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Tutti Charlie Hebdo ma in Austria si processano i giornalisti per le opinioni. Mentre in Germania| Rischio Calcolato

Avviso urgente per tutti i Charlie Hebdo in servizio permanente ed effettivo: nella civile Austria, un giornalista è sotto processo per le opinioni espresse in un articolo. Già, l’editorialista del principale quotidiano del Paese, il Kronen Zeitung, Christophe Biro, dovrà infatti rispondere del contenuto del suo pezzo pubblicato il 25 ottobre dello scorso anno. E cosa scrisse per meritare la gogna?
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Definì la maggior parte dei migranti in arrivo in Austria “siriani con alto tasso di testosterone”, sottolineò “gli assalti sessuali estremamente aggressivi” che perpetravano e accusò un gruppo di loro di aver divelto i sedili del treno che li stava trasportando in Germania, perché non volevano sedere dove avevano poggiato le loro infedeli terga dei cristiani. Il commento scatenò parecchie polemiche, tanto che il giornale mise in ferie forzate Biro per quattro settimane, giustificando la decisione con il fatto che l’editorialista “aveva perso prospettiva e proporzione della situazione”. Le ferrovie austriache, ÖBB, negarono i danneggiamenti ai loro convogli ma, nel frattempo, i casi di violenza sessuale nel Paese crescevano a dismisura.
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In un Paese civile sarebbe bastato rettificare la questione del treno e chiudere la faccenda in nome della libertà di espressione, invece il procuratore di Graz ha confermato che Biro è indagato per i suoi commenti: obbligatorietà dell’azione penale? Sì ma a fronte di una querela di parte avanzata da una ONG che si definisce anti-razzista e per i diritti dei migranti, il gruppo di estrema sinistra SOS Mitmensch, il quale agisce come un gruppo di pressione il cui unico scopo è attaccare la FPO per la sua politica anti-immigrazione. Il numero uno dell’organizzazione, Alexander Pollak, ha detto che ormai sono sommersi di richieste riguardo a come denunciare commenti anti-immigrati alla polizia e a tale scopo hanno pubblicato una guida per far incriminare le persone per reati d’odio.
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Insomma, se sia in Austria che in Germania sono già stati istruiti processi per incitamento all’odio razziale – soprattutto per commenti sui social network – quello di Biro è il primo caso di un giornalista che viene perseguito per quanto espresso in un articolo. E non basta, perché stranamente, con l’approssimarsi del ballottaggio per le presidenziali del 4 dicembre prossimo, il procuratore di Vienna sta cercando prove per incriminare il leader della FPO, Heinz-Christian Strache, per alcuni post da lui scritti su Facebook. L’accusa? Strache o il suo staff non avrebbero rimosso i post abbastanza in fretta.
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Ma se l’Austria del diritto e della libertà di parola piange, la Germania certamente non ride: lì la censura è di Stato ma anche mediatica, disposta con rigidità marziale dallo stesso Ordine dei giornalisti. A far esplodere il caso è stata questa settimana la vicenda di quattro adolescenti serbi che hanno stuprato una 14enne ad Amburgo, lasciandola poi mezza nuda con temperature vicino allo zero e quindi ponendo la sua vita a rischio. Lunedì si è arrivati a sentenza e tutti e quattro sono usciti dal tribunale liberi: per il giudice, “la sentenza può sembrare lieve ma tutti gli imputati hanno confessato, si sono mostrati pentiti e non pongono più pericolo per la società”.
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Per la prima volta, la stampa ha dovuto dare conto della reazione popolare al verdetto, visto che in poche ore sono state raccolte 80mila firme con una petizione popolare e si sta già pensando a un ricorso in appello da parte della stessa Procura. Il problema è che se non si arriva a fatti di quella gravità e a sentenze di quel grado di delirio, l’Ordine dei giornalisti tedesco (Presserat) impone alla stampa il suo “codice etico per i media” che restringe il novero di informazioni che si possono utilizzare negli articoli. Il paragrafo 12.1 dice quanto segue: “Quando si riportano notizie relative a crimini, i dettagli relativi al background religioso, etnico o di altro genere del sospetto o del reo possono essere menzionati solo se assolutamente necessari per la comprensione del fatto narrato. Ricordatevi che certi riferimenti potrebbero fomentare pregiudizi contro le minoranze”. Il 17 ottobre scorso, il Presserat ha posto sotto valutazione disciplinare il settimanale Junge Freiheit per aver rivelato la nazionalità di tre teenagers afghani che hanno stuprato una donna in una stazione ferroviaria a Vienna nell’aprile di quest’anno: per l’Ordine, la nazionalità dei colpevoli non era rilevante al caso e rivelandola “il giornale ha deliberatamente e negativamente rappresentato i sospetti come persone di serie B”. In effetti, come si potrebbe non sottolineare la levatura morale di chi stupra in gruppo un donna in una stazione dei treni?
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Il Presserat ha imposto al giornale di togliere il riferimento alla nazionalità dall’edizione on-line ma la direzione si è rifiutata, dicendo a chiare lettere che continuerà a pubblicare la nazionalità dei criminali. Un caso più unico che raro, anche perché la direttrice del Presserat, Lutz Tillmanns, è stata molto chiara: “Un principio essenziale legato ai diritti umani è non discriminare. Quando ci riferiamo a un individuo non vogliamo colpire un intero gruppo. Questo, ovviamente, è un argomento più sensibile per le minoranze che per le maggioranze”. Il Pulitzer penso che non potrà esserle negato ancora a lungo. Per Hendrik Cremer del German Institute for Human Rights, il codice etico dell’Ordine dei giornalisti si applica anche alla polizia tedesca, la quale spesso censura le informazioni nei suoi comunicati stampa: “La polizia non deve fornire informazioni riguardo il colore della pelle, la nazionalità o l’origine etnica di un sospettato ai media o all’opinione pubblica. Dovrebbero farlo solo se assolutamente necessario, ad esempio quando si è alla ricerca di un sospetto”.
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Un esempio della censura e della distorsione dei fatti operata dal Presserat lo troviamo nel report dello stupro di una 90enne avvenuto fuori da una chiesa di Düsseldorf il 2 ottobre scorso: il quotidiano Hamburger Morgenpost si limitò a descrivere il violentatore come “un 19enne senza fissa dimora”, mentre la polizia parlò del sospetto come di “un europeo del Sud con origini del Nord Africa”. La Bild, forte del suo numero di copie vendute, pose fine alla pantomima e svelò che si trattava di un marocchino con passaporto spagnolo, noto da tempo alla polizia tedesca come taccheggiatore seriale. Ora ha compiuto il salto di qualità criminale. E che dire di quanto avvenuto il 30 settembre, quando un 28enne migrante ha violentato una 27enne sul treno da Parigi a Mannheim? I media locali prima divulgarono la nazionalità del criminale, salvo poi cancellarla e pubblicare il seguente comunicato: “Questo articolo inizialmente includeva la nazionalità dello stupratore. Il riferimento è stato in seguito rimosso perché non corrispondente alle linee guida editoriali, le quali ci dicono che non c’è connessione tra nazionalità e azione compiuta”.
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E non c’è connessione nemmeno tra media e opinione pubblica tedesca, visto che il 24 ottobre un sondaggio di YouGov ha reso noto che il 68% dei tedeschi crede che la sicurezza del Paese sia peggiorata negli ultimi due, tre anni e un altro 68% ha detto di temere per la propria vita e le proprietà personali quando frequenta stazioni ferroviarie o della metropolitana. Infine, un 63% si sente non al sicuro durante eventi pubblici. La risposta della Bundeskriminalamt, la polizia anti-crimine federale? Questo consiglio alle donne per proteggersi dagli stupratori: “Indossate scarpe da ginnastica e non tacchi alti, almeno potete scappare”. Come si dice “resa dello Stato” in tedesco?
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Ma attenzione, perché se media e polizia si autocensurano volentieri, Angela Merkel vuole di più a livello di controllo del pensiero ed è partita all’attacco dei social network: “I loro algoritmi devono essere resi pubblici, così che uno possa informarsi da cittadino interessato a domande come il livello di influenza che Internet ha sul mio comportamento e su quello degli altri. Questi algoritmi, quando non sono trasparenti, possono portare a una distorsione della nostra percezione, veicolano la profondità delle nostre informazione… Le grandi piattaforme social creano bolle di visioni auto-alimentanti, mettono in un angolo provider di notizie più piccoli e qualcuno potrebbe chiamarle anche propaganda”.
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Strano tempismo nell’intervento della Merkel, visto che solo il mese scorso aveva attaccato Alternative fur Deutschland di “diffondere bugie attraverso i social media”. Bugie che sono costate alla Merkel una bella batosta alle amministrative. Ma la guerra è solo cominciata: il ministro della Giustizia, Heiko Maas, ha infatti confermato l’aumento del 77% dei crimini d’odio a seguito dell’arrivo di oltre 1 milione di migranti nel Paese. La risposta del governo? Le aziende di media company su Internet hanno tempo fino a febbraio per recepire le direttive europee sulla xenofobia e il razzismo o affronteranno azioni legali. Insomma, non si mette mano al problema nelle strade ma alla rabbia sul web. Avanti così, verso il precipizio.

Sorgente: Tutti Charlie Hebdo ma in Austria si processano i giornalisti per le opinioni. Mentre in Germania.. – Rischio Calcolato | Rischio Calcolato

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