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Anche il nome fa la differenza – nigrizia.it

nigrizia.it – Razzismo in EuropaAnche il nome fa la differenza.

Tra le nuove forme di emarginazione ed esclusione in Europa vi è quella nei confronti degli africani o dei loro discendenti e mancano politiche per promuovere l’uguaglianza.

Uno studio, pubblicato all’interno del recente Dossier statistico immigrazione, fa capire, ad esempio, il peso che può avere un cognome africano nella richiesta di un colloquio di lavoro.  –

di Luciano Ardesi
In Europa, accanto alle vittime storiche del razzismo, ebrei e rom, da alcuni decenni musulmani, migranti e neri sono i più esposti alla discriminazione.

Solo la discriminazione di genere è ancora più forte dell’islamofobia, della xenofobia e dell’afrofobia.

Per la prima volta il Dossier Statistico Immigrazione 2016 tenta una panoramica delle discriminazioni nei paesi dell’UE nei confronti delle persone di discendenza africana, anche in considerazione del fatto che nel 2015 è iniziato il Decennio internazionale delle persone con discendenza africana, proclamato dall’Assemblea generale dell’Onu nel dicembre 2013.

Numerose sono le difficoltà di un tale proposito, a partire dal termine di “afrofobia”, che non è accettato da tutti i movimenti antirazzisti. Storicamente l’afrofobia ha le sue radici nelle idee di superiorità/inferiorità razziale, nelle vicende del colonialismo europeo, dell’apartheid in Sudafrica e della segregazione razziale negli Usa.

In ogni caso per afrofobia si deve intendere la particolare forma di razzismo che colpisce le persone di origine africana, discendenti della vittime della trattata degli schiavi transatlantica e mediterranea, e le persone che, dopo l’indipendenza dei rispettivi paesi, sono emigrate o andate a lavorare in Europa, Canada e Medio Oriente.

L’altra maggiore difficoltà riguarda i dati. In Europa, come in Italia, non esistono dati disaggregati che permettano di individuare persone di discendenza africana, e ancor meno di pelle nera. In questa situazione risulta praticamente impossibile fare confronti tra i diversi paesi dell’UE.

Malgrado ciò alcuni studi hanno cercato di superare queste difficoltà per dare conto dell’esistenza del fenomeno e dell’ordine di grandezza della discriminazione. Il Dossier Statistico prende in considerazione un aspetto particolare della disparità, quella relativa al mercato del lavoro. In mancanza di dati, questi studi si basano anche su possibile indice dell’appartenenza africana: quello dei nomi.

Nel Regno Unito è risultato così che le persone con nomi “dal suono britannico” hanno più probabilità di essere chiamati per un colloquio di lavoro rispetto a coloro che hanno un nome dalle assonanze africane o asiatiche. Studi simili condotti in Austria e in Olanda confermano questa tendenza.

In Austria ad esempio il 37% delle persone con nomi austriaci sono inviate ai colloqui contro il 18,7% di quelle di origine nigeriana; il tasso di disoccupazione (2014) delle persone di origine africana è il triplo della media nazionale (18,8% contro il 5,6%); in Olanda la differenza è ancora più forte (41,2% contro 8,7%, praticamente il quintuplo).

La discriminazione etnica si interseca con quella su altre basi. Uno studio francese ha dimostrato che le donne dal nome apparentemente senegalese hanno l’8,4% di probabilità di successo nella richiesta di colloqui di lavoro contro il 13,9% degli uomini col nome apparentemente senegalese, e il 22,6% delle donne con un nome dal suono francese.

L’UE ha una forte legislazione contro la discriminazione etnica e razziale, ma la realtà è ben diversa. Malgrado questa situazione l’Europa non ha una politica rivolta a promuovere l’uguaglianza di trattamento nei confronti delle persone di origine africana, come invece accade ad esempio per i rom.

“E senza un impulso forte e specifico dell’UE è abbastanza illusorio attendersi un’azione determinata da parte dei governi nazionali”. Infatti pochi paesi hanno piani nazionali d’azione contro il razzismo come si erano impegnati a fare con la Dichiarazione di Durban, sottoscritta nel 2011 da tutti i paesi europei. L’Italia ha elaborato un suo piano nel 2012 e ha terminato il suo iter formale, ma “al momento non risulta siano stati adottati provvedimenti per la sua messa in opera”.

Sorgente: Anche il nome fa la differenza – nigrizia.it

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