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Neoliberismo e populismo: non c’è altro?

Sì, ci sono differenze tra Clinton e Trump, tuttavia milioni di persone, probabilmente la stragrande maggioranza, si sente tagliata fuori, abbandonata a domandarsi come riorganizzare la propria vita. Il sistema sta fallendo. Il mercato non è in grado di offrire risposte adeguate. La domanda allora è: in quale direzione possiamo trovare il cambiamento? “Non nella forma delle organizzazioni e dei partiti politici di massa che contestano direttamente il potere statuale (nonostante sforzi in questa direzione siano emersi in Spagna e in Grecia per esempio), ma piuttosto nella forma decentralizzata della rete di movimenti sociali difficilmente identificabili come tali…”. scrive Chris Carlsson. Neanche i grandi movimenti, che pure hanno mostrato uno sguardo diverso sul mondo, pensiamo a Seattle e a Genova 2001 (e che affondavano le radici nella straordinaria rivolta zapatista del ’94), sembrano rispondere alle attese dei più. In realtà, migliaia di persone ovunque “stanno portando il proprio tempo e la propria competenza fuori dal mercato del lavoro, dedicandosi a progetti utili e pratici con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita qui ed ora”. No, non possiamo limitarci a guardare il mondo con la lente delle elezioni. c’è un universo enorme, fatto creatività e compassione, cooperazione quotidiana e mutuo soccorso che si ostina a cambiare il mondo

di Chris Carlsson*

Ci sono differenze piuttosto marcate tra Clinton e Trump sia di personalità che di stile politico, e la maggioranza di quanti andranno a votare sceglierà uno dei due. Tuttavia milioni di persone, probabilmente la stragrande maggioranza, si sente tagliata fuori, abbandonata a domandarsi come riorganizzare la propria vita, dal basso.

Per decenni la narrazione neoliberale ufficiale ha sostenuto che il commercio internazionale è buono e che il mercato è più efficiente dei governi nel soddisfare i bisogni degli uomini. Con una scelta limitata a Democratici moderati come Obama e i Clinton, e Repubblicani su posizioni sempre più a destra, da Reagan a G.W Bush, non c’è stato alcuno spazio per una alternativa realmente critica degli assunti secondo cui l’assoluta priorità del governo sia facilitare l’ascesa delle multinazionali e il loro controllo sul mondo attraverso l’uso della forza militare statunitense.

Il neoliberalismo – un termine ampiamente usato in tutto il mondo, un po’ meno negli Stati Uniti – è un’ideologia riassunta da Margaret Thatcher nei primi anni Ottanta con l’espressione There is no alternative (“Tina, “Non ci sono alternative”) alle dinamiche del mercato. Il fatto che alcuni siano diventati incomprensibilmente ricchi mentre milioni di persone vivono con il rischio di perdere tutto e molti altri milioni vivono in condizioni di estrema povertà (negli Stati Uniti come nel resto del mondo) è un fatto liquidato come irrilevante dai fautori della globalizzazione capitalistica. Essi continuano a insistere che il loro gioco truccato eventualmente beneficerà tutti, nonostante tutta l’evidenza indichi il contrario.

Un governo controllato da milionari, che occupano la maggior parte delle poltrone in Senato e molte nella Camera dei rappresentanti, ha eroso la fiducia nel sistema. La rabbia che ribolle nei confronti dei corrotti e dei ricchi ha trovato una voce durante questa campagna elettorale. Sia Sanders che Trump hanno duramente criticato gli accordi commerciali che sono il perno del neoliberismo globale. Sanders è riuscito a costringere Clinton a ripudiare il TransPacific Partnership (T-tip), nonostante tutti sanno che se sarà eletta, Clinton proseguirà le politiche dell’amministrazione Obama a favore degli accordi commerciali internazionali. Trump ha criticato il sistema repubblicano per il sostegno dato all’indipendenza delle corporazioni rispetto alla legislazione dei governi nazionale e internazionali. Non è possibile prevedere che cosa effettivamente farebbe se fosse eletto, fatto sta che l’opposizione agli accordi commerciali come il T-tip o Nafta gioca un ruolo centrale nella campagna elettorale di Trump.

Questa retorica economica nazionalista, che a destra usa il capro espiatorio della forza lavoro immigrata, ha una lunga e solida tradizione. Non è sorprendente che un populista di destra possa trovare sostegno popolare facendo leva su una riserva centenaria di animosità e risentimento, usata di volta in volta per dividere i lavoratori. Anche il United Farmworkers Union di Cesar Chavez, tuttora venerata da quanti a sinistra credono nel ruolo dei sindacati, usò i lavoratori immigrati come capro espiatorio, e l’organizzazione stessa fu impegnata nel pattugliamento della frontiera per impedire il loro ingresso nei primi anni Settanta.

Pochi oggi ricordano che diciassette anni fa la critica degli ambienti di sinistra agli accordi di pace fu all’origine dell’unione dei Teamsters and turtles a Seattle, nata per fermare i negoziati del World Trade Organization nel 1999. Allora la pretesa comune dei lavoratori organizzati era il “commercio equo” piuttosto che il “libero scambio”, ma molti di noi andarono a Seattle per rigettare quella opzione semplicistica. Il Comitato per il Pieno Godimento (non per il pieno impiego) si batteva per “Life Not Trade!”.

Il movimento contro la globalizzazione, con la sua cacofonia di idee e richieste critiche, è tornato a farsi sentire molte volte da allora, durante i negoziati Fondo monetario internazionale/Banca Mondiale a Washinton DC nel 2000, come durante i violenti scontri a Genova, in Italia, nel 2001, fino a tutta una serie di G8 e altri “summit” che hanno visto momenti di resistenza sociale in Svezia, Québec, Germania, Tailandia, Miami e così via. Questo movimento affondava le sue radici nella rivolta Zapatista contro il Nafta del 1994 in Messico, oltre che in decine di rivolte in molti paesi contro i “programmi di revisione strutturale” imposti dal Fondo monetario,  la privatizzazione di beni e servizi pubblici, secondo il diktat neoliberale di Washinton.

A differenza dei principali sindacati (che hanno di solito disertato queste protese) il movimento anti- o alter- globalizzazione non ha rifiutato l’istanza di internazionalismo. Il World Social Forum ne è emerso come un contro-vertice parallelo alle riunioni annuali delle élite politiche a Davos, in Svizzera, il World Economic Forum. Il World Social Forum, che si è riunito a Montreal, in Canada, la scorsa settimana, è un momento fisso di incontro globale di movimenti il cui obiettivo è la definizione e la costruzione di alternative praticabili rispetto all’attuale modello di vita. Questo processo di intessere reti globali che mirano alla realizzazione di un futuro post-capitalista ha avuto i suoi summit in Brasile, India, Kenya, Mali, Venezuela, Pakistan, e Tunisia, ma non è riuscito a rispondere alle attese dei più.

In quale direzione possiamo trovare il cambiamento? Non nella forma delle organizzazioni e dei partiti politici di massa che contestano direttamente il potere statuale (nonostante sforzi in questa direzione siano emersi in Spagna e in Grecia per esempio), ma piuttosto nella forma decentralizzata della rete di movimenti sociali difficilmente identificabili come tali. Ne è un esempio la miriade di gruppi che stanno tentando di agire rispetto alla previsione di una catastrofe ecologica di cui siamo responsabili noi stessi. In The Unconquerable World (Il mondo inconquistabile), scritto più di dieci anni fa, Jonathan Schell ipotizzò che ci fossero circa 30 milioni di organizzazioni in tutto il mondo che operavano in questo senso.

Questi attivisti condividono alcune caratteristiche chiave. Molte persone stanno portando il proprio tempo e la propria competenza tecnologica fuori dal mercato del lavoro, dedicandosi a progetti utili e pratici con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita qui ed ora. Le persone desiderano un’alternativa alla mera sopravvivenza grazie ad un salario base con costi abitativi gonfiati. Molti la trovano lavorando, spesso gratis, per progetti volti a contrastare la crisi ecologica, la dislocazione sociale e il non-senso della maggior parte degli impieghi.

La follia della crescita continua come ragion d’essere della nostra esistenza economica non è di fatto mai messa in discussione. Quando siamo sollecitati a votare per Clinton o Trump, nessun voto cambierà questo fatto.

Il sistema sta fallendo. Prima o poi un’alternativa alla cleptocrazia corrotta che lo governa emergerà dall’enorme creatività e compassione, dalla cooperazione quotidiana e dal mutuo soccorso che già puntellano molta nella nostra esistenza sociale. Il cambiamento è tutto intorno a noi mentre milioni di persone già partecipano alla costruzione di reti di mutuo soccorso e di solidarietà, riappropriandosi con creatività delle tecnologie e delle competenze necessarie per soddisfare le proprie esigenze. Questi sono i semi di un nuovo modello di vita.

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1976894_789402377745676_379278703_n* Chris Carlsson, scrittore e artista (foto) da sempre nei movimenti sociali statunitensi, è stato tra i promotori della prima storica Critical mass a San Francisco. Autore, tra le altre cose, di Nowutopia (Shake edizioni) e, più recentemente, di Critical mass. Noi siamo il traffico (Memori), invia periodicamente i suoi articoli (molti dei quali raccolti sul blog nowtopians.com), a Comune: il saggio qui pubblicato è stato tradotto per Comune da Sarah Gainsforth.

Sorgente: Neoliberismo e populismo: non c’è altro? – Comune-info

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