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Usa 2016 – Il mondo sospeso Dove sta andando l’America? | di walter veltroni – l’Unità TV

unita.tv – Il mondo sospeso. Dove sta andando l’America? Tratteniamo il respiro, guardando verso l’oceano. Quella storia parla anche di noi. Di come siamo, come saremo, come potremmo essere

Dove sta andando l’America? E dove, con lei, sta andando il mondo? È questa la domanda che tutti abbiamo il dovere di porci, attendendo con il fiato sospeso l’esito delle elezioni presidenziali americane.

Quel grande Paese, culla di radicate e antiche tradizioni democratiche, tra i pochi al mondo che non abbiano mai conosciuto dittature di nessun colore, oggi è già precipitato, occorre dirsi la verità, in una grave crisi delle sue istituzioni democratiche.

Il candidato repubblicano ha dichiarato, anomalia assoluta nella lunga storia degli Usa, che accetterà l’esito delle elezioni solo se sarà lui il vincitore.

A pochi giorni dal voto l’agenzia federale delle investigazioni ha scatenato una offensiva verso la candidata democratica, Trump conclude i suoi comizi con l’auspicio che la Clinton venga presto arrestata, aleggia il sospetto che degli hacker russi possano sabotare il giorno elettorale. Cos’altro serve per dirci che questo anno orribile della nostra storia sta per riservarci, al suo esito, altre tempeste violente?

Non faccio previsioni e non mi fido dei sondaggi. Come degli allocchi privi di memoria i decisori politici e comunicativi dimenticano ogni volta che i sondaggi e gli exit poll ormai falliscono regolarmente.

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Siamo andati a dormire con la notizia che il Remain aveva vinto e ci siamo svegliati con la vittoria degli antiuropeisti inglesi.

Persino nella piccola Islanda, un quartiere di Roma, i sondaggi hanno sbagliato annunciando il successo di un partito, quello de I pirati, che poi è arrivato terzo.

Dunque non fidarsi mai di previsioni che ormai sono cinquine al lotto. Può darsi, ad esempio, che gli elettori di Trump si vergognino di dichiararlo come è capitato, in altri casi, in Italia.

Quello che è certo è che quasi metà degli elettori di quel grande Paese guarda oggi con favore alle posizioni e alla leadership del candidato più estremista che sia mai apparso sulla scena delle elezioni americane.

Sta succedendo che le posizioni che Trump espone, tali da far ritrarre dal sostegno tutta la tradizionale leadership repubblicana, incontrino una opinione pubblica smarrita e irosa, bisognosa di identità e promesse di sicurezza.

Nel cuore della globalizzazione, nella sua cabina di regia, esplodono pulsioni isolazioniste, spirito di chiusura, tentazioni di muri reali e valoriali.

Solo chi non conosce l’America, chi pensa che tutto sia riassumibile in New York o San Francisco, può restare sorpreso.

L’America è più grande, è fatta della sua provincia, della sua cultura delle armi, del suo tessuto industriale sbrindellato dalla crisi. È di più.

Richiamo qui il bel viaggio giornalistico e televisivo di Stefano Pistolini, Massimo Salvucci e di Christian Rocca e, mi sia permesso, le parole che, sfidando le ironie di tutti quelli che sanno sempre tutto, scrissi più di un anno fa si questo giornale: «Donald Trump sta scalando le vette dei sondaggi sul prossimo candidato repubblicano alle elezioni presidenziali del 2016.

Sta sbaragliando i suoi avversari usando un armamentario retorico che ci è ormai noto: l’essere un imprenditore che si è fatto da solo, il proporre soluzioni disumane per il fenomeno della migrazione, l’insultare le donne. Il tutto condito da un linguaggio estremo, dalla totale indifferenza per ogni coerenza e praticabilità reale delle proposte. In nome del rifiuto dell’ormai usurato ” politically correct” si fa strada un frasario della politica barbaro e violento, che parla alla pancia dell’elettorato e sollecita intolleranza e estremismo.

Tutto fa dire agli osservatori che sarebbe scontato l’esito delle elezioni se davvero Trump ottenesse la nomination repubblicana. E che Hillary Clinton sarebbe la più felice se davvero si candidasse il miliardario americano perché, con le sue posizioni così estreme, libererebbe uno spazio politico enorme, come spesso è stato nelle elezioni americane.

Può essere sia così. Io però non ne sarei più tanto sicuro. Infatti si vanno affermando, in tutto l’Occidente, pulsioni del tutto nuove, fenomeni carsici che spingono fasce di elettorato all’impegno o al disimpegno a seconda del grado di mobilitazione che l’estremizzazione delle posizioni determina».

Mi scuso della lunga citazione ma a me sembrava già allora che stesse succedendo qualcosa di grande. Io sento, da tempo, scricchiolare la democrazia.

Lo testimoniano la vicenda inglese, un Paese che ora non sa più se è in Europa o no, così come la prospettiva che il nuovo presidente degli Usa nasca sulle macerie di conflitti irriducibili o che persino si trovi con un congresso schierato contro, o che, per tasse o per mail, sia sotto la spada di Damocle di apparati, media, impeachment.

L’America di Obama è cresciuta, sono aumentati Pil e lavoro. Ma sotto la pelle di tutte le società si agita oggi un demone. La globalizzazione distorta, la crisi più lunga di sempre, l’impatto dei fenomeni migratori, il dissolversi di tutti gli agenti unificanti delle società, la crisi verticale di legittimità della politica e dei partiti, la frammentazione e la precarietà come condizioni sociali ed esistenziali, la rivoluzione antropologica prodotta dalle tecnologie: tutto questo sta generando un mutamento che, se non interpretato, può portare ad una richiesta diffusa di forme di potere e di decisione non democratiche.

E, si badi, sono oggi gli strati più popolari della società, a prendere a spallate le istituzioni. Se il pensiero democratico volterà le spalle a questo disagio, se si accontenterà del plauso delle èlites, se rimarrà fermo ai codici di un secolo finito, se farà come Zelig del film di Woody Allen trasformandosi di volta in volta in populista o conservatore, se sarà cioè tanto debole da perdersi sarà, alla fine, ricordato come le sinistre europee degli anni venti: ideologiche, spregiudicate, imbelli.

Tratteniamo il respiro, guardando verso l’oceano. Quella storia parla anche di noi. Di come siamo, come saremo, come potremmo essere.

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