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Liscia, gassata o all’apartheid?

Una lettera aperta alla Ferrarelle perché non faccia lo sponsor d’Israele. Articolo di Bds Italia

L’operazione di marketing politico della Ferrarelle avrà certo suscitato un qualche orgoglio patriottico nel presidente Mattarella, nei giorni scorsi tanto impegnato a esaltare l’eterna e disinteressata amicizia tra il suo paese e Israele. Il presidente, apparentemente diafano ma sostanzialmente democristiano, non si è limitato a benedire il gigantesco traffico legale d’armi e attività belliche varie che il suo collega premier (democristiano anche lui) incentiva a più non posso. Ha voluto strafare giudicando, con la consueta solennità sonnolenta, “inammissibili” le campagne e l’azione di boicottaggio che in ogni angolo della Terra, vengono promosse verso lo Stato che, con ogni suo governo, ha applicato la forma più moderna e odiosa di apartheid che il mondo conosca. Nell’augurarci che i brindisi con le bollicine siano andati e vadano di traverso a ogni festeggiamento della solenne amicizia, pubblichiamo la lettera che decine e decine di associazioni, italiane e non, hanno inviato alla Ferrarelle Spa perché receda – seppur in extremis – dalla decisione di sponsorizzare la Round Tables Tour a Tel Aviv, la festa della gastronomia alla faccia dei diritti umani più elementari

di Bds Italia

Spett.le Ferrarelle S.p.A.

Oggetto: Richiesta di annullare la sponsorship della Round Tables Tour a Tel Aviv

Egregio Presidente,

Noi sottoscritti gruppi della società civile, vi scriviamo in merito al vostro sponsorship dell’evento culinario Round Tables Tour che si terrà a Tel Aviv dall’8 al 26 novembre 2016. Vi invitiamo a riconsiderare il vostro sostegno a questa iniziativa volta a utilizzare l’alta cucina per mascherare la negazione da parte di Israele dei diritti fondamentali dei palestinesi.

Nel 2014, carri armati, aerei da combattimento e cannoniere israeliane martellavano la Striscia di Gaza assediata, uccidendo più di 2.100 palestinesi, tra cui oltre 500 bambini, e questo è stato solo l’ultimo di quelli che sono tragicamente diventati massacri periodici di Israele eseguiti con impunità. Oltre a case, ospedali, scuole e fabbriche, gli attacchi israeliani hanno distrutto anche fattorie, serre, pozzi d’acqua, frutteti, colture e bestiame.[1]

Cecchini dell’esercito israeliano sparano regolarmente su agricoltori palestinesi a Gaza e frequenti incursioni militari distruggono i campi. Il Centro Palestinese per i Diritti Umani ha documentato 534 incursioni di terra e 544 spari tra il 2006 e il 2013, nel corso dei quali sono stati uccisi 179 civili mentre i feriti sono stati 751.[2] I documenti ottenuti attraverso un’azione legale dimostrano che Israele ha calcolato in modo cinico il fabbisogno di calorie per determinare il numero di camion carichi di cibo da far passare attraverso il blocco illegale che impone all’enclave costiera, costringendo i palestinesi di Gaza ad una dieta da fame.[3]

Nella Cisgiordania occupata, uno studio dell’organizzazione israeliana Kerem Navot dimostra come Israele utilizzi l’agricoltura come strumento per il furto di tante di terre palestinesi. Dal 1997, l’agricoltura degli insediamenti illegali israeliani è aumentata in termini di area del 35 per cento, mentre la terra agricola coltivata dai palestinesi è diminuita di un terzo.[4]

Non dovrebbe sorprendere, quindi, che, secondo i rapporti delle Nazioni Unite, solo il 35 per cento dei palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana gode della sicurezza alimentare.[5]

I palestinesi cittadini di Israele, che costituiscono il 20 per cento della popolazione, non se la passano meglio. Le comunità palestinesi sono costrette a lasciare le loro terre, come conseguenza della pulizia etnica in corso da parte di Israele. Israele si rifiuta di riconoscere, all’interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale, 176 città e villaggi palestinesi, molti dei quali risalgono a prima della creazione dello Stato, e nega loro anche i più fondamentali servizi, come l’acqua e la corrente elettrica. Bulldozer israeliani demoliscono regolarmente interi villaggi lasciando le famiglie senza casa.
E mentre i chef partecipanti non avranno alcun problema ad andare a Tel Aviv, a circa sette milioni di rifugiati palestinesi e sfollati interni causati dalla pulizia etnica in corso in Israele è negato il diritto di tornare nelle proprie terre come garantito dal diritto internazionale.[6]

Mentre scriviamo questa lettera, Israele prosegue con le quotidiane incursioni nelle città palestinesi, detenendo giovani e bambini illegalmente senza capi d’accusa, privando i palestinesi della libertà e dei diritti fondamentali, compreso il diritto alla vita, e radicando la sua occupazione coloniale in spregio del diritto internazionale e gran parte del mondo.

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Mentre la Round Tables Tour si presenta come un “fruttuoso dialogo su cultura, economia e questioni sociali”, fa invece un uso spietato della tradizione secolare di condivisione di esperienze culinarie per deviare l’attenzione dalle diffuse violazioni dei diritti fondamentali dei palestinesi, tra cui il diritto al cibo.

Infatti, tra gli altri partner dell’iniziativa sponsorizzata da American Express ci sono i ministeri israeliani del Turismo e degli Affari Esteri e il comune di Tel Aviv. I ministeri israeliani sono da anni coinvolti nel progetto “Brand Israel”, volto a utilizzare la cultura e le arti come mezzo per distrarre l’attenzione dal suo orrendo curriculum di violazioni dei diritti umani, al fine di creare un’immagine positiva di Israele.[7] La città di Tel Aviv – che è costruita sopra quattro villaggi palestinesi distrutti e ripuliti etnicamente, come è stato pure per la storica città palestinese di Jaffa – è il centro del regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid ed è profondamente complice dell’azione di mascheramento delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale compiute da Israele. Un altro partner dell’evento, la Golan Heights Winery, opera in un insediamento israeliano illegale nelle alture del Golan occupate in diretta violazione del diritto internazionale.[8]

Nel 2005, oltre 170 organizzazioni della società civile palestinese hanno fatto appello al boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) come mezzo per esercitare pressione su Israele affinché ponga fine alle sue violazioni dei diritti umani, che continuano imperterrite e in totale impunità da decenni.[9] Nell’ambito di questo appello, vi è l’invito ad artisti, accademici, e anche agli chef, a non esibirsi in Israele. La lista di coloro che hanno ascoltato e rispettato l’appello è in continua crescita.[10]

Se sceglierete di sponsorizzare questo evento che si svolge nella campana di vetro privilegiata che è Tel Aviv, circondata da milioni di palestinesi che vivono sotto l’oppressione israeliana, non solo lo farete ignorando deliberatamente i principi contenuti in questo appello che sale dagli oppressi, ma diventerete anche complici delle violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi e della perpetuazione dell’occupazione, dell’apartheid e del colonialismo da parte di Israele.

Rispettare l’appello palestinese per il BDS è il modo migliore per assicurare che i palestinesi, come ha detto il noto attivista anti-apartheid sudafricano e sostenitore del BDS, l’arcivescovo Desmond Tutu, non siano ridotti a “raccogliere le briciole di compassione gettate dal tavolo di chi si considera [loro] padrone”, ma piuttosto abbiano “il menu completo dei diritti”.
Vi chiediamo di non prestare il vostro noto marchio all’azione di mascheramento dei crimini di Israele. Vi esortiamo ad annullare lo sponsorship dell’iniziativa Round Tables fino a quando ognuno avrà un posto a tavola.

Attendiamo una vostra gentile risposta entro giovedì 20 ottobre.

Firmato: leggi tutte le firme su: http://comune-info.net/2016/11/liscia-gasata-allapartheid/

Sorgente: Liscia, gassata o all’apartheid? – Comune-info

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