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Far West Honduras: gli attivisti eliminati e l’ombra degli Usa

di Roberta Zunini

«Assassinato da un commando il leader dei Campesinos. La lotta ambientalista contro il latifondo e le morti di regime». Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2016 (p.d.) Quando si incontra, anche se per poco, uno dei cosiddetti “giusti del mondo”, non è detto che lo si incontrerà una seconda volta.

Queste persone spesso vivono in Paesi solo apparentemente democratici e sono in costante pericolo di vita. Dell’incontro con uno di loro, José Angel Flores, a Tocoa, un villaggio dell’Honduras nel maggio scorso, mi rimarrà la sua simpatia, onestà, coraggio e un documento: “Questo documento è la prova che Juan Orlando Hernandez dopo essere diventato presidente della Repubblica due anni fa, ha smentito le promesse che ci aveva fatto quando era presidente del Parlamento”.Martedì scorso Flores, 62 anni, è stato ucciso da quattro uomini incappucciati che lo hanno crivellato di colpi mentre si trovava nella sua a bitazione con altre persone. Dopo una mattinata trascorsa in una sala congressi di Tocoa a spiegare a una delegazione di osservatori internazionali per i diritti umani le minacce subite dal MUCA, il Movimento Campesino Unificado dell’Aguan (una provincia del nord) che presiedeva, Flores mi aveva accompagnata a vedere le piantagioni di palma africana che lui e i suoi compagni rivendicano da anni. Nonostante fosse da tempo nel mirino e non avesse però alcuna scorta, José Angel continuava a criticare l’elite latifondista e mineraria protetta dal presidente della Repubblica e capo del governo conservatore di questo Paese centroamericano da sempre feudo Usa.

Un paese ricco di risorse naturali, ma con soli otto milioni di abitanti, precipitato in un vortice di violenza dal golpe del 2009. Prima del colpo di stato militare che destituì il presidente Manuel Zelaya, reo di aver stretto un patto economico con l’allora presidente venezuelano comunista Hugo Chavez, l’Honduras era il secondo stato più povero dell’America Latina ma non ancora il più violento come invece è diventato in questi 7 anni, secondo i dati Oms e a giudicare dallo spaventoso numero di morti ammazzati. Rapine, sequestri, regolamenti di conti tra bande di delinquenti comuni, di narcotrafficanti ma anche come esito delle lotte degli ambientalisti e dei campesinos contro lo strapotere delle multinazionali. Gli assassini di questi attivisti vanno ricercati spesso tra le file delle forze dell’ordine e dell’esercito come dimostra l’inchiesta sull’esecuzione nel marzo scorso della leader degli indigeni Lenca, Berta Caceres, premiata nel 2015 con la massima onorificenza internazionale per la protezione dell’ambiente.

Dall’intervento dei militari che rovesciò Zelaya, la povertà, bloccatasi con le riforme del presidente deposto, è ripresa a galoppare assieme alla violenza. Ciò che impressiona di questo paese è la quantità di uomini armati che difendono ogni negozio e locale come in un far west tropicale. Assieme alle armi dei vigilantes, si aggirano, portate a tracolla dei militari americani i mitragliatori d’assalto. In Honduras c’è la più grande base militare statunitense del Centro America, ed è proprio a pochi chilometri dall’abitazione di José Angel Flores. “Con il pretesto di investire qui, gli imprenditori stranieri chiedono in cambio una vera e propria autonomia, una cessione di fatto del territorio sovrano, che dà loro la possibilità di imporre un costo del lavoro ancora più basso e di sfruttare l’ambiente secondo le loro regole”, denunciava Flores. Una denuncia che aveva mosso al governo più volte anche la Caceres e gli altri cinque ambientalisti uccisi quest’anno. Nel Comitato For the Application of Best Practices, l’organo che deve regolare queste Zone, figurano anche Michael Reagan, uno dei figli del defunto presidente degli States, Mark Skousen, ex analista economico della Cia, Mark Klugmann, autore dei discorsi di Reagan e Bush padre.

Pochi giorni fa il regista Oliver Stone ha ricordato il ruolo degli Usa dietro al colpo di stato che ha sferrato il colpo di grazia all’Honduras da dove transita l’80% della cocaina che entra negli Usa. “Ovunque siamo andati abbiamo fatto danni, come recentemente in Honduras, dove Hillary Clinton, nel 2009 segretario di Stato, ha responsabilità nella cacciata di Zelaya da parte dei militari”. Al contrario di Obama, la probabile prima donna a diventare presidente degli Usa nega ancora che si trattò di un golpe. “Non capisco perché ancora non ammette, come hanno fatto Obama, l’Onu e il resto del mondo, che quello avvenuto è stato un golpe”, ha detto al Fatto l’ex presidente Zelaya.

Sorgente: Far West Honduras: gli attivisti eliminati e l’ombra degli Usa – Ancora Fischia il Vento

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