Norcia, 2 novembre 2016 –  «Ci avete fatto mungere le vacche nelle stalle inagibili. È crollato tutto. Io ero lì dentro… è un miracolo che ho rivisto i miei figli. Possibile che in due mesi e 10 giorni non siete stati capaci di darci le strutture per ricoverare il bestiame….». È mattina al Centro operativo comunale di Norcia, 48 ore dopo la scossa del 30 ottobre, quando monta la protesta degli allevatori.

«Cosa vogliono che portiamo le mucche al gelo? – quasi grida Antonio, un altro allevatore –. Poi mi devo ammazzare anche io». Sono loro a resistere qua, nonostante il freddo alle porte. Qualcuno ha mandato via la famiglia, anche negli alberghi del Trasimeno e resta, accanto alle sue bestie, nella tenda lasciata indietro dalla protezione civile dopo la scossa del 24. «Non avevano fatto in tempo a portarle via. Dormiamo lì. L’albergo è escluso. – dice Silvio Caponi –. Che faccio, ci porto anche le mucche in hotel? O magari le devo ammazzare. Per come stanno le cose sarebbe quasi meglio».

È uno dei nervi scoperti di questo terremoto che prende le forme della polemica per ritardi e sottovalutazione. I ritardi, in questo caso, riguardano, il mancato arrivo delle stalle provvisorie per sistemare bovini, suini ed equini, uno dei settori trainanti, insieme al turismo, dell’economia della Valnerina che impiega qualcosa come 1500 persone. Ma il 24 agosto, il giorno della prima botta, solo una trentina di stalle – delle circa 800 dell’area – avevano subito danni importanti alle strutture. Eppure da allora le procedure per le gare d’appalto hanno bloccato l’invio immediato dei prefabbricati. E adesso la situazione è precipitata. «È stato un terremoto distruttivo – spiega Gina Biasini, veterinaria dell’Istituto zooprofilattico – e stiamo facendo ricognizioni per verificare anche quanti siano gli animali feriti o morti sotto i crolli». Ma anche per ‘contare’ le stalle lesionate. «Non abbiamo ancora i dati ma temiamo che siano molto oltre il 50 per cento delle circa 800 censite». L’assessore regionale Fernanda Cecchini parla, allo stato, di 50 stalle. Ma è un dato ancora troppo provvisorio. Ernesto Tiberi è uno dei ‘miracolati’. «Ho 150 pecore in produzione. A noi è andata bene. Abbiamo fatto un giro per le aziende. A chi sono caduti i capannoni, chi ha le bestie morte… Ci stiamo aiutando a vicenda, senza chiedere niente a nessuno. Siamo riusciti a tirare fuori le mucche da un allevamento parzialmente crollato e abbiamo fatto un muro con le rotoballe. Ma anche se sono bestie sono stressate, devono bere, mangiare. Non vogliamo fare critiche inutili, ma purtroppo l’emergenza è gestita male, ed è stata gestita male. Perchè questi signori se lo dovevano aspettare. Molti – sono le parole di Tiberi – non chiedono nulla perchè hanno dignità sono esasperati. Gli animali morti per loro erano un reddito. Un mensile. Ci sono aziende pronte ad aiutarci, mangimifici. Facciamo da soli, ma non ci mettano i bastoni tra le ruote. È inutile che ricostruiamo se non riparte il lavoro. Ci saranno le chiese e una città museo».

Ieri lo stesso premier Matteo Renzi ha avvallato l’aiuto immediato ad agricoltori e allevatori nella sua visita-lampo a Preci: «Il problema dell’agroalimentare è fondamentale. Interveniamo in due modi: una misura di sostegno al reddito perché questi devono campare (circa 400 euro a capo bovino, ndr), e la creazione di strutture ad hoc perché possano non allontanarsi dalla loro terra. Il terzo punto è quello della valorizzazione dei marchi e dei prodotti tipici perché da questa terribile vicenda possa nascere una ripartenza anche economica». Ma nell’immediato è la presidente Catiuscia Marini a farsi carico del disagio degli allevatori: «Ho preso una decisione e ho detto agli allevatori: ‘Comprate le recinzioni, fate le coperture, ricoverate il bestiame e noi vi rimborseremo».