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Nazionalismo Democratico: “NO agli Stati Uniti d’€uropa!” – vocidallastrada.org

ndr – Personalmenteoltre ai  presupposti presenti in questa tesi… sulle quali ho ampie riserve, sono invece favorevole alla creazione degli Stati Uniti d’Europa. Un Europa federale nel pieno riconoscimento delle “virtù” nazionali. – m@cwalt

vocidallastrada.org – Nazionalismo Democratico: “NO agli Stati Uniti d’€uropa!”

«Ebbene sì, lo confesso: sono un convinto nazionalista! La grande maggioranza dei politici e degli intellettuali invoca più Europa per uscire dalla crisi in cui l’Unione Europea è precipitata: chiede una Europa federale perché teme il ritorno dei nazionalismi nel vecchio continente. Per combattere il risorgere degli spettri del nazionalismo molti (soprattutto a sinistra) chiedono più UE e più federalismo.
A mio parere la rottura dell’eurozona prima o poi è inevitabile e la UE dell’euro è entrata in coma politico. Occorre allora innanzitutto difendere decisamente l’interesse nazionale. E introdurre anche forme di autonomia monetaria.

La battaglia contro lo sciovinismo e la xenofobia è sacrosanta e la minaccia è purtroppo tanto reale quanto pericolosa. Credo però che siano proprio le politiche liberiste e neo-colonialiste della UE ad alimentare il peggior nazionalismo, a gettare benzina sul fuoco del populismo.

E’ la feroce e inutile austerità dell’euro che genera, per reazione difensiva, il nazionalismo esasperato. E quindi penso che occorra contrastare apertamente l’Unione Europea, la moneta unica per 19 diversi Paesi, e l’ideologia federalista che legittima la UE e l’eurozona, la sostiene e la promuove.

 Leonardo Mazzei ed Enrico Grazzini 

Il sogno federalista degli Stati Uniti d’Europa è condiviso in Italia da un ampio schieramento, che va dalla Confindustria ai sindacati, da settori del centro-destra al centro-sinistra e alla sinistra: ma è una fantasticheria del tutto irrealistica.

Germania e Francia non rinunceranno assolutamente mai (e insisto: proprio mai!!!) alla loro sovranità per condividerla con altri paesi, e non si sobbarcheranno mai i debiti dell’Europa del sud! Inoltre l’Europa federata sarebbe anti-democratica: infatti comporterebbe una centralizzazione estrema del potere statale.

La guida sarebbe inevitabilmente tedesca. L’utopia degli Stati Uniti d’Europa è quindi, oltre che fantastica, intrinsecamente autoritaria.

Gli Stati Uniti d’Europa sono un sogno ma, se questo per assurdo si avverasse, diventerebbe un incubo: l’Europa unita sarebbe dominata dalla Germania. Per contrastare questa UE e il suo fanatico programma di attacco ai diritti sociali e alla spesa pubblica, occorre promuovere con forza il nazionalismo democratico, il nazionalismo partecipativo, l’unico realmente rispettoso della sovranità popolare.

Infatti la sovranità del popolo non si esercita mai al di fuori delle frontiere territoriali, linguistiche e culturali degli stati nazionali.

Susan Strange, l’economista donna che per prima denunciò il casinò capitalism, aveva già indicato che tutte le strutture sovranazionali nate dai governi (anche quelle più necessarie e utili, come l’ONU) non sono mai realmente al di sopra delle nazioni, ma sono sempre lo schermo dell’egemonia delle nazioni più forti[1].

L’ONU è dominata da Usa, Russia e Cina mentre la UE dalla Germania riunificata, con l’alleanza complice e subalterna della Francia di Francois Hollande.

La Strange aveva già previsto anche l’insostenibilità dell’euro. Una moneta unica – che impone a 19 diversissimi paesi europei un unico tasso di interesse, un unico tasso di cambio, e una unica politica di regolazione della massa monetaria e del credito bancario – è infatti palesemente assurda. Da qui la necessità di recuperare forme sostanziali di sovranità nazionale, e anche di sovranità monetaria, grazie (come vedremo) alla moneta complementare.

La sovranità popolare non si esprime mai al di fuori delle istituzioni che gli stessi popoli si sono dati, e non si esercita certamente nelle istituzioni intergovernative. La storia non può essere scavalcata: le nazioni sono state costruite in secoli di lotte e di compromessi sociali; e dentro i confini nazionali sono nate le democrazie e il welfare.

L’Unione Europea si propone proprio di cancellare le autonomie nazionali, le sovranità statali, in nome della libertà dei capitali e della deregulation.

Il progetto di un’Europa federale vorrebbe sorpassare la sovranità dei singoli stati per trasferirla a istituzioni centralizzate a livello europeo.

Questa UE dimostra chiaramente di essere il “comitato d’affari della borghesia”, anzi della grande finanza parassitaria. Perché volerla rafforzare?

Il neo-colonialismo non si esprime più, in Europa come in altre parti del mondo, a livello militare e politico, e con l’occupazione territoriale, ma si afferma utilizzando strumenti monetari e finanziari.

Il neo-colonialismo toglie moneta ai paesi subalterni e specula sul loro debito. Il nuovo capitalismo speculativo non produce niente, ma come un vero e proprio parassita si alimenta delle attività produttive e del lavoro altrui.

Chi non si sottomette viene tagliato fuori dal mercato mondiale dei capitali, non ha più accesso ai mercato finanziari (ricordate l’Argentina e la crisi del 2001?). Chi tenta di ribellarsi è privato della moneta (ricordate la Grecia, quando la BCE chiuse il rubinetto dei bancomat una settimana prima del referendum?).

Il progetto di un’Europa politicamente omogenea e federata non solo è impraticabile e anti-storico ma è anche intrinsecamente autoritario. Mi sfugge come lo stato federale europeo potrebbe decidere con giustizia ed efficacia contemporaneamente sull’agricoltura finlandese, l’industria francese, l’energia atomica in Germania e quella a carbone in Polonia.

Mi sfugge come e perché i cittadini italiani, per esempio, dovrebbero essere coinvolti nelle decisioni relative alle politiche portoghesi; e come 28 Paesi potrebbero decidere a maggioranza quale politica estera avviare con la Russia.

Il coordinamento a livello europeo è indispensabile, forme flessibili e confederate di partnership europea sono necessarie, ma le democrazie possono vivere solo in un ambito nazionale. La democrazia non può essere esportata nelle istituzioni intergovernative come la UE.

L’Europa è un insieme di situazioni, di istituzioni, di popoli, di storie e di interessi troppo diversi per essere rigidamente ricondotti a un unico fattore comune. L’Europa è oggi, oltre che un’espressione geografica, un unico grande mercato.

Non esistono sindacati e partiti europei, non c’è un’opinione pubblica europea, non ci sono neppure lotte sindacali o politiche che unificano l’Europa.

Le due forze che oggi maggiormente unificano il vecchio continente sono la Nato e il consumismo: ma ambedue fanno capo agli USA. Non a caso per comunicare in Europa si usa la lingua americana- inglese.

Nessuna forza sociale europea – nonostante i desideri di Yanis Varoufakis di democratizzare l’intero continente – è davvero in grado di incidere sulla UE. L’europeismo “internazionalista” è una astrazione velleitaria, vuota retorica astratta coltivata da una sinistra ingenua, impotente e talvolta collusa.

Purtroppo anche il sindacato italiano è europeista, certamente per generoso idealismo: ma l’europeismo è controproducente dal momento che l’euro è stato creato proprio per indebolire il movimento dei lavoratori e la sinistra.

L’adesione dell’Italia all’euro è avvenuta proprio per battere la forza dei sindacati e dei lavoratori. E la UE e la BCE vogliono tuttora imporre politiche liberiste pro deregulation, di deregolamentazione del mercato del lavoro contro i sindacati e la partecipazione dei lavoratori.

Occorre opporsi all’Unione Europea e alla moneta unica. Anche in Italia occorre ristabilire la sovranità nazionale (per quanto possibile nel quadro attuale): una sovranità democratica, partecipata e conflittuale.

Bisogna reclamare con forza l’intervento pubblico a favore degli interessi del nostro Paese, della nostra industria, dell’occupazione dei giovani e dei lavoratori.

Per rivendicare la legittimità e la necessità del nazionalismo democratico non dovrebbe essere necessario evocare figure come Enrico Mattei e Raffaele Mattioli, o i partigiani che si battevano per l’Italia liberata dal nazi-fascismo.

La libera circolazione dei capitali è il fondamento della UE 
La UE nata a Maastricht e guidata da Berlino si fonda sulla libera circolazione dei capitali (Articoli da 63 a 66 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), integrati dagli articoli 75 e 215 del TFUE). Alla base delle istituzioni e della politica dell’Unione Europea c’è la piena e completa libertà del capitale finanziario.

Chiedere la limitazione alla libertà di movimento dei capitali significa quindi chiedere anche l’abolizione di Maastricht. Un obiettivo legittimo, ma astratto, ovvero politicamente attualmente irraggiungibile.

La UE non incoraggia gli investimenti produttivi e la piena occupazione ma tutela innanzitutto la finanza speculativa che vive e prospera come un parassita sui debiti delle nazioni, sulle attività produttive e le famiglie.

La UE favorisce sfacciatamente gli stati creditori (in primis la Germania) e penalizza quelli debitori (a cui le banche di Germania e Francia hanno prestato irresponsabilmente troppi soldi).

Questa Unione Europea, nata con la riunificazione della Grande Germania sotto il segno dell’euro, è in crisi praticamente irreversibile perché è la forma continentale della globalizzazione del capitale, e perché impone alle nazioni più deboli, forme insopportabili di sfruttamento finanziario, di subordinazione neo-coloniale, di impoverimento. Il caso della Grecia è assolutamente esemplare.

L’economia europea è dissanguata e i Paesi sono sempre più disuniti: quelli del nord Europa contro quelli del sud, quelli dell’est contro quelli dell’ovest. In nome dell’illusione disastrosa degli Stati Uniti d’Europa, i cittadini italiani sono costretti ad accettare di diventare più poveri. Sull’altare dell’utopia lontana e impossibile di una Europa federata viene sacrificata un’intera generazione di giovani senza lavoro e senza prospettive!

La UE, agli occhi del mondo, per il governo americano, quello cinese, quello russo, è ormai diventata uno zombie, un morto vivente che cammina nella nebbia senza più alcuna direzione precisa. Gli unici che credono testardamente all’Europa unita sono gli ingenui della sinistra e qualche romantico idealista.

La UE si sta disintegrando ma mantiene un unico orientamento: l’Unione Europea a guida tedesca attua volontariamente e coscientemente una politica di strangolamento deflattivo dell’economia! Lo strumento principale di questa politica è l’euro.

Riformare l’Europa, cioè rivedere i trattati europei e spostarli a sinistra, è pura utopia. Dovrebbe essere chiaro che solo lottando innanzitutto e soprattutto a livello nazionale si può tentare di battere l’austerità europea, l’attacco europeo ai diritti e ai servizi sociali.

Lo stato nazionale è e rimane la principale arena della lotta politica e sociale. Ed è l’unico che può opporre alla moneta unica europea forme di moneta complementare come la moneta fiscale.

Purtroppo la sinistra italiana, dopo il crollo del comunismo, ha adottato acriticamente la generosa ideologia europeista di Altiero Spinelli, che considerava gli stati nazionali un relitto della storia da superare con gli Stati Uniti d’Europa.

L’utopia di Spinelli nasceva da nobili esigenze di pace e solidarietà ma è ingenuo, irrealistico e sbagliato cancellare gli stati nazionali, cioè i luoghi storici della democrazia e dei conflitti sociali.

Se vogliamo assicurarci la democrazia e limitare i danni della globalizzazione, cogliendo invece i frutti positivi dell’apertura dei mercati, dobbiamo quindi recuperare innanzitutto sovranità nazionale. E poi trovare i punti di incontro con gli altri paesi europei, in direzione di una Confederazione europea assai più flessibile dell’Unione Europea attuale.

La crisi italiana e le timide trattative sulla flessibilità 
La UE doveva procurare benessere, sviluppo e solidarietà, e doveva farci diventare più competitivi nell’economia globalizzata. Non ha mantenuto nessuna promessa.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale l’eurozona è il pericolo principale per l’economia mondiale! La moneta unica impone austerità ma resta fragilissima: molti continuano a dubitare che sopravviverà alla prossima crisi. La Banca Centrale Europea non potrà sostenerla per sempre.

L’economia italiana, dopo venti anni di stagnazione, grazie alla cura europea si avvia al disastro: il Fondo Monetario Internazionale indica che, continuando con l’austerità, l’Italia ritornerà alla situazione pre-crisi solo tra 20 anni.

Ma non è detto che l’economia nazionale non inciampi prima. Occorre una svolta. Il governo di Matteo Renzi comincia a mostrare qualche timida insofferenza verso la UE, ma si sforza inutilmente di rispettare i vincoli europei e continua a implorare più flessibilità.

Se l’Italia continuerà a seguire le politiche dettate da Bruxelles e Berlino diventerà la prima vittima della prossima crisi europea e globale!

Parlano da soli i drammatici dati (dati ISTAT a prezzi costanti 2015, miliardi di euro) della recessione italiana, cominciata nel 2008 con la crisi dei subprime, mal gestita dai governi italiani, ma aggravata pesantemente dalla politica europea di austerità.

Il PIL reale è inferiore di oltre 140 miliardi di euro rispetto ai livelli del 2007; e i disoccupati sono aumentati di quasi due milioni. Mentre i paesi fuori dall’eurozona sono riusciti a risalire la china, l’Italia con l’austerità dell’euro non esce dalla crisi.

Se fosse possibile il governo italiano dovrebbe staccare subito la spina allo zombie UE. Ma non è così facile uscire dall’imbuto in cui l’europeismo servile dei governi italiani (di centrosinistra soprattutto) ci hanno cacciato.

Il ministro delle Finanze, l’europeista Padoan, si confronta con timore ed ossequio con istituzioni nominate dagli altri governi.

La nostra principale legge di bilancio, la legge finanziaria, può passare solo se approvata da politici europei nominati da altri governi, come il lussemburghese Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione UE.

Ma il Lussemburgo è un piccolo stato di poco più di 500 mila abitanti (nemmeno la metà degli abitanti di Milano) noto solo per essere uno dei maggiori paradisi fiscali del mondo.

Tuttavia è proprio Juncker che comanda sul nostro bilancio, ovvero sulle nostre tasse e sulle spese pubbliche nazionali. E non basta: più di lui conta il ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schaeuble: è lui che decide davvero sul nostro bilancio pubblico. Schaeuble conta certamente più di Renzi, di Padoan, di Juncker e forse anche più del premier tedesco Angela Merkel..

Mi chiedo dove stia la democrazia in tutto questo! Il Parlamento e perfino il governo Renzi sono esautorati. Contano come il due di picche. Senza democrazia (e senza una moneta nazionale) l’economia, l’occupazione e il lavoro italiano non ripartiranno mai.

L’Europa vuole infilarci in un tunnel senza uscita. Diventa infatti sempre più difficile ripagare i debiti se la UE ci impone una politica deflattiva e quindi il PIL ovvero il reddito nazionale con cui pagare il debito si riduce o stagna. Anche la crisi bancaria italiana è di difficile soluzione senza l’intervento dello stato, che però è proibito dalla UE per volontà della Germania.

Il sogno segreto di buona parte dell’establishment tedesco è evidentemente di costringerci a chiedere l’ “aiuto europeo”, cioè di farci commissariare dalla Troika, come la Grecia.

L’Italia è considerata il punto debole dell’eurozona. La politica dell’austerità avvicina pericolosamente il nostro Paese al cosiddetto “Minsky moment”, il momento del default.

Se non ci fosse la BCE ad acquistare (ma per quanto?) i titoli italiani e dei paesi mediterranei, i rendimenti del debito pubblico sarebbero già saliti alle stelle e l’Italia quasi certamente dovrebbe chiedere la ristrutturazione dei debiti o dichiarare fallimento. Ma se fallisse l’Italia, la moneta unica crollerebbe come un castello di carta.

Nazionalismo democratico versus nazionalismo tedesco 


L’euro, con la sua architettura deflattiva, non penalizza però tutti gli stati europei. Grazie all’euro la Germania e i paesi forti, quelli della cosiddetta (ex) area del marco, acquistano sostanziali vantaggi competitivi. La Germania mercantilista – e il mercantilismo in economia è l’equivalente dello sciovinismo in campo politico – esporta contro le regole UE il 9% del suo PIL, esportando anche deflazione e disoccupazione nei paesi europei. In questo modo “fotte i suoi vicini”.

La Germania chiede agli altri paesi di fare i compiti a casa ma in casa sua non applica le regole europee. Quando ha voluto ha sforato il tetto del deficit pubblico e ha salvato le sue banche con 250 miliardi di aiuti statali. Tuttavia impedisce agli altri paesi di intervenire nelle crisi bancarie, mettendoli in crisi perenne.

E rifiuta qualsiasi momento di cooperazione – come la realizzazione di un fondo federale europeo, gli eurobond, forme iniziali di mutualizzazione dei debiti, ecc – ponendo come pre-condizione agli altri paesi il pareggio di bilancio, ovvero il soffocamento della loro economia mediante il taglio della spesa pubblica. Come Reagan, la UE di Berlino si propone di “affamare la bestia”, lo stato sociale.

In Italia dovremmo allora diventare “nazionalisti” e difendere la nostra industria, le nostre banche (magari nazionalizzandone alcune e buttando fuori i manager incapaci e corrotti), la nostra democrazia parlamentare, il nostro lavoro, il nostro welfare, la nostra Costituzione che le grandi banche d’affari internazionali e le istituzioni europee vorrebbero fosse abbattuta e stravolta in senso autoritario e decisionista.

Occorre rivalutare il nazionalismo democratico, anche contro quella parte di grande borghesia cosmopolita e “senza patria” (vedi per esempio la Fiat, la maggiore industria ex nazionale che ha abbandonato l’Italia) che promuove le politiche liberiste e antipopolari delle istituzioni sovranazionali.

Se le forze progressiste e nazionali – quelle che pretendono di rappresentare i lavoratori, il ceto medio produttivo, l’imprenditoria sana, non venduta alla grande finanza – non difenderanno il loro Paese, allora i popoli si rivolgeranno inevitabilmente alle formazioni populiste di destra, e al peggior nazionalismo xenofobo.

Questo è purtroppo quanto sta già accadendo in molti paesi europei. Ma la responsabilità è anche e soprattutto della sinistra e dei verdi europeisti. In questo senso per fortuna che in Italia c’è Grillo, il quale fin dall’inizio ha denunciato l’imperialismo economico e finanziario della UE.

Tuttavia c’è da chiedersi come i 5 stelle vogliono concretamente portare avanti la battaglia per uscire dalla crisi. La durissima sconfitta di Tsipras in Grecia ha in effetti avuto ricadute negative in tutto il continente, e ha mostrato che non è facile sganciarsi dall’eurozona.

Superare l’euro con la Moneta Fiscale 
La moneta unica non è neutra, ha un’architettura depressiva, costituisce il principale strumento dell’egemonia tedesca ed è l’arma più efficace in mano al capitale finanziario. Non per caso l’economista Robert Mundell, considerato il padre della moneta unica, è stato anche uno degli artefici principali della Reaganomics.

La moneta unica ha tre difetti congeniti: 1) impedisce politiche espansive a causa dei vincoli automatici sul debito e sul deficit; 2) impedisce le svalutazioni, ovvero il riallineamento dei prezzi da parte delle nazioni meno competitive; 3) obbliga i singoli stati a pagare i loro debiti in una moneta straniera (l’euro, appunto) sulla quale non hanno alcun controllo.

Alla BCE è proibito finanziare i deficit pubblici dei paesi dell’euro. Così i Paesi europei corrono il rischio di non potere pagare i loro debiti in valuta estera, in euro. Il default è sempre possibile.

Non esiste ormai più alcun motivo di seguire le regole dell’eurozona, se non l’estrema difficoltà a uscire dalla stretta gabbia costruita su queste regole. Uscire oggi unilateralmente dall’euro sarebbe un’avventura rischiosissima.

Provocherebbe un’altra crisi difficilmente sopportabile per i lavoratori e il ceto medio, già stremati dalla recessione. Spaccherebbe il Paese.

Nonostante quello che predica l’economista Alberto Bagnai, uscire dall’euro non è facile[2].

E’ stato relativamente semplice uscire dallo SME, dal sistema monetario europeo, un sistema di cambi semi-fissi tra le valute europee. Allora l’Italia aveva ancora la lira, la sua moneta, e una banca centrale autonoma.
Bastava non difendere la lira per tornare a un sistema flessibile di cambio. Oggi invece noi non abbiamo una moneta e dovremmo crearne una nazionale per uscire dall’eurozona. L’euro cesserebbe di esistere e l’uscita unilaterale dall’eurozona provocherebbe sconquassi a livello globale anche e soprattutto sul piano geopolitico. Avremmo contro USA, Cina e Russia.
I risultati finali sarebbero probabilmente estremamente pesanti. Anche l’alleanza con la Francia per rovesciare l’austerità teutonica è improbabile perché la Francia teme la rottura con la Germania, il suo più potente partner. Inoltre concordare uno scioglimento equilibrato dell’euro con la Germania è una pura illusione.

Che fare allora? Non dovremmo rassegnarci alla passività e alla rassegnazione. Pur restando nel quadro dell’euro, l’unica soluzione viabile e concreta è affiancare all’euro forme di moneta nazionale, come la Moneta Fiscale proposta tra gli altri dal compianto Luciano Gallino[3]. Solo così si potrà finanziare una politica espansiva a favore del lavoro e dell’occupazione.

La Moneta Fiscale è un titolo denominato in euro e convertibile in euro utilizzabile per pagare le tasse dopo due anni dall’emissione. E’ del tutto compatibile con i trattati e le norme europee, perché in campo fiscale lo stato italiano è ancora sovrano e perché l’emissione di questi titoli di credito non crea debito pubblico. La moneta fiscale si autofinanzia grazie alla crescita del PIL.

Il governo italiano potrebbe e dovrebbe emetterli in piena autonomia per rilanciare l’economia e l’occupazione in Italia, sfuggendo alla terribile morsa di Bruxelles e Berlino. Grazie alla moneta fiscale si potrebbero finanziare le famiglie (soprattutto quelle a basso reddito) e le imprese. Si potrebbero alimentare i consumi e gli investimenti.

Con la moneta fiscale si potrebbero finalmente effettuare investimenti pubblici per istruzione, ricerca, sanità, riassetto idrogeologico, ecc, fare politica industriale e mantenere le industrie strategiche sotto il controllo nazionale.

Sarebbe possibile incentivare uno sviluppo economico sano, fondato sulla conoscenza e sulle energie pulite. L’ossigeno monetario ci farebbe uscire dalla trappola della liquidità, e grazie al moltiplicatore keynesiano, il debito pubblico non aumenterebbe: con la crescita del PIL, diminuirebbe il rapporto debito/PIL.
La moneta complementare potrebbe poi essere adottata dagli altri paesi europei.

Un fatto è certo: se gli stati europei continueranno a seguire passivamente e docilmente le politiche suicide dell’Unione Europea, la crisi continuerà fino a precipitare.

E, senza opposizione efficace e proposte concrete da parte delle forze progressiste, senza politiche di riscossa nazionale, le destre scioviniste e xenofobe domineranno minacciosamente la rivolta contro questa Europa della finanza speculativa».

* Fonte: Micromega

NOTE

[1] Susan Strange “Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro”, edito da Einaudi, 1999; e “Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello Stato e dispersione del potere”, edito da Il Mulino, 1998

[2] “Alberto Bagnai “Il tramonto dell’euro” Imprimatur Editore, 2012

[3] Vedi eBook edito da MicroMega:Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro, 2015, a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.

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Sorgente: VOCI DALLA STRADA: Nazionalismo Democratico: “NO agli Stati Uniti d’€uropa!”

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