Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

.

Lo zapatismo del ventunesimo secolo | Global Project

unnamed_38

Pubblichiamo la traduzione – a cura della redazione di Ya Basta! Êdì Bese! – un articolo scritto da Federico Larsen; giornalista e docente, conduttore de L’Ombelico del Mondo su Radionauta Fm di La Plata e giornalista internazionale di Miradas al Sur, Notas e periodici internazionali.La decisione del Congresso Nazionale Indigena del Messico (CNI), che include organizzazioni come l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), di indire una consultazione della propria base per definire la sua partecipazione nell’elezione presidenziale del 2018, ha generato negli ultimi giorni ogni sorta di diffidenza. In Messico, come in tutta l’America Latina, non sono mancate le voci, comprese quelle provenienti da sinistra, che hanno criticato tale decisione e considerata contraddittoria o tardiva. Tuttavia, la sua elaborazione e il peso che può arrivare a tenere nello sviluppo dei movimenti sociali e nei partiti di sinistra della regione, meritano un’analisi più dettagliata, del quale questo articolo è una semplice bozza.La possibile partecipazione elettorale è solo uno dei temi di ciò che parla il comunicato del CNI. Se ci soffermiamo esclusivamente ai titoli mediatici, come hanno fatto la maggioranza dei giornali di tutto il mondo, potremmo ridurre questa definizione a un cambio di marcia nella strategia zapatista, storicamente antitetica all’idea che il potere si conquisti, e ancora meno attraverso la democrazia rappresentativa. Tuttavia nella dichiarazione del 14 ottobre scorso c’è dell’altro. La decisione di sottoporre prima alle comunità lì rappresentate la possibilità che una rappresentante indigena competa nell’elezione presidenziale, si è espressa solo dopo aver enumerato 27 casi di attacchi causati da agenti che rappresentano lo Stato e il sistema capitalista in generale. Cioè, in una prima analisi si può concludere che la necessità di avanzare fino alla disputa su un terreno come quello della politica elettorale deriva da una minaccia, concreta e reale, di sparizione nell’attuale tappa di costruzione autonoma nei territori zapatisti. Forse l’accumulo politico che deriva da questa scommessa, può servire sia per proteggere, sia per far crescere il movimento, accettando l’arena elettorale come uno dei tanti spazi validi per lottare contro il sistema. Da qui la riaffermazione esplicita del disinteresse per il potere statale in questo posizionamento.La notizia che arriva da San Cristobal ha risuonato in forma di dubbi e e domande in buona parte degli spazi di dibattito dei movimenti sociali del mondo. In molti di essi, la discussione sulla disputa istituzionale, l’accumulazione del potere a partire dalla rappresentazione in corporazioni, federazioni e perfino in Stato, è stata furibonda.L’EZLN e la sua Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona del 2006, è stata sbandierata in tutti i dibattiti come la dimostrazione empirica del fatto che è possibile cambiare il mondo senza prendere il potere. Buona parte dei movimenti piqueteros in Argentina, campesinos senza terra in Brasile, carpetos in Paraguay, indigeni boliviani e molti altri hanno mantenuto intatta questa tesi dalla fine degli anni ’90. Ma il ventunesimo secolo ha visto anche la crescita di una di un’alternativa politica di sinistra sorta nella lotta contro il neoliberismo e che ha visto nella disputa per la conduzione delle istituzioni una via legittima per la crescita di questi movimenti. Il progetto bolivariano e comunale in Venezuela, il governo dell’indigeno e cocalero Evo Morales in Bolivia, hanno dimostrato che è possibile costruire potere dai movimenti popolari affrontando la tensione che chiaramente dimostrano con le forme della democrazia rappresentativa formale. E una volta radicata, sono anche riusciti a cambiare quelle strutture, non senza negoziare con le forze sociali più conservatrici contro la sostenibilità del sistema.Questa tappa, quella della costruzione di un’alternativa, facendo proprie le regole del sistema per modificarle, si sta esaurendo. Il processo di ottenimento del potere ha rappresentato una primavera che ancora non ha trovato stabilità, alimentando la reazione dei suoi detrattori. Martín Caparrós, nel suo articolo nel New York Times, sostiene che buona parte di ciò che succede nel nostro continente di sicuro non può definirsi “di sinistra”, ma piuttosto come un opportunismo demagogico che ha approfittato della crisi di inizio secolo per prendere il potere e soddisfare i propri interessi più impuri. Una tesi sostenuta dai media egemonici e molto di moda di questi tempi.Ma i processi di costruzione di potere a partire dalla sincronia di differenti movimenti di base e la sua consolidazione nelle più alte strutture statali, se tuttavia non hanno potuto – ancora – girare la storia del continente, hanno ottenuto un cambio di epoca fondamentale per la sinistra latinoamericana. Il dibattito sulla proiezione istituzionale delle nuove forme di intendere il potere è permeato in profondità nei movimenti sociali di tutta l’America Lat

Sorgente: Lo zapatismo del ventunesimo secolo | Global Project

Spread the love
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *