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L’importanza dei quartieri gay per la vita delle città

A Milano fioccano polemiche e accuse contro la “gay street” di Porta Venezia, ma una vera capitale europea non può rinunciare ai suoi quartieri.

Vivo a Milano, a Porta Venezia per essere precisi, più o meno da quando sono nata. Al liceo il mio amico del cuore era Ciccio, un ragazzo gay fieramente abitudinario e un po’ paranoico, che come me amava la sua città e il suo quartiere, talmente tanto che, quando uscivamo, raramente ci spingevamo oltre il confine immaginario segnato da Corso Buenos Aires. Il perché era abbastanza semplice: Ciccio non aveva alcuna intenzione di passare nei dintorni di via Tadino—uno dei suoi primi ricordi da bambino milanese era il ritornello, sentito parecchie volte, secondo cui quella era la via dei tossici ed era pericolosissimo stare in quella zona. Via Tadino si trovava a cinquanta metri dai bar che frequentavamo abitualmente, e, anche se non sono mai stata allarmista, riconoscevo che “di là” non c’era un granché, se non alcune vie semivuote e l’Atomic Bar, che fino a pochi anni fa era l’unico piccolo faro di quell’angolo di Milano.

Poi succede che “di là” iniziano a formarsi nuove forme di vita. Succede che aprono una serie di locali e bar gestiti da membri della folta comunità etiope/eritrea che si è stabilita in zona, e, più o meno nello stesso periodo, iniziano a comparire i primi locali gay friendly, fino a che, da angolo dimenticato, quella parte della città si ritrova in mano una vera e propria vita di quartiere. Quel lato di Buenos Aires oggi è un esempio di integrazione particolarmente riuscito tra i frequentatori di locali di chiara impronta gay, quelli di bar e ristoranti gestiti da ragazzi originari del Corno D’Africa, e addirittura i fighetti che bazzicano i bar con l’apericena e i SUV in doppia fila davanti. Questa, alla fine, è Milano, con il suo particolarissimo concetto di melting pot.

Milano, oggi, si trova in una situazione di equilibrio precario: arriviamo da cinque anni di una giunta di sinistra OK, che ha indicato la direzione alla città per andare verso una forma più simile a quella delle capitali europee che a quella della realtà italiana provinciale e chiusa di cui abbiamo continue notizie al telegiornale. Questo mettendosi in contrasto con una giunta regionale dalle tinte ancora deliziosamente destrorse (non c’è bisogno di ricordare a tutti la fantasiosa illuminazione del Pirellone in occasione dell’approvazione del DDL Cirinnà), oltre che con un susseguirsi di reggenze comunali le cui politiche repressive erano all’ordine del giorno.

Insomma, una concomitanza di eventi tra cui la gestione “illuminata” di determinate situazioni da parte del comune di Milano e, parallelamente, la pessima gestione, anzi, il nulla cosmico cui è in mano Roma, ha fatto in modo che qualcuno potesse addirittura pensare che la politica culturale di Milano sia “un laboratorio per la sinistra”, il banco di prova su cui testare nuove possibilità di governance. Sono bastati cinque anni di apertura moderata a rendere Milano, a tutti gli effetti, un buon esempio gestionale, un esempio di integrazione, di progresso. Ed è esattamente su risultati di questo genere che si è deciso di basare la campagna elettorale dell’attuale sindaco, Beppe Sala, che dovrebbe essere “erede”—con tutte le riserve del caso—delle politiche di Pisapia.

Sempre durante la campagna elettorale di Sala, l’argomento unioni civili viene spesso fuori, tanto che parte della promozione si svolge proprio in quel quartiere gay che si è formato sulle rovine dell’ex “via Tadino dei tossici”. Onestamente è stato strano vedere così tante persone LGBTQ—tra cui molte che sapevo avere grosse riserve nei confronti di Sala—abbiano messo tra parentesi le proprie perplessità per sostenerlo, probabilmente spaventati dalle prospettive che ci si paravano davanti nel caso fosse stato eletto Parisi, con tutto il circondario.

Nelle scorse settimane però succede questo: Rita Cosenza, capogruppo della Lega Nord per il consiglio di zona 3—una che posta notizie di questo genere o si lamenta della “lotta agli automobilisti” messa in atto dal comune che addirittura allarga i marciapiedi lasciando meno spazio per le auto—presenta una mozione volta a segnalare il “degrado” in atto nella zona di via Lecco, una zona in cui, assurdo! Ci sono dei bar! In quei bar ci sono delle persone! Insomma, niente di molto diverso dalle miriadi di mozioni solitamente presentate dalla destra (o da Massimo Cacciari) genericamente rivolte contro il “degrado”, il termine che alcuni schieramenti utilizzano quando intendono dare un’accezione negativa al divertimento.

La cosa che fa un po’ storcere il naso di questa situazione in particolare, a differenza di quando le mozioni contro il maledetto degrado erano rivolte a zone della città storicamente più animate tipo Naviglio/Ticinese, è che questa volta il temibile degrado che sta investendo anche una zona finora “vergine” come Porta Venezia (immagino che chi si faceva le pere per strada qualche decennio fa non facesse così tanto casino) sia stato casualmente geolocalizzato in alcuni hot spot, che casualmente coincidono con i locali “friendly” della zona. Contando che le vie circostanti a via Lecco, e via Lecco stessa, sono zeppe di ristoranti, bar e ritrovi di ogni tipo—tra cui anche qualche locale frequentato in gran percentuale da persone omosessuali, è strano che, una volta approvata la delibera bipartisan ispirata alla mozione della leghista Cosenza, siano stati inviati controlli a tappeto (Polizia Locale, Polizia di Stato, ASL, Ispettorato del Lavoro) rivolti unicamente ai locali considerati “friendly”.

Questo è stato letto—forse erroneamente eh, si sa che i gay sono suscettibili—come un attacco non tanto generalizzato ai commercianti del quartiere, quanto come un gesto mirato ad alcuni locali, che al massimo hanno ricevuto sanzioni ridicole, a prova del fatto che non c’era nulla di realmente illegale da stanare. Se le accuse continuassero, arriverebbero a colpire anche l’attività collaterale organizzata periodicamente da Pride Square che comprende anche i mercatini diurni. Questi mercatini coinvolgono commercianti di ogni tipo e comitati cittadini come Cambio Passo, che si occupa di dialogare coi migranti presenti in zona. Il fatto che la delibera che ha dato via a questi controlli a tappeto fosse bipartisan, firmata da tutti gli schieramenti—compreso quello del sindaco eletto anche grazie al sostegno di Pride Square—rende l’idea quantomeno della timidezza con cui la nuova sinistra milanese si sta comportando, timidezza che, quando ricade sugli stessi soggetti che, solo qualche mese fa, erano stati funzionali alla buona riuscita della campagna elettorale.

Ok, non è che adesso Sala ha fatto il patto col diavolo ed è costretto a sottostare agli ordini della comunità gay di Porta Venezia per via di qualche debito morale, ma quando una mozione di chiaro orientamento Lega vs Omosessuali diventa una delibera che si traduce in un attacco mirato, qualche domanda sul polso della sinistra bisognerebbe farsela, no?

Quando guardiamo ai modelli di civiltà delle grandi città, a come, per esempio, New York è riuscita a sollevarsi da un clima di criminalità e (vero) degrado anche grazie alla promozione di una pluralità e una commistione culturale che è visibile per strada, non ci viene in mente che la storia della lotta per le minoranze, lì, è passata anche dalla loro progressiva esposizione? I locali gay, inizialmente, erano più che altro club privati, a volte senza insegna, altre volte con un’insegna di facciata, in cui gli omosessuali si chiudevano per potersi esprimere senza costrizioni. Poi questi locali hanno smesso di doversi mascherare da club privati e le persone che li frequentavano hanno progressivamente smesso di nascondere, fino a popolare le strade, a creare strade gay che hanno formato quartieri gay, fino ad arrivare al punto in cui non era necessario stare confinati nel Greenwich Village per camminare mano nella mano con il proprio partner, di qualunque sesso fosse, ma l’intera città era diventata un esempio di integrazione e convivenza civile tra orientamenti, etnie, provenienze e direzioni diverse. Perché la lotta per i diritti è la stessa per tutte le minoranze coinvolte.

Questo stesso processo è avvenuto nelle grandi capitali europee a cui la politica della sinistra milanese guarda. Ed è paradossale che siano alcuni residenti scocciati e il loro eco destrorso in consiglio comunale, che non vede l’ora di cogliere la palla al balzo, a mettersi di traverso all’apertura che Milano sembrava aver avviato negli scorsi anni.

E se non fossero sufficienti queste motivazioni a voler avviare un altro tipo di dialogo con le comunità che animano del quartiere, bisognerebbe invitare i nostri consigli comunali a riflettere sul lato meramente materialistico della questione: storicamente, i quartieri gay sono sempre stati di fortissimo impatto sull’economia locale, e chi non lo capisce probabilmente si merita di tornare a quando per quelle strade c’era davvero qualcosa che non andava, e non erano tacchi a spillo.

Sorgente: L’importanza dei quartieri gay per la vita delle città – Noisey

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