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Assenze, persa la battaglia ai falsi certificati medici | Il Mattino


In America esiste una app – Bestfakedoctorsnotes.net – che per una trentina di dollari permette di sfornare direttamente dalla stampante di casa certificati medici come se piovesse. Non solo, promette anche un risarcimento di cento dollari, se qualcuno a lavoro scoprisse il falso. In Italia, probabilmente, un servizio simile non avrebbe successo: anche se la legge impone il contrario (visita in studio o a domicilio) basta telefonare al medico di famiglia, sciorinargli i sintomi e andare a ritirare il certificato di malattia. E poco importa che negli ultimi anni lo Stato abbia messo in campo la tecnologia per evitare abusi.

Fatto sta che dal ministero dell’Istruzione inseriscono, tra le cause del fallimento della Buona scuola, anche le migliaia di certificati inviati alle direzioni regionali da insegnanti che non volevano essere trasferiti lontano da casa. A Brescia è una star l’agente che a lavoro si dava malato per andare a suonare il piano. Per la cronaca, il tribunale l’ha appena scagionato perché, assente ingiustificato o meno, era davvero affetto dalla patologia denunciata nei certificati. E clemente è stata la magistratura con i 767 vigili urbani di Roma che la notte di Capodanno del 2015 marcarono visita e non si presentarono al lavoro, mandando nel caos il traffico della Capitale. Il tribunale del Lavoro – anche se potrà sembrare paradossale – ha risparmiato loro e condannato l’Autorità per gli scioperi nei servizi pubblici a pagare le spese legali. L’organismo è reo di aver accusato i sindacati di aver organizzato uno sciopero bianco (l’obiettivo era Ignazio Marino e il suo tentativo di introdurre la rotazione obbligatoria dei “pizzardoni”) e di aver comminato multe per decine di migliaia di euro nei confronti di cinque sigle.

Se questo è l’andazzo non deve sorprendere che, stando agli ultimi dati forniti dalla Funzione pubblica e risalenti al 2014, sono stati soltanto 84 i «licenziamenti derivanti da assenze ingiustificate dal servizio e non comunicate nei termini prescritti» e 284 le sospensioni.

Giuseppe Lavra, presidente dell’Ordine dei medici di Roma, non accetta processi. «Noi quest’attività», spiega, «non la vorremmo neanche fare. Da anni chiediamo che, per quanto riguarda la richiesta di pochi giorni, venga trasformata in un’autocertificazione. Perché questo è diventata: detto brutalmente, quando un paziente si presente da me e mi dice che ha mal di testa, mal di stomaco o tutte le patologie in cui la sintomatologia è avvertibile solo dal paziente stesso, io medico come faccio a dimostrare il contrario? E per la legge non posso neanche rifiutarmi a fare il certificato». Lavra è convinto della buona fede dei colleghi. «Quale medico, dopo tutto quello che ha speso per i suoi studi, mette a rischio la sua carriera per un certificato falso». Ma ammette la difficoltà a sanzionare i comportamenti scorretti. «Possiamo farlo, soltanto quando la cosa è comprovata. Qualche anno fa una famosa azienda ci ha chiesto d’intervenire perché aveva riscontrato uno strano aumento di indisposizioni. Anche se la cosa non era dovuta, abbiamo convocato i medici che avevano firmato i certificati. I quali hanno ammesso che il surplus era collegato a un forte disagio aziendale all’interno dell’impresa, ma hanno sottolineato che, contemporaneamente, il regolamento interno prevedeva la piena forma fisica dei dipendenti per svolgere quella determinata attività».

L’esperienza italiana vuole che vengano presentati più certificati nel privato, ma che i periodi di malattia siano più lunghi (10,5 giorni) nel pubblico. Anche perché nella Pa vige la regola Brunetta che inizia a decurtare soldi già nei primi dieci giorni. Stando agli ultimi dati dell’Inps, quelli riferiti al 2014, ci sono ogni anno quasi 110 milioni di giornate perse (78 milioni nel privato e 31,5 milioni nella pubblica amministrazione). Rispondendo alla geografia economica del Paese, la Lombardia strappa la palma dell’assenteismo per malattie nelle imprese (21%) e il Lazio negli uffici statali (14,4%). Più in generale, la Cgia di Mestre ha evidenziato che i lavoratori più cagionevoli vivono in Calabria (restano a casa mediamente 34,6 giorni), quelli più robusti in Trentino Alto Adige (15,3 giorni). Mentre Confindustria ha ipotizzato che con regole più stringenti nella Pa si potrebbero recuperare almeno 3,7 miliardi. Che il datore sia un’impresa o lo Stato, un terzo delle malattie si manifesta di lunedì.

Nel pubblico impiego il governo ha promesso il licenziamento in tronco con il prossimo testo unico della Pa. Ma le norme vigenti dopo la riforma Brunetta appaiono già molte severe almeno per evitare l’allungamento del weekend o l’assenteismo spot. Eccezion fatta per le terapie salvavita e gli infortuni sul lavoro, l’ex ministro berlusconiano ha previsto la decurtazione di ogni indennità e di ogni emolumento accessorio nei primi dieci giorni di malattia. Eppoi va avvertito il capoufficio entro le 8.30, mentre il certificato fatto dal medico di base viene inviato per via telematica all’Inps. Soltanto per patologie gravi e invalidanti sono garantiti 18 mesi di stipendio (9 dei quali con salario ridotto) prima della risoluzione del contratto. Senza contare che una dichiarazione falsa comporta l’avvio del procedimento di licenziamento, dagli uno ai cinque anni di carcere e il risarcimento in solido del danno erariale.

E non è che manchino i controlli. A settembre l’Atac, la municipalizzata romana dei trasporti, ha inviato altrettante visite fiscali ai 160 conducenti e meccanici che avevano denunciato problemi fisici tali da essere trasferiti dietro a una scrivania. Poi, come per miracolo, l’80% è ritornato al posto originario. A Genova sono finiti indagati sia un ventenne che – scoperto a orinare contro la facciata di una caserma dei carabinieri – per non pagare una multa ha presentato una certificazione che attestava la sua incontinenza sia il medico che l’ha redatta. Qualche anno fa le procure di Reggio Calabria e Milano scoprirono una cricca di maestre calabresi pronte a tutto per essere riassegnate a casa: dalle Asl si facevano riscontrare scoliosi, ansia, depressione o diabete, diagnosi sufficienti per ottenere l’avvicinamento. Poi, tornate nelle terre natie, guarivano per miracolo.

Ma questi, vista l’entità del fenomeno, sono casi sporadici. Racconta un medico che si è sempre occupato di medicina del lavoro e fiscale: «La verità è che, con i mezzi a disposizione, è impossibile entrare nel merito di una diagnosi. L’Inps, al quale oggi sono delegate tutte le attività di controllo, ha personale sufficiente per fare appena il 30% delle visite fiscali. A maggior ragione dopo che la spending review ha imposto il taglio delle convenzioni con l’esterno. Questo a valle. Perché a monte, con il certificato digitale, allo stesso istituto viene comunicata in tempo reale la prognosi che giustifica i giorni di malattia. Ma credete che gli addetti abbiano il tempo di andare a studiarsi tutte queste carte?»

Sorgente: Assenze, persa la battaglia ai falsi certificati medici | Il Mattino

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