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Hillary, un’America inclusiva e istruzione gratuita – La Stampa

La candidata democratica Hillary Clinton posa per una foto di gruppo a Culver City, in California- foto

lastampa.it –  video’s: Speciale USA 2016 – Hillary, un’America inclusiva e istruzione gratuita. Grande attenzione alle minoranze nere e ispaniche. Tra gli obiettivi allargare la riforma sanitaria di Obama. – PAOLO MASTROLILLI inviato a Cleveland

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Sul tarmac dell’aeroporto di Philadelphia, aspettando Hillary Clinton che ha santificato la domenica pregando nella chiesa nera di Germantown Mount Airy, il suo braccio destro per la comunicazione Jennifer Palmieri trasmette ottimismo: «È in corso un’affluenza storica alle urne, in particolare da parte degli elettori ispanici, che ci fa credere di essere in vantaggio».
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Poi aggiunge una battuta: «Così, se vinceremo e l’anno prossimo andremo al G7 di Taormina, io potrò finalmente andare a visitare Campobasso, la città da dove era emigrata la mia famiglia».
Sentimenti personali a parte, nel forsennato sprint finale di Clinton si leggono insieme i contorni della sua coalizione e la visione dell’America che spera di portare alla Casa Bianca.
La sua corsa è partita dalla Florida, perché se Trump non vince questo stato lei è matematicamente Presidente. I suoi consiglieri sono incoraggiati dal fatto che l’affluenza dei latini è già aumentata del 120% nel voto anticipato, e in questo dato confermato in Nevada leggono la determinazione degli ispanici a bloccare il candidato repubblicano che li ha insultati.
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È il primo pilastro della visione di Hillary, che non a caso ha adottato lo slogan «stronger together», più forti se uniti.
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L’inclusione delle minoranze, che stanno diventando maggioranza negli Stati Uniti, era una sua ispirazione anche quando a vent’anni era andata in Texas per spingere latini e neri alle urne durante le presidenziali del 1972.
Quell’idealismo giovanile ora si è unito alla convinzione che il Partito democratico possa cavalcare la tendenza storica demografica, usando crescita delle minoranze e riforma dell’immigrazione per diventare forza egemone del paese.

Subito dopo Clinton è venuta a Philadelphia, e oggi tornerà in Michigan, perché la base elettorale dell’asinello ha sempre posato sulla classe lavoratrice, i colletti blu e gli operai, adesso tentati dal populismo di Trump.

Il problema è che la globalizzazione e i commerci internazionali hanno penalizzato la «rust belt» americana, facendo fuggire all’estero i posti di lavoro. I democratici sono sembrati complici di questo fenomeno, e Donald ne ha approfittato, promettendo di denunciare i trattati internazionali e costringere le multinazionali a riaprire le fabbriche in America.

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Forse è solo una fantasia, perché l’evoluzione della storia non si ferma con le parole, ma anche Bernie Sanders durante le primarie ha usato questa retorica, costringendo Hillary a cambiare posizione.

Molti però pensano che la sua sia solo una strategia elettorale: ora dice di essere contro i trattati commerciali tipo la Trans Pacific Partnership, ma una volta alla Casa Bianca li rimetterà in moto, magari con qualche modifica cosmetica per sostenere di aver mantenuto gli impegni elettorali.

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La sua visione infatti è globalista nel cuore, non ostile al mondo della finanza e all’establishment sfidato da Trump. Questo alimenta i sospetti dei colletti blu, che Donald spera di portarle via in Pennsylvania, Ohio, Wisconsin, ma di più in Michigan.

I consiglieri di Hillary dicono che lei ha aggiunto una tappa finale in questo stato solo perché qui non c’è l’early voting, e quindi aveva più senso venire alla vigilia del voto di domani: «Non è panico, ma calibratura delle risorse», spiega il manager Robby Mook. Forse, ma intanto lo stato è in bilico.

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Lo show di ieri sera a Cleveland non aveva solo lo scopo di usare il potere di persuasione di una stella del basket come LeBron James, ma soprattutto di mobilitare la comunità nera a votare per lei, come aveva fatto per Obama otto e quattro anni fa.

Certo, Hillary non può aspettarsi l’affluenza generata dal primo Presidente nero degli Stati Uniti, ma ha bisogno di arrivarci vicino per vincere, e ricevere un mandato solido per riunificare il Paese dopo le proteste e le violenze seguite agli scontri di Ferguson.

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Lo stesso discorso riguarda la North Carolina, che Clinton vuole vincere non solo perché le garantirebbe la Casa Bianca, ma anche perché rappresenta il volto dei nuovi Stati Uniti in trasformazione economica e demografica, giovani, non razzisti, più pronti a sfruttare le opportunità della tecnologia digitale, che lei vorrebbe guidare verso un nuovo secolo di supremazia globale.

Magari anche allargando la riforma sanitaria di Obama verso il modello di un sistema nazionale, e offrendo l’istruzione universitaria gratuita per sedurre i millennials recalcitranti.

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La politica estera non è stata al centro del dibattito, a parte i sospetti per l’influenza russa sulle elezioni attraverso gli hacker, o le polemiche su Bengasi e la sicurezza nazionale compromessa dallo scandalo delle mail.

La visione globalista di Hillary, però, non sarebbe completa senza due punti fermi del suo progetto: primo, confermare e rafforzare le alleanze, a differenza di Trump che ha messo in dubbio l’utilità di Nato e Ue; secondo, essere più dura di Obama. In campagna non ha potuto marcare troppo le differenze dal Presidente, o urtare i giovani pacifisti innamorati di Sanders, ma è noto che in Siria lei avrebbe voluto la no fly zone, le safe zone per i rifugiati, e forse un impegno di terra per rovesciare Assad prima che l’Isis si affermasse.

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Questo, in fondo, è il vero dilemma di Clinton: se vincerà, quale Hillary si siederà nell’Ufficio Ovale? La giovane idealista del 1972, o la fredda calcolatrice di oggi? Entrambe, forse.

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