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Medio Oriente – Le tre guerre di Erdogan | l’Unità TV

Erdogan, un avventurista, che gioca d’azzardo su tre fronti

Si era detto: quante guerre si dirameranno dal tronco della guerra all’Isis e alla sua roccaforte principale, Mosul. Si era calcolato: 10, forse 12. Forse bisogna dare un colpo di freno e uno di acceleratore.Di freno: perché si è presentata, e ancora si continua, una prima tappa della battaglia per Mosul come se Mosul fosse già presa, e invece si è presa e solo in parte solo la sponda orientale di Mosul, e vi si combatterà ancora a lungo, e ieri la resistenza è stata più forte che mai, e al di là del fiume aspettano le migliaia di miliziani dell’Isis, suicidi e soprattutto omicidi, e il milione e oltre di persone chiuse come in un recinto di mattatoio.

E un colpo di acceleratore, perché le tensioni pronte a esplodere dopo Mosul hanno fretta di divampare mentre ancora bisogna combattere e vincere quella guerra dichiarata ipocritamente comune. In questo rincaro c’è un giocatore che vuole surclassare gli altri con le sue puntate d’azzardo: Recep Tayyp Erdogan.

Fate un conto. Erdogan è uscito trionfante da un colpo militare (serio, non di facciata, e non privo di ragioni) e ha liquidato, sotto il nome di cospirazione gulenista, una vasta parte della società civile turca: scuole, tribunali, polizia, esercito, giornali e tv e radio… Ai curdi, che sono per lui prima che un problema politico una intima ossessione, aveva già mosso guerra per terra e per cielo, trovando nella loro organizzazione militare, il PKK, il Partito dei Lavoratori Curdo, un nemico altrettanto risoluto.

Ieri, con l’arresto dei due copresidenti dello HDP, il Partito Democratico dei Popoli curdo, e di una decina di parlamentari, dopo che il parlamento aveva votato a maggio una svergognata esclusione dello HDP dall’immunità, il regime turco ha fatto terra bruciata della distinzione fra una via democratica curda e una della lotta armata, e ha compiuto un passo decisivo nella trasformazione del confronto militare fra il proprio esercito e quello partigiano del PKK in una vera guerra civile. E i curdi in Turchia sono fra i 20 e i 25 milioni, e hanno un loro antico e fiero territorio.

Ieri un membro influente dello storico partito kemalista, CHP, il Partito Popolare Repubblicano, il secondo partito turco (lo HDP è il terzo) che era stato prodigo di riconoscimenti a Erdogan all’indomani del colpo militare, ha dichiarato che la repressione dei leader e dei parlamentari dello HDP equivaleva a un secondo bombardamento del parlamento.

Sempre ieri, il PKK ha detto che il tempo delle parole è finito: era finito già per il PKK, e nella sua determinazione combattente c’era stata anche la volontà di recuperare la propria egemonia rispetto alla via parlamentare del partito di Demirtas, quello che confidava nelle “p a ro l e”. Del resto che ieri sia finita la democrazia in Turchia, come hanno decretato in molti, è vero, e la sola obiezione che può avanzarsi riguarda la convinzione che fosse già finita l’altroieri.

Noto qui la nettezza del giudizio del presidente del consiglio italiano, che sulla Turchia di Erdogan non aveva avuto indulgenze e ipocrisie, ed è una buona cosa. Questa interna è la prima e per il momento principale delle guerre guerreggiate di Erdogan, che ne ha almeno altre due. La seconda si svolge oltre il confine siriano, dove le forze armate turche intervengono per terra e per cielo contro l’Isis –cui avevano elargito a lungo un sostegno attivo o passivo- e soprattutto contro i curdi siriani di Rojava, il Kurdistan d’occidente, che resistendo all’Isis e tenendo a distanza le truppe di Assad hanno guadagnato un proprio territorio minacciosamente allungato lungo la frontiera con la Turchia.

Questo secondo fronte delle guerre di Erdogan è minato da ogni lato: la Turchia era riuscita a iscrivere il PKK nella lista nera del terrorismo riconosciuta da Unione Europea e Stati Uniti, ma non ha ottenuto lo stesso risultato col PYD curdosiriano, il Partito dell’Unione Democratica, che è però tutt’uno col PKK, e ha costituito finora il principale alleato sul terreno degli americani e alleati, e continuerà a costituirlo, salvo uno scandaloso voltafaccia, fino alla presa di Raqqa, capitale siriana dell’Isis.

Erdogan non è mai stato in così malandati rapporti con gli Stati Uniti e la Nato, né con la Germania, nonostante la compravendita di fuggiaschi siriani, e finalmente il rinfocolato amore con la Russia non è così caloroso da risarcirlo: Putin resta il capo di u n’internazionale sciita.

C’è una terza guerra, in Iraq, e ora ha il nome di battaglia di Mosul. Anche qui Erdogan ha giocato da avventurista. Aveva piazzato suoi militari, uomini e armi, vicino a Bashiqa, tenuta dall’Isis ma già terra di yazidi e cristiani. E gli yazidi sono, dopo il massacro e la fuga sul monte Sinjar, devoti del PKK e dei curdi siriani che li difesero valorosamente nella rotta iniziale dei peshmerga di Barzani. Militari e armi turche in territorio iracheno erano fino a poco fa un episodio minore, minimizzato dagli stessi turchi come un addestramento di truppe locali su invito del governo di Erbil, né confermato né smentito.

Improvvisamente, iniziata l’offensiva per Mosul, Erdogan ha alzato la posta del suo intervento iracheno oltre l’immaginazione: Mosul è turca, ha ammonito, ed è turca Kirkuk e tutto il vilayet ottomano di Mosul e Ninive. Turco dunque tutto il Kurdistan iracheno, quello che si è già conquistato dal 2003 un’indip endenza di fatto e conta i giorni per prenderselo di diritto, e turco tutto quello smisurato petrolio e gas. Proclami reciprocamente bellicosi si sono scambiati fra governo turco e governo iracheno, alternati da propositi più concilianti, ma le mine sono molte e pronte a scoppiare. Prima fra tutte l’avanzata delle milizie iracheno-sciite verso, almeno così pretendono (“siamo a 15 km.”), il centro strategico di Tell Afar, oggi dell’Isis e già turcmeno, che la Turchia ha fissato come linea rossa al proprio intervento militare, benchè sia Iraq.

E del resto le milizie sciite vogliono dire Iran, e l’eventuale guerra per Tell Afar sarebbe un’enne sima guerra interposta, qui fra Turchia e Iran. Cerca guai, Erdogan. Si dirà che è così sicuro di sé, così al riparo grazie al consenso che si è procurato nell’esaltato sentimento nazionale e nell’epurazione di massa dei dissenzienti o anche solo degli infidi, da poter giocare la sua doppia e tripla partita al rialzo. Vedremo.

Ma è una pazzia cronicizzare una guerra civile in casa contro un nemico strenuo come il popolo curdo, dopo che suoi esponenti lucidi e brillanti come il Demirtas ieri arrestato avevano fatto intravedere una possibilità di conciliazione e convivenza civile e laica. L’aveva suggerita anche il vecchio Abdullah “Apo” Ocalan che nel suo ergastolo isolato ha maturato una conversione politica e umana sorprendente, benchè esposta ancora in un impianto ortodosso, verso femminismo, ecologia, rifiuto dell’aspirazione statale e perfino nonviolenza,. E Ocalan è più che mai un mito vivente per i curdi militanti in Turchia e in Siria (e in Iran e in buona parte in Iraq).

In uno scontro armato con truppe irachene, irregolari o no, attorno alla battaglia per Mosul i turchi comprometterebbero del tutto i propri rapporti con gli americani senza vedersene compensati dai russi. Intanto, l’aggressione indiscriminata all’intera leadership curda di Turchia ha già messo l’alleato stretto di Erdogan in Kurdistan, il presidente Barzani, in un imbarazzo micidiale. Il PKK è la bestia nera del PDK di Barzani, che mal ne sopporta l’e silio armato dentro i propri confini, sui monti Qandil, alla frontiera con l’Iran, e ancora peggio il radicamento all’a l t ro capo del suo Kurdistan, sul monte Sinjar. Il partito rivale del PDK di Barzani, il PUK di Suleimania e Kirkuk, ha buoni rapporti col PKK, e la sua base lo ammira.

Il programma turco di distruggerne le basi nel KRG col consenso anche solo tacito di Barzani, all’indomani della battaglia di Mosul, è reso oggi più irreale e molto più temerario –meno male, si potrebbe d i re. E torniamo a Mosul. Tutto vale a distoglierne l’attenzione. A Mosul le vite di più di un milione di persone sono minacciate. Quanto importano, e a chi? Ho accennato alle tre guerre che Erdogan ha mosso, ubriaco del proprio potere. Ce n’è una quarta che si è tirato addosso, enunciata nel discorso del farabutto che volle farsi Califfo, e incita a far scorrere fiumi di sangue in Turchia (e in Arabia Saudita). A mordere la mano che ieri gli fu tesa

Sorgente: Medio Oriente – Le tre guerre di Erdogan | l’Unità TV

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