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Bill Gates: “L’ascesa del populismo suscita inquietudini per gli aiuti allo sviluppo” – Repubblica.it

Bill Gates: "L'ascesa del populismo suscita inquietudini per gli aiuti allo sviluppo"

repubblica.it – Bill Gates: “L’ascesa del populismo suscita inquietudini per gli aiuti allo sviluppo”. Il miliardario filantropo teme gli effetti di una chiusura dell’America in se stessa, se fosse governata da Donald Trump, e sottolinea l’importanza della sfida che rappresenta per l’Europa la crisi dei rifugiati, che mette in secondo piano i grandi progressi realizzati in questi ultimi anni nella lotta contro la povertà e le malattie   – di FLORENTIN COLLOMP, MIGUEL JIMENEZ e EVA LADIPO

LONDRA – Con una lattina di Coca Light in mano, il suo carburante mattutino, e i cheeseburger che trangugia in fretta e furia, il fondatore della Microsoft ed ex uomo più ricco del mondo, Bill Gates, 61 anni il 28 ottobre, questa settimana era in visita a Parigi e a Londra per firmare degli accordi di cooperazione (in particolare con l’Agenzia francese per lo sviluppo) per conto della Fondazione Gates.

Nel corso di una conferenza sulla ricerca e l’innovazione ha annunciato una serie di iniziative nell’ambito della lotta contro le epidemie. Invita altri miliardari a seguire l’esempio suo, della moglie Melinda e dell’amico Warren Buffett, che da oltre quindici anni investono il grosso della loro fortuna, decine di miliardi di dollari, nella lotta contro la povertà e le malattie, come poliomielite, malaria o aids. Con ottimismo, enumera i progressi realizzati.

La sua azione nel campo degli aiuti allo sviluppo può dare una risposta alle sfide che deve affrontare attualmente l’Europa, come la crisi migratoria o il terrorismo?
Abbiamo scelto la salute come primo ambito di intervento della Fondazione Gates quando l’abbiamo creata nel 2000, perché è il modo migliore per incidere sullo sviluppo di una società.

Ci impegniamo per ridurre la malnutrizione o la mortalità infantile, sradicando le malattie infettive, promuovendo l’istruzione. Abbiamo contribuito a far scendere la mortalità infantile nel mondo sotto al 5 per cento, rispetto al 10 per cento del 1990: è quasi un miracolo.

E l’obbiettivo è di dimezzare ancora questa percentuale di qui al 2030. La crisi dei profughi ci ricorda che una tragedia localizzata può estendersi ad altri Paesi. Succede la stessa cosa con le malattie infettive come lo zika o l’ebola, che si diffondono per effetto del riscaldamento globale e dei progressi della mobilità internazionale e minacciano l’intero pianeta.

È triste dirlo, ma la crisi dei profughi siriani spinge la gente ad accorgersi delle difficili condizioni di vita nei Paesi poveri, e lo zika o l’ebola ci ricordano che malattie infettive come la malaria, l’aids e la tubercolosi sono sempre là. Fortunatamente, la scienza fa dei progressi incredibili.”

Lei si propone l’obbiettivo di sradicare la povertà estrema entro il 2030. Com’è realizzabile?
“L’Onu aveva fissato degli obbiettivi, detti Obbiettivi di sviluppo per il millennio, per il periodo dal 1990 al 2015; la prossima tappa è dal 2015 al 2030.

Noi partecipiamo a diversi aspetti di questi obbiettivi. La salute, che include la nutrizione, e l’agricoltura (raddoppiare la produttività dei coltivatori nei Paesi poveri in tutta l’Africa) sono delle leve fondamentali per lo sviluppo economico. Il mondo ha visto una riduzione su larga scala della povertà.

Uno degli obbiettivi del millennio era dimezzare la povertà, ed escludendo dal calcolo il grande contributo arrivato dallo sviluppo economico della Cina abbiamo registrato un calo del 40 per cento. Paesi come l’India, il Brasile o il Messico ormai sono Paesi a reddito medio. È un cambiamento considerevole: nel 1960 i Paesi a reddito medio non esistevano, il 15 per cento della popolazione mondiale viveva nei Paesi sviluppati e l’85 per cento nei Paesi poveri.

Oggi la maggior parte della popolazione mondiale vive in Paesi a reddito medio: i Paesi poveri ormai rappresentano soltanto il 25 per cento circa della popolazione mondiale e sono collocati principalmente in Africa e in certe parti dell’Asia. Certo, i più poveri fra questi, come la Repubblica Democratica del Congo o la Repubblica Centrafricana, non hanno molte possibilità di sradicare la povertà entro il 2030. La fine della povertà estrema nel 2030 non è un obbiettivo puro, ma un’aspirazione, in gran parte realizzabile.

La realtà è che i livelli di povertà stanno calando in modo molto significativo, ma il grande pubblico non è corrente di questa buona notizia. La gente crede che la situazione del pianeta sia molto peggiore di com’è.

Le difficoltà del Sudan, della Somalia, dello Yemen nascondono il miglioramento importante che sta vivendo tutta l’Africa: la Nigeria, che conosco molto bene, oggi è in una situazione assolutamente non comparabile a quella di dieci o vent’anni fa.”

Teme che l’ascesa dei populismi e dei nazionalismi nei Paesi occidentali possa mettere a rischio queste tendenze virtuose nello sviluppo internazionale?
“Assolutamente sì. La collaborazione internazionale per risolvere i problemi non è certo una priorità degli elettori. I cambiamenti sociali in atto nei Paesi occidentali, la percezione dei livelli di immigrazione e delle conseguenze economiche della globalizzazione spingono una parte delle persone a vedere il libero scambio come qualcosa che le danneggia.

Queste tendenze contribuiscono ad alimentare una chiusura in se stessi, più che un’apertura verso il mondo esterno. Sta ai leader politici dare una risposta, analizzando i fattori che si manifestano in ciascun Paese. Il Regno Unito ha portato i fondi destinati agli aiuti internazionali allo 0,7 per cento del Pil ed è diventato un modello da seguire per altri Governi.

Fa più notizia mettere in luce le disfunzioni nel modo di spendere questi fondi che riportare il numero di bambini che è stato possibile vaccinare a grazie a essi. Eppure è uno dei fattori che hanno permesso di ridurre in modo così significativo la mortalità infantile. Il fatto che qualcuno metta in discussione questi successi è una ragione di inquietudine per il finanziamento della ricerca, della distribuzione delle cure.”

Sul suo blog lei ha interpellato i candidati alla Casa Bianca sulla loro responsabilità nella promozione del progresso. Quale dei due rappresenta meglio i suoi obbiettivi, Hillary Clinton o Donald Trump?
“E indubbio che un candidato che sposa pienamente la visione di un ruolo importante per gli Stati Uniti nel quadro degli aiuti internazionali corrisponde meglio ai valori che io e mia moglie condividiamo.

Non dichiariamo esplicitamente per chi voteremo perché siamo legati alla Fondazione, che è apolitica. Abbiamo avuto modo di lavorare in perfetta intesa con le varie amministrazioni, da Clinton a Bush (l’amministrazione Bush è stata molto generosa sulla lotta all’aids e alla malaria) e ora con Obama.

Dunque, ci sforzeremo di lavorare meglio che possiamo insieme al vincitore, chiunque sia. Storicamente i due partiti, Democratici e Repubblicani, sono stati dei buoni partner. La nostra speranza è di non dover constatare una tendenza alla chiusura da parte di uno dei due.”

Il suo nome e quello di sua moglie Melinda sono stati citati in alcuni documenti pubblicati da WikiLeaks come possibili candidati alla vicepresidenza in tandem con Hillary Clinton. La politica potrebbe essere una vocazione per voi?
“Né io né mia moglie diventeremo mai dei politici. Lavoriamo a stretto contatto con numerosi Governi. Ci piace moltissimo il lavoro che facciamo alla Fondazione: è con questo lavoro che abbiamo maggiori possibilità di incidere.”

Nei vostri progetti di sviluppo mettete l’accento sul ruolo delle donne e delle ragazze. Che cosa potrebbe cambiare avere una donna a capo degli Stati Uniti?
“Sarebbe una buona cosa dimostrare che le donne possono accedere alle più alte cariche. Una donna alla Casa Bianca potrebbe rappresentare un modello. Sarebbe un grande progresso, ma non risolverebbe il problema che le donne sono maggiormente colpite dalla povertà.

Resta molto da fare per la parità tra uomini e donne, anche se queste disuguaglianze si riducono con lo sviluppo economico.

Noi mettiamo l’accento sulle donne in tutte le tappe della nostra strategia. Per esempio, insegnare alle donne ad allevare le galline garantisce benefici considerevoli in termini di apporto nutritivo per la famiglia, anche semplicemente con un uovo la settimana. Melinda è molto coinvolta su questi argomenti. Se verrà eletta Hillary, andremo a parlarle dell’importanza delle galline in Africa!”

Quali sono i risultati di cui va più fiero?
“Per la Fondazione, il nostro successo più grande probabilmente è la vaccinazione. Mettere a disposizione di tutti i bambini del mondo, che correvano il rischio di morire di polmonite o di diarrea, i vaccini disponibili nei Paesi avanzati è stato un grande passo avanti.

Ci siamo arrivati lavorando con i produttori, facendo abbassare i prezzi, raccogliendo fondi, cooperando con i Paesi per garantire una copertura più ampia per i bambini.

Tutto questo ha consentito di salvare più di 8 milioni di vite. La seconda cosa è il lavoro del Fondo mondiale per estirpare la polio. Non ci siamo ancora riusciti, ma non siamo lontani. E speriamo anche di riuscire a sconfiggere definitivamente la malaria.”

Quali sono, al contrario, le sfide sanitarie che ancora devono essere affrontate?
“Continua a non esserci un vaccino contro l’aids. Si spera sempre che ci si possa arrivare entro dieci anni, ma ogni volta la scadenza si sposta in avanti. Anche oggi dieci anni sono l’arco temporale più probabile. Ci sono quattro o cinque approcci scientifici in gara, è incoraggiante.

Ma non disporre di un vaccino oggi è una tragedia: la popolazione giovanile sta aumentando e rischiamo di assistere a una recrudescenza dei tassi di infezione in Africa. Passando ad altro, restano ancora dei passi avanti da fare nel campo della nutrizione.

Ci sono ancora cose che non sappiamo riguardo agli elementi essenziali per una buona alimentazione, un’alimentazione che consenta uno sviluppo fisico e mentale sano.

È molto importante, perché se da un lato è sicuramente un progresso il fatto che i bambini sopravvivano in Africa, dall’altro lato bisogna dire che più del 40 per cento di loro cresce con deficienze cerebrali a causa di malattie e carenze nutritive.”

Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, ha promesso 3 miliardi di dollari per sradicare la malattia e la povertà. Non è idealistico?
“Certamente, tutti questi obbiettivi assoluti sono idealistici. Ma si è dato tempo fino alla fine del secolo, perciò non ci resta che sperare che abbia ragione e che voi siate ancora qui per constatarlo. Quello che ha fatto è straordinario. È un impegno enorme. Alla sua età, io alla filantropia non pensavo proprio.”

E il cancro? La Microsoft parla di “risolvere il problema del cancro” entro dieci anni. Lei ci crede?
“Alla Fondazione Gates non ci occupiamo del cancro. Il ruolo di Microsoft è un partenariato per l’immagazzinamento e l’analisi di informazioni di sequenziamento. Hanno degli strumenti interessanti per dare una mano. Il progresso nella ricerca sul cancro è impressionante: gli strumenti digitali giocano un ruolo in questo, un ruolo modesto ma cruciale.

Forse non sconfiggeremo il cancro in dieci anni, ma nel medio termine probabilmente sì. Abbiamo la tendenza a sopravvalutare quello che si può realizzare nel breve termine e sottovalutare quello a cui si può arrivare nel medio termine. In generale, comunque, la ricerca medica sta vivendo un’età dell’oro. I miglioramenti sono fenomenali.”

E la sua abitudine di mangiare cheeseburger durante i pasti non è una minaccia per la salute?
Quando viaggio mangio la versione locale del cheeseburger piuttosto spesso, è vero. Ma a casa mangiamo hamburger una volta su venti, più o meno. Non è un’ossessione, è solo un modo semplice e rapido di nutrirmi quando sono in viaggio. Non sono un modello come regime alimentare! D’altronde dipende tutto dalla quantità di cibo che mangi e da quanto esercizio fisico fai. Io gioco a tennis, per esempio.

(traduzione di Fabio Galimberti)

Questa intervista, condotta a Londra da Florentin Collomp (Le Figaro), Miguel Jiménez (El País) e Eva Ladipo (Die Welt), è stata realizzata da Lena, l’alleanza editoriale di cui Repubblica fa parte insieme a Le Figaro, El País, Die Welt, Le Soir, Tribune de Genève e Tages Anzeiger. Copyright LENA, Leading European Newspaper Alliance

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