
La ripartizione delle competenze non servirà neppure a correggere gli evidenti errori che la riforma del 2001 ha creato con le materie concorrenti, anzi i contenziosi tra Stato e Regioni rischieranno di aumentare come sostengono, ad esempio, i presidenti emeriti della Corte costituzionale Valerio Onida e Cesare Mirabelli. Il rischio è insito nel compito che ha lo Stato di dettare sulle materie di competenza delle Regioni le non definite “disposizioni generali e comuni” che non stabiliscono un chiaro confine tra la legislazione statale e quella regionale aprendo così a diverse interpretazioni che in un probabile conflitto tra Stato e Regione solo la Consulta potrà appianare. 
Le Regioni a statuto speciale, le prime per sprechi, non verranno neanche sfiorate dalla “riforma” e lo squilibrio di poteri con quelle ordinarie sarà ancora più ampio di quanto non lo sia già.
Gli scandali che negli anni hanno investito Regioni e altri enti locali continueranno ad esserci anche con la riforma: nessuno, se non il buon senso e il rispetto della cosa pubblica, può impedire ad un consigliere di farsi rimborsare l’acquisto di un’auto o delle mutande.

L’invito del ministro Boschi a leggere solo il quesito è grottesco e irricevibile e umiliante per chi rappresenta le Istituzioni perché una frase di poche righe non può essere utile a maturare un giudizio sui contenuti di una riforma che riguarda 47 articoli della Costituzione. Il quesito oltre a non riassumere adeguatamente il contenuto di una riforma così pesante omette molti aspetti.

L’articolo 57, comma 2 ridefinisce il metodo di elezione del Senato: i senatori non saranno più eletti ma nominati nei consigli regionali.
L’articolo 64 rimanda i poteri delle opposizioni ad un regolamento parlamentare ancora da scrivere. Intascata (grazie all’Italicum) la maggioranza assoluta dei seggi, sarà il governo a dettare.
L’articolo 67, sebbene sia stato modificato, non prevede il vincolo di mandato neanche per i senatori nonostante non saranno più eletti. I nuovi inquilini del Senato non rappresenteranno nessuno e voteranno per mere logiche partitocratiche magari anche per riconoscenza al partito che li ha mandati a Roma regalando loro l’immunità parlamentare.
L’articolo 68 riconosce ancora l’immunità parlamentare ai membri del Senato nonostante i senatori non saranno eletti, non rappresenteranno la Nazione e non avranno vincolo di mandato e, non da meno, saranno pescati nella classe politica più inquisita e corrotta rappresentata dai consiglieri regionali. Il che fa prevedere che ad andare a Roma sarà chi avrà la necessità di sfuggire all’arresto o ad una perquisizione.
L’articolo 70 – oltre ad essere contorto e prolisso e a rinviare ad altre disposizioni per ben 11 volte – riconosce al Senato, popolato da 100 senatori nominati e senza vincolo di mandato, il privilegio e l’onere di revisionare la Costituzione.
L’articolo 71 attribuisce anche al Senato il potere di iniziativa legislativa. Ma se i senatori saranno tutti nominati e non avranno vincolo di mandato, in nome e nell’interesse di chi proporranno le leggi?
L’articolo 71, comma 3 triplica il numero delle firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare: si passerà da 50 mila a 150 mila. L’aumento è motivato dalla discussione in tempi certi “nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”, regolamenti che devono essere ancora scritti, quindi non si a quanto corrispondono i tempi certi; se a un mese, ad un anno o a due anni. La discussione in tempi certi non è comunque una giustificazione valida ma strumentale. Il dato di fatto è che oggi, con la Costituzione attuale, bastano 50 mila firme, con la riforma, invece, ne serviranno 150 mila.
L’articolo 71, comma 4 introduce il referendum propositivo e di indirizzo ma le modalità di attuazione – numero di firme da raccogliere, quorum e tempi di esame da parte della Camera – sono rimandate ad una legge che ancora non esiste. Visto quello che hanno fatto con le leggi di iniziativa popolare, alzando le firme 50 mila a 150 mila, c’è ben poco da sperare.
L’articolo 72, comma 7 concede al governo quando ritiene unilateralmente un disegno di legge come essenziale per il suo programma il potere di iscriverlo all’ordine del giorno e sottoporlo al voto finale entro 70 giorni dalla deliberazione. Il Parlamento, che è l’unica rappresentanza del Paese, già posto al di sotto del governo grazie allo spropositato premio dell’Italicum, verrà ulteriormente piegato al volere dell’esecutivo attraverso l’uso indiscriminato e senza limiti della decretazione d’urgenza.
L’articolo 75, comma 4 per i referendum abrogativi riduce il quorum alla maggioranza dei votanti delle ultime elezioni solo se le firme raccolte da 500 mila raggiungono quota 800 mila.
L’articolo 78 stabilisce che lo stato di guerra è deliberato a maggioranza assoluta e dalla sola Camera dei deputati. Due senatori del Pd, Federico Fornaro e Carlo Pegorer, hanno calcolato che grazie all’Italicum i capilista nominati che andranno alla Camera saranno il 60,8%, cioè 375 su 630. A comandare in questo Parlamento che rappresenta quattro gatti sarà la falsa maggioranza di governo messa al vertice della piramide dal controverso premio dell’Italicum (340 seggi su 630, cioè la maggioranza assoluta). Ognuno ne tragga le dovute conclusioni.
L’articolo 79 stabilisce che amnistia e indulto sono concessi a maggioranza dei due terzi dalla Camera dei deputati.
L’articolo 83, comma 2 prevede che per l’elezione del capo dello Stato “dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti“. Traduzione: il capo dello Stato, organo di garanzia che rappresenta “l’unità nazionale”, potrà essere eletto anche se in aula sono presenti poco più di 200 parlamentari. Sapendo che al settimo scrutinio il governo può scegliersi il capo dello Stato, farà ostruzionismo fino al sesto per poi accaparrarselo. Al di là delle facili previsioni, una bestemmia che non trova riscontro in nessun altro ordinamento costituzionale del mondo.
L’articolo 94 esclude il Senato dal sistema fiduciario senza che la riforma lo sostituisca con altri contrappesi. La fiducia al governo sarà concessa o revocata dalla sola Camera dei deputati dove la maggioranza è in realtà una minoranza gonfiata dal premio abnorme dell’Italicum e i deputati sono per il 60,8% nominati, cioè fedeli al loro capo partito in quanto dipenderanno da lui per la loro elezione e rielezione.
L’articolo 117 eleva a rango costituzionale le leggi dell’Unione europea – organo sovranazionale non eletto da nessuno. “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali”. La sovranità del popolo e la potestà legislativa dello Stato saranno limitate per Costituzione dalle leggi dell’Unione europea.
L’articolo 117, comma 4 reintroduce la “clausola di supremazia statale”, utilizzata in passato dallo Stato per vampirizzare le autonomie locali. Sulle grandi opere – Tav, gasdotto Tap, trivelle in mare, ponte sullo Stretto etc. – le Regioni non potranno più dire alcunché.
L’articolo 135 concede a 100 senatori non eletti da nessuno e senza vincolo di mandato il compito di nominare ben due giudici della Corte costituzionale, organo di garanzia insieme al capo dello Stato e al Csm. I giudici di nomina parlamentare sono in totale cinque, e alla Camera, composta da 630 deputati (in prevalenza nominati, è bene ribadirlo), ne spetteranno di conseguenza tre. Una sproporzione assurda.

In ultimo l’Italicum, chiaramente legato a doppio filo con la riforma costituzionale. La legge elettorale, attraverso il premio di maggioranza di 340 seggi su 630 assegnato non alla coalizione tra più forze politiche ma alla lista monocolore dove il segretario del partito è anche premier, crea di fatto un sistema in cui il governo detiene sia il potere esecutivo che quello legislativo perché nel Parlamento, dove tra l’altro la fiducia sarà concessa o revocata solo dalla Camera che sarà l’unica titolare anche dell’indirizzo politico, potrà disporre sempre e comunque di una maggioranza assoluta composta da un unico partito e da deputati in parte nominati tra i più fedeli attraverso i trucchetti dei capilista bloccati e delle multicandidature. Gli organi di garanzia – presidente della Repubblica, Corte costituzionale e Csm – saranno inevitabilmente espressione di quella “maggioranza”.
Nel complesso si configura un impianto istituzionale che non trova riscontro in nessuna democrazia, nemmeno in quelle di tipo prettamente presidenziale come gli Stati Uniti dove i due poteri, quello esecutivo e quello legislativo, sono nettamente divisi. Il potere esecutivo è affidato al presidente, eletto da un collegio di “grandi elettori” composto da membri scelti da ogni singolo Stato; il potere legislativo è nelle mani del Congresso, cioè il Parlamento, composto dalla Camera dei rappresentati e dal Senato, entrambe elette a suffragio universale e senza alcun sotterfugio che consente ai capipartito di scegliere i parlamentari all’insaputa degli elettori. I due poteri sono opportunamente bilanciati attraverso una netta e rigida separazione ma anche una serie di pesi e contrappesi (il cosiddetto “check and balance”).

Limitarsi a leggere il solo quesito come chiede il ministro Boschi non vuol dire discutere nel merito ma fare cicaleccio con i proclami del governo. Non si può esprimere un giudizio critico su una riforma ampia e disomogenea come questa limitandosi a leggere quattro righe che riassumono solamente la retorica governativa.

I titoli ad effetto sono sempre cattivi consiglieri. “80 euro” che dovevano “rilanciare i consumi” sono stati finanziati tagliando lo stato sociale e hanno fieramente contribuito a produrre crescita zero.
Il “Jobs Act” che doveva dare “più tutele a tutti”, costato 22 miliardi scialacquati a deficit, ha spianato la strada ai voucher, ha ridotto i salari favorendo la deflazione e ha dopato il mercato del lavoro creando peraltro meno nuovi posti a tempo indeterminato rispetto al 2014, anno in cui gli sgravi non c’erano. Finiti gli incentivi, la bolla torna alle sue reali dimensioni, quelli da Paese in profonda crisi occupazionale.
Sulla “Buona scuola”, l’ossimoro è ancor più evidente.

Un governo che rispetta i suoi concittadini e il loro diritto ad una corretta informazione non farebbe di ogni incontro pubblico un misero spettacolino sceneggiato con dichiarazioni roboanti prive di qualsiasi contenuto invogliando gli elettori, oltretutto, a non informarsi.

La campagna del Sì sta assumendo sempre più i connotati dell’apostolato dell’on. Cetto La Qualunque: “Chiu pilu pe tutti!” (“0,6% di Pil in più grazie alle riforme politiche e istituzionali”), “‘Nto culo a prescindere” (“I costituzionalisti che sostengono il No sono solo dei parrucconi”) e, soprattutto, “Prima voti, poi rifletti” (“Basta leggere il quesito del referendum per votare Sì”).

N.B. lo strafalcione “tilo V della parte II della Costituzione” non è mio: è scritto proprio così sul sito della Camera. A proposito di basta leggere il quesito per capire

Sorgente: Prima voti, poi rifletti – Cave asinus

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