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La salute non si vende | Marisa Nicchi | huffingtonpost.it

huffingtonpost.it – La salute non si vende Deputata di Sinistra Italiana

Nel nostro paese per i malati di epatite siamo di fronte a un dichiarato razionamento di cure efficaci, per pure ragioni di costi. L’epatite C è un’emergenza sanitaria che ben motiverebbe la possibilità dello Stato di giungere alla licenza obbligatoria per costringere i possessori di un brevetto a un uso pubblico in modo da garantire il farmaco a chi oggi è escluso.

Una battaglia emblematica della nostra politica sanitaria con l’obiettivo di realizzare, non a parole, l’idea tanto semplice quanto potente che la salute è un bene comune e non un privilegio per pochi/e.

Questo è il senso per cui oggi Sinistra Italiana ha portato in aula la mozione sul fondamentale ruolo del servizio sanitario nazionale per applicare l’art. 32 della Costituzione. Un’idea su cui si gioca una partita politica globale dalle Presidenziali negli Usa, all’ardua prova del Governo Tsipras strozzato da un’Europa guardiana di conti e non di diritti.

In questa contesa l’Italia ha un punto di forza: l’aver conquistato un servizio sanitario nazionale fondato sulla fiscalità generale. Ma questo strumento oggi è sotto attacco dalle scelte di questo governo conseguenti l’austerità europea.

È documentato che la crisi del 2008 ha avuto effetti negativi sulla salute mentale, sulla mortalità per suicidi, su alcune malattie croniche e trasmissibili e sull’accesso alle cure. I cittadini/e vivono con affanno e con drammaticità quello che dicono i rapporti Istat, Censis, Università di Tor Vergata, Cergas/Bocconi, Corte dei Conti.

I ticket sempre più onerosi a partire dal superticket, lascito del governo Berlusconi, le liste di attesa plurimensili, la lontananza dai servizi sempre più accorpati hanno portato milioni di persone a non si curarsi più, a indebitarsi per curarsi e oggi, per cinico accanimento, si pensa lo debbano fare anche per andare in pensione in anticipo.

Pagare di tasca propria è cosa ingiusta che rappresenta però un business che fa gola. È sotto gli occhi l’enorme svalorizzazione di tutto il personale sanitario a cui dobbiamo ancora la tenuta del servizio pubblico: blocco degli stipendi, del turn over, espropriazione di elementari diritti nel lavoro, abuso della precarietà e dei contratti atipici, esuberi ed esternalizzazioni, demansionamenti.

La penuria pubblica effetto del definanziamento pubblico diretto e mascherato ha già allontanato dal servizio sanitario nazionale milioni di persone, e aperto le porte ad assicurazioni private, a strumenti di tutela sempre meno integrativi e sempre più sostitutivi del pubblico.

Interessi si stanno strutturando intorno a un secondo pilastro del welfare con l’ingannevole promessa che le assicurazioni sanitarie non solo rendono accessibile ai più la sanità privata presentata come più efficiente e in cui si può scegliere liberamente, ma, farebbe bene anche alla sanità pubblica riducendo le liste d’attesa per chi non ha altra possibilità che il servizio pubblico. Un’idea accattivante, che nasconde la durezza spietata della logica del profitto, in nome del quale le assicurazioni private selezionano sia le prestazioni da coprire sia i soggetti da tutelare.

Alle persone a rischio per età o per storia o possibilità di salute vengono assicurate minori coperture o addirittura escluse. E poi, chi paga assicurazioni sanitarie salate, sarà spinto a non finanziare più la sanità pubblica che non usa.

C’è già troppo mercato nella sanità pubblica anche con l’istituto dell’intramoenia dei medici ospedalieri. È un tema da sempre critico e per noi in discussione che oggi preoccupa perfino il presidente della Regione Toscana che ha annunciato una proposta di legge per il superamento dell’intramoenia.

Di sicuro quest’obiettivo implica il rafforzamento della risposta pubblica, la valorizzazione anche economica del personale, altrimenti si darà un ulteriore spazio al privato e si impoverirà il pubblico. Si, c’è bisogno di più finanziamento e nel contempo di cambiamento. La migliore difesa del SSN è investimento e farsi anche interpreti di una necessità di autoriforma.

Ci anima la visione della salute come benessere psicofisico, più che assenza di malattia, che ci deve riportare a ragionare sul complesso di politiche che riguardano luoghi di lavoro e di vita: ambiente, urbanistica, la differenza di genere, le migrazioni, nuovi bisogni di personalizzazione delle cure, di ripensamento delle professioni, di apertura generazionale.

Infatti l’integrazione sociale e sanitaria è un paradigma di cultura di governo a tutti i livelli. Inoltre lo sviluppo del servizio sanitario nazionale può rappresentare un eccellente investimento economico: il valore complessivo della filiera salute è pari a circa il 12 per cento del PIL, per ogni euro speso in sanità se ne generano 1,7 euro. È possibilità di buon lavoro, innovazione tecnologica, ricerca. Non è costo da tagliare alla cieca.

Serve un lungimirante intervento riformatore condiviso con tutti i soggetti sociali. Stiamo perdendo il nostro vantaggio di salute scendendo ai livelli peggiori degli altri Paesi. L’Italia ha la punta massima europea di morti per inquinamento, dopo decenni gli anni di vita in buona salute si sono ridotti di circa 6 anni dal 2005 al 2013 e nel 2014, e si è fermato l’incremento della speranza di vita.

La preoccupazione riguarda patologie oncologiche in crescita come il tumore alla mammella. Tutto ciò per la riduzione della prevenzione che nel nostro Paese è molto scarsa: solo il 4,1% della spesa sanitaria totale quota che ci colloca agli ultimi posti dei 30 Paesi dell’area Ocse.

Il decennale definanziamento risana i conti ma porta le persone ad ammalarsi di più. A vivere peggio. Non smetteremo mai di ricordare che il nostro servizio sanitario pubblico rimane tra i meno costosi al mondo, alla faccia di chi martella sulla sua insostenibilità per propri interessi.

Il principio di uguaglianza alla base del servizio sanitario nazionale è ferito. È uno scenario di eccezionale gravità che coinvolge un numero crescente di persone esposte con più facilità alla marginalità. Le diseguaglianze di salute sono l’effetto dei tagli scritti a chiare cifre nelle leggi di stabilità.

Per la prossima si parla di cifre, da verificare e comunque al disotto delle necessità. Di certo, per ora al di là degli annunci c’è nel DEF il programmato impoverimento della spesa sanitaria in rapporto al Pil. Colpisce il ruolo passivo delle Regioni, salvo l’indicativa richiesta di monitoraggio sui nuovi LEA, ancora non pervenuti, per la prevedibile inadeguatezza delle risorse.

Colpisce il disimpegno dei Comuni. L’elenco delle promesse mancate o sbagliate del governo è nutrito di numerosi capitoli anche in sanità.

Dobbiamo buttarci alle spalle questi tristi tempi segnati dalla regressione della salute come valore non negoziabile e men che mai monetizzabile a valore subordinato ai limiti economicistici, alla competitività del mercato, alla speculazione, alla corruzione, alla mercificazione e riconquistare la pienezza di un diritto.

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Sorgente: La salute non si vende | Marisa Nicchi

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