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Elezioni Usa 2016 In Ohio fabbriche chiuse, Trump soffia sul fuoco degli scontenti – Corriere.it

Voci di bande pronte a spaventare gli elettori. La squadra della candidatademocratica Hillary Clinton: per ora nessuna minaccia

«Cani? Quali cani?». La signora Diane ha superato la settantina. Questo sabato mattina ha spedito il marito a fare la spesa ed è venuta qui nel «Columbus Ohio Together Office», nella zona residenziale di Upper Arlington, per mettersi a disposizione della campagna di Hillary Clinton. Con una mano regge una cartella rigida, tipo quelle che usano i sergenti istruttori. È un elenco di indirizzi: le porte cui tra poco andrà a bussare, a una a una. Ha sentito le notizie alla radio: anche in Ohio si sta diffondendo la preoccupazione che i supporter di Donald Trump stiano preparando spedizioni ai seggi o nei quartieri delle comunità afroamericane per intimidire i potenziali elettori democratici. Si parla di formazioni paramilitari, di gente che gira con i fucili automatici e appunto con cani aggressivi. Sorride: «Lasciamo perdere queste sciocchezze. Tra i sostenitori di Trump ci saranno anche degli stupidi, non lo so. Ma certo non fino a questo punto». Dall’altro capo della stanza ingombra di sedie, tavolini, tabelloni e un mini-buffet in cui spicca un grande cesto di mele viola come fossero prugne, due ragazzi, Michael, 17 anni e Audrey, 18 anni concordano: «Mai visto nessun gruppo minacciare qualcuno in questi giorni». Lora Zapata, una delle responsabili della campagna di Clinton in Ohio, è sicura: «Qui l’8 novembre andrà tutto bene». È l’unico concetto condiviso 15 minuti di macchina più in là, nel quartier generale di Donald Trump: qualche stanza affittata in una casetta defilata con i mattoni a vista. Compare Seth Unger, 37 anni, direttore della Comunicazione della «Trump campaign» in tutto l’Ohio: «Quello che gira sui Social è falso. Abbiamo una lunga storia di elezioni e comunque, se dovessimo perdere le elezioni, ok, passeremo oltre».

D’accordo: si vedrà l’8 novembre chi avrà avuto ragione. L’Ohio è uno degli Stati in cui è lecito girare con le armi a vista. A metà luglio, nei giorni della Convention del partito repubblicano, un gruppetto di uomini, in mimetica e con i mitragliatori A-15 a tracolla, si era presentato nella grande Public Square di Cleveland. Niente di che, qualche foto e poi tutti a casa. Ma per non sbagliare un giudice federale di Cleveland, James Gwin, venerdì scorso, ha emesso una diffida a carico di Roger Stone, amico personale e consigliere di Trump, e leader del gruppo «Stop the Steal», fermare il furto. Stone aveva promesso che avrebbe scatenato «i giorni della rabbia» se i delegati avessero negato la nomination al costruttore newyorkese. Il partito democratico dell’Ohio lo ha denunciato in modo preventivo. Il giudice Gwin, però, ha scritto una lettera anche ai democratici: chi ostacola le procedure di voto finisce direttamente davanti alla Corte.

C’è spazio anche per la politica? Ora è il repubblicano Seth Unger a sorridere. Il candidato del Grand Old Party è avanti di 3-5 punti percentuali nei sondaggi. I 93 uffici pro Hillary i 34 pro Donald si stanno strappando di mano i consensi. Barack Obama qui ha vinto nel 2008 e poi ancora nel 2012. Ma Trump ha costruito proprio sull’Ohio la parte più solida della sua proposta. Ha cominciato dal declino dell’area industriale, da Cleveland a Youngstown, una strage di acciaierie, fabbriche metallurgiche, di componentistica dell’auto, di manifatture tessili. «Centinaia di migliaia di posti di lavoro finiti in Messico o in Cina», dice Unger in perfetto codice trumpiano. Non è solo questo. Nel 2015, il reddito medio di un cittadino dell’Ohio era pari a 51.075 dollari, il 3% in meno rispetto al 2008, l’anno in cui è iniziata la grande crisi. L’economia dell’Ohio non ha ancora recuperato il livello precedente alla recessione che ha colpito gli Stati Uniti. Non ha sofferto, quindi, solo per la delocalizzazione strutturale, che è cominciata molto prima, visto che 300 mila posti di lavoro sono andati perduti tra il 1999 e il 2005. Negli ultimi nove anni l’Ohio non è riuscito a inventarsi un’altra identità all’altezza dell’epoca ruggente e inquinante.

Forse bisognerebbe chiederne conto anche al governatore repubblicano John Kasich. Trump, invece, scarica tutto sull’accordo commerciale con il Messico e il Canada, il Nafta, firmato da Bill Clinton l’8 dicembre 1993, ma negoziato dal repubblicano George Bush padre. In realtà i conti della globalizzazione sono semplici e complicati nello stesso tempo. In un grande Paese come gli Stati Uniti, ci sono territori, come l’Ohio, il Michigan e l’Illinois, che perdono le grande fabbriche e altri, come la Silicon Valley o lo Stato di New York, che si arricchiscono con le esportazioni. Nei comizi in Ohio, Trump ha sempre e solo mostrato la colonna dei «meno». Una mossa che ora gli lascia aperta la strada verso la Casa Bianca.

Sorgente: Elezioni Usa 2016 In Ohio fabbriche chiuse, Trump soffia sul fuoco degli scontenti – Corriere.it

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