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Hotspot Italia, Amnesty: “Impronte digitali prese con la forza. Maltrattamenti e tortura”

“C’erano sei poliziotti in uniforme. Mi hanno picchiato col manganello sulle spalle, al fianco e sul mignolo della mano sinistra, che da allora non riesco a raddrizzare. Sono caduto e mi hanno preso a calci, non so quante
volte, per circa 10 minuti. Avevo paura”. È il 26 giugno: Adam ha 27 anni ed è in una stazione di polizia dopo essere sbarcato al porto di Catania. Viene del Darfur, in Sudan: una delle regioni più martoriate al mondo e dall’agonia invisibile agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. “Non c’era un interprete, ci chiedevano solo di dare le impronte. Ho rifiutato”.

Quella di Adam è una delle testimonianze raccolte da Amnesty International nel rapporto diffuso oggi “Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti”. Nell’intento di ridurre il passaggio di persone verso altri paesi, spiega Matteo de Bellis, autore del rapporto e ricercatore presso il segretariato internazionale di Amnesty a Londra, i governi europei “hanno spinto le autorità italiane a commettere violazioni dei diritti umani verso migranti e rifugiati appena sbarcati in Italia”. Insomma, “nonostante non ci siano dubbi che la maggior parte degli agenti di polizia abbia continuato a fare il proprio lavoro in modo impeccabile, testimonianze coerenti raccolte da Amnesty International indicano che alcuni hanno fatto uso eccessivo della forza e ricorso a trattamenti crudeli, disumani o degradanti, o addirittura alla tortura”.

Tutto comincia a metà del 2015, quando l’Unione europea presenta le sue risposte all’alto numero di arrivi nei paesi del sud Europa: gli hotspot e la relocation. Da un lato, una veloce identificazione dei migranti al momento dell’arrivo, attraverso il rilevamento obbligatorio delle impronte digitali, e dall’altro la distribuzione di una parte dei richiedenti asilo in altri stati dell’Unione.

“Diverse testimonianze parlano di abusi sia nella forma della detenzione arbitraria prolungata sia in quella di maltrattamenti fisici”, racconta de Bellis. Su 174 interviste realizzate, sono 24 le testimonianze di maltrattamenti. Tra loro, anche alcuni minori non accompagnati di 16-17 anni. In 16 casi si parla di pestaggi: pugni, calci, schiaffi ma anche uso di bastoni elettrici e minacce di violenza o di detenzione a tempo indeterminato. Testimonianze che, se confermate, “sarebbero da configurare come maltrattamenti in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, scandisce il ricercatore. “E i casi più gravi, sempre se confermati, sarebbero configurabili come tortura”. Insomma, “esiste un problema. Un problema che le autorità devono affrontare senza nascondere la testa sotto la sabbia”. Amnesty International ha inviato quest’anno due lettere al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, chiedendo informazioni sull’uso della forza e della detenzione per il rilevamento delle impronte digitali dei migranti. Il ministro Alfano “ha ritenuto di non rispondere”, dice ancora de Bellis.

Anche Djoka arriva in Sicilia dal Darfur. Ha sedici anni, nel conflitto ha perso suo padre e ora vuole raggiungere il fratello in Francia. “Mi hanno portato nella “stanza dell’elettricità”, racconta ai ricercatori di Amnesty. “C’erano tre agenti in divisa e una donna in borghese. A un certo punto è entrato nella stanza anche un uomo senza divisa che parlava arabo. I poliziotti mi hanno chiesto di dare le impronte digitali e io mi sono rifiutato. Allora mi hanno dato scosse con il manganello elettrico diverse volte sulla gamba sinistra, poi sulla gamba destra, sul torace e sulla pancia”. Un 27enne racconta di aver subito umiliazioni sessuali e dolore agli organi genitali a Catania: “Ero su una sedia di alluminio, con un’apertura sulla seduta”, dice ai ricercatori di Amnesty. “Mi hanno bloccato spalle e gambe, poi mi hanno preso i testicoli con la pinza e hanno tirato per due volte. Non riesco a dire quanto è stato doloroso”.

Amnesty International chiede di rivedere le regole europee e i trattati di Dublino. “Mentre il numero degli arrivi in Italia è rimasto stabile, l’approccio hotspot ha portato a un drastico aumento delle persone che richiedono asilo in Italia, mettendo a dura prova la capacità delle autorità di assistere in modo adeguato i nuovi arrivati”. E la relocation? “Il numero di persone a cui è stato consentito di trasferirsi in altri paesi è stato molto più basso delle attese”, racconta de Bellis. “Erano stati promessi 40mila trasferimenti. Nei fatti hanno a malapena superato le mille unità”. Allo stesso tempo “i governi europei hanno messo pressione alle autorità italiane per identificare e prendere le impronte digitali a tutti i nuovi arrivati, per consentire eventualmente il loro ri-trasferimento in Italia qualora identificati in altro paese europeo. Si è favorita così in qualche modo una risposta di polizia al fenomeno migratorio: la pressione sull’Italia e sulle autorità ha portato ad usare tutti i metodi a disposizione, alcuni anche oltre la legge, per raccogliere le impronte”.

Al momento dell’arrivo, i migranti sono anche sottoposti a un rapido screening per suddividere i nuovi arrivati tra richiedenti asilo e coloro che sono considerati irregolari da incanalare verso procedure di allontanamento dal territorio italiano. “Lo screening viene fatto in maniera estremamente sommaria, immediatamente dopo lo sbarco, a persone ancora molto stanche e traumatizzate dopo viaggi lunghissimi e spesso drammatici – attraverso il deserto, sopravvivendo a naufragi. E viene fatto prima di poter accedere a un colloquio individuale con organizzazioni che possano informare queste persone dei loro diritti. In tanti sono stati considerati irregolari, anche se avrebbero voluto ed effettivamente potuto fare domanda d’asilo”.

Gli allontanamenti, poi, vengono effettuati o con respingimenti differiti – con l’ordine di lasciare autonomamente il territorio italiano entro sette giorni, in genere a persone che di fatto non hanno nè documenti nè soldi – o attraverso espulsioni con accompagnamento alla frontiera per le persone di paesi con cui ci sono accordi bilaterali di riammissione. Accordi che l’Italia “ha sempre più adottato anche con paesi che hanno una storia e un presente di violazione dei diritti umani”, chiosa Matteo de Bellis. Come il Sudan, appunto. “Un accordo tra la polizia italiana e quella sudanese prevede una forma di identificazione molto sommaria e di fatto delegata alle autorità sudanesi, che possono operare sul territorio italiano, con accesso ai porti e ai commissariati di polizia”, spiega ancora il ricercatore di Amnesty International. “E tantissimi provengono da regioni in cui ci sono conflitti in cui lo stesso governo sudanese si è reso colpevole di violazioni dei diritti umani”.

Sorgente: Hotspot Italia, Amnesty: “Impronte digitali prese con la forza. Maltrattamenti e tortura”

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