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La vocazione metamorfica della letteratura | Doppiozero

doppiozero.com – La vocazione metamorfica della letteratura Mario Barenghi

A me l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan sembra una buona notizia. La ragione è quella che molti (fra cui Francesco De Gregori) hanno indicato subito: al di là della persona del premiato, il riconoscimento va a un intero settore della produzione culturale. Questo, almeno, all’ingrosso; conviene aggiungere qualche precisazione.

In primo luogo, considero fuorviante l’affermazione che anche le canzoni d’autore sono (o possono essere) «poesia». A meno che non si voglia riesumare un’idea di poesia di stampo crociano, qui non è questione di valore, ma di identità.

Che la maggior parte dei testi delle canzoni abbia un valore poetico scarso importa poco: questo vale anche per i romanzi e le raccolte liriche. Il punto è che le canzoni rappresentano un uso poetico del linguaggio.

Anzi, per dirla in termini più schietti: dell’uso poetico del linguaggio, oggi come oggi le canzoni rappresentano una parte assai cospicua. Senza inoltrarsi in questioni teoriche, valga qualche sintomo: i versi di canzoni che vengono ripresi come titoli di libri, che vengono trascritti sui diari e sugli zainetti degli adolescenti, che fungono da didascalie nelle firme elettroniche e nelle comunicazioni in rete…

Del resto, a tutti noi capita, se non di cantare a voce spiegata, almeno di canticchiare a mezza voce, nelle circostanze più varie. Ebbene, questa è la radice della poesia: figurazioni di parole che si ripetono, sempre uguali, in un rapporto assolutamente libero e impregiudicato con il contesto in cui vengono profferite.

Intendiamoci. Dicendo che la poesia esemplifica un uso poetico del linguaggio non si vuole enunciare se non una possibilità; non è detto che si verifichi sempre. Se si ascolta una canzone straniera senza intenderne le parole, è chiaro che non ci troviamo affatto di fronte a un uso poetico del linguaggio. Idem se di una canzone si ricorda la melodia, ma non il testo.

La canzone è una forma mista, la musica conta di norma più delle parole, e la memoria può trattenere l’una senza le altre; se di una poesia si dimenticano le parole, invece, non resta più nulla. Insomma, non c’è dubbio che la canzone occupi una zona di confine del dominio letterario.

I confini sono importanti; ma sono, appunto, confini. Va bene il Nobel a Bob Dylan nel 2016; sarebbe invece bizzarro se nel 2017 venisse premiato Bruce Springsteen, nel 2018 Paul McCartney, nel 2019 Leonard Cohen – e non solo perché a quel punto sarebbe lecito chiedersi perché non Paolo Conte? o Chico Buarque?

In altre parole, il premio a Dylan è una buona notizia perché avvalora un’idea di letteratura estesa, multiforme, pervasiva, spuria, che a me sembra molto più fertile e interessante di una nozione esclusiva e ristretta, per sua natura incline all’aulico. Io, personalmente, ne diffido: è come ridurre il mondo delle bevande alcoliche ai distillati gran riserva.

La grande forza della letteratura sta nella sua capacità di espansione, nella sua vocazione metamorfica. Se fosse esistito il Nobel in epoche passate, non avrebbe dovuto suscitare scandalo un premio a Lorenzo Da Ponte, o a Francesco Maria Piave, o a Jacopo Ferretti (dopodiché se il premio fosse andato a Jacopo Ferretti e non al suo amico Giuseppe Gioacchino Belli non sarebbero mancate le polemiche).

Per la verità, l’Accademia di Stoccolma non ha mai proposto un’idea troppo sublimata e auratica di letteratura. Nel 1902 (seconda edizione!) venne premiato Theodor Mommsen, uno storico. Nel 1927 Henri Bergson. Nel 1950 Bertrand Russell.

E nel 1997 Dario Fo, cioè un uomo di teatro che faceva della vocalità (oltre che della presenza scenica) uno dei suoi punti di forza, ben al di là della tenuta dei testi.

Sorgente: La vocazione metamorfica della letteratura | Doppiozero

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