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L’insulto

Maria Galindo, femminista del Collettivo Mujeres Creando, è di certo tra le donne che hanno ricevuto più insulti nel mondo. La sua lunga e coraggiosa attività creativa, in un paese tutt’altro che facile come la Bolivia, è sempre stata segnata da azioni dirompenti e provocatorie nei confronti del domonio maschile e dell’ipocrisia dello Stato e della Chiesa cattolica. E’ dunque in primo luogo l’esperienza che la spinge a riflettere sulle possibilità concrete di neutralizzare la portata e la valenza politica di comportamenti – quasi sempre ispirati dalla debolezza, dall’incapacità di confronto e dalla frustrazione – che però acquisiscono efficacia solo nel momento in cui fanno male. Quando l’insulto incontra indifferenza o ironia, perde invece ogni possibilità di umiliare o di screditare la persona che lo subisce. Per questo ridere di un insulto che ci viene diretto non è solo un segno di forza ma un atto politico che afferma una grande e bella libertà

di Maria Galindo*

Essere una delle donne più insultate della società mi obbliga, e allo stesso tempo mi ispira, a parlare di insulto. Non mi interessa di parlarne dalla parte della vittima, né da quella di chi denuncia pubblicamente l’affronto subito.

Mi interessa condividere qualcosa con centinaia di donne chiamate: pazza, brutta, grassa, puttana, immorale, femminazista, pervertita, stupida, infantile, isterica, maschiaccio, lesbica, anormale, eccetera; mi interessa condividere con tutte loro questo semplice metodo di neutralizzazione dell’insulto. Un metodo utile per la vita personale che si converte in una strategia di lotta, dato che l’insulto è diretto a umiliarti pubblicamente e a screditare la tua libertà, il tuo comportamento e i tuoi sogni.

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Il giorno successivo il mural è stato censurato e coperto di bianco da decine di persone inneggianti all’Ave e Maria

L’insulto non è un riflesso della forza, capacità di argomentare o intelligenza; l’insulto – compagne – è sempre segno di assenza di argomenti, di debolezza e paura. E’ sempre un segnale dell’incapacità di discutere delle idee, è molte volte l’anticamera della violenza fisica ed è una forma di violenza psicologica che per perpetrarsi ha bisogno di avere un effetto negativo su di te.

Nel momento in cui non ti coinvolge, non ti fa male, non ti interessa, non ti classifica o non ti caratterizza, l’insulto perde tutta la sua forza. Perciò è importante capire che chi ti insulta sta qualificando se stess*, non te. Per esempio, se qualcuno ti qualifica come pervertita per il fatto di essere lesbica, molte volte quello che sta facendo è negare la propria omosessualità e tirare fuori il suo panico per il fatto di essere omosessuale. Molti degli insulti ricevuti questa settimana riflettono il panico sociale del maschio per vedersi minacciato nella sua vulnerabilità.

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‏Ascolto tutti i giorni storie di donne che soffrono per gli insulti dei loro amanti, figli o vicini. E’ il momento in cui ti senti male quello in cui si attiva il potere dell’insulto, se invece ne ridi di ogni insulto perde tutta la sua forza.

Rispondere ad un insulto con un altro è legittimare l’insulto ricevuto, è lasciarsi trascinare sul terreno dei pregiudizi e dell’odio, abbandonando il terreno delle idee, dei sogni e della libertà.

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Maria Galindo alla Biennale di San Pablo non ha perso l’occasione per riaffermare che le donne boliviane hanno diritto a un aborto libero, legale e sicuro.

Non si tratta esattamente dell’idea cristiana di porgere l’altra guancia, così poco praticata dai cristiani. Non porgo l’altra guancia, quello che propongo davanti a un insulto è di non porgere il cuore, la pelle, di non essere vulnerabili all’insulto. E’ possibile farlo se rompi con il controllo sociale, con il “cosa diranno”, togliendo – all’altro – il potere di governare la tua vita. E’ possibile farlo se capisci che, nel caso delle donne, il contesto sociale è di assurdo ricatto: se ubbidisci e ti sottometti sarai insultata, se ti ribelli e affermi la tua libertà sarai insultata comunque. Denigrare e insultare una donna è socialmente necessario per controllarla e definirla continuamente.

Insultarti è un atto politico di potere per paralizzarti; ridere dell’insulto è un atto politico per affermare la tua libertà. L’insulto si può convertire in un coro, in un vicolo buio, dove quello che insulta compensa la sua debolezza e la sua paura riparandosi in un gruppo che lo segue per farti stare zitta. In quel momento sei di fronte alla forza di un fanatico, che è comparabile alla forza di un ubriaco e con un ubriaco – lo sappiamo noi donne per esperienza diretta – non vale la pena discutere. Non vale la pena di argomentare né di riflettere, Chi insulta non vuole capire, né ascoltare, ma solo denigrare, per questo non vale la pena cercare di spiegarsi con chi ti insulta.

Quando piove tiri fuori l’ombrello, quando ti insultano tira fuori l’indifferenza o la risata.

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Di tutte queste strategie condivise ce n’è una che è la più liberatoria ed efficace, quella che neutralizza l’insulto in modo più efficace: è la rivendicazione dell’insulto stesso come luogo politico della trasgressione. Seguendo questo cammino sono arrivata ad affermarmi come puttana, frocia, pazza, brutta, grassa, maschiaccio, eccetera. Ognuna di queste parole pronunciate in prima persona neutralizza qualunque insulto, ci dà una potenza creativa inimmaginabile, ci colloca al di fuori della sua portata.

Si tratta di aprire un nuovo luogo di libertà dove tutti gli insulti ricevuti si convertono in parole di cui possiamo riappropriarci e a cui possiamo dare nuovo significato. Chi ti dice puttana, quando demitizzi quella parola e ti rivendichi come puttana, smette di avere un senso paralizzante su di te. E’ il momento in cui hai il potere di toccare tutte le sensibilità sociali con libertà e astuzia, come chi suona un piano, una fisarmonica o le corde tese di una chitarra che vibra grazie al tuo tocco.

* Pagina Siete

Traduzione per Comune-info: Michela Giovannini

Sorgente: L’insulto – Comune-info

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