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 Croci spezzate, sagrestia incendiata: dentro la chiesa di Bartella violata dall’Isis

furia-jihadista

Le forze speciali irachene hanno strappato al califfato Bartella, paese a maggioranza cristiana

Spezzate le croci, quella sul campanile, sul tetto della basilica, ma anche quelle sulle lapidi dell’antico cimitero e soprattutto all’interno, nelle cappelle, sull’altare, sul tabernacolo. Bruciata la palazzina di due piani che ospitava le aule del catechismo e la piccola scuola parrocchiale. Decapitata la statua nel cortile di uno dei fondatori della chiesa ortodosso-siriaca locale, come del resto decapitate e profanate sono quelle dei santi nelle nicchie all’interno. Uno dei vescovi morto alcuni decenni fa era sepolto sotto il pavimento presso il portone. I suoi resti sono stati tirati fuori e ora si intravedono in un sudario scuro. Nel cortile tutto attorno s’incontrano rottami, resti di bivacchi, una Madonna stilizzata in ferro scolpito spezzata e usata come cancello.

Memorie ferite

«Ciò che più mi fa male è trovare tutti questi cimeli e testimonianze di secoli di storia religiosa tanto brutalmente violati. Le pietre, il cemento, gli infissi, persino la struttura della basilica e il campanile alla fine si riparano. Ci vorrà tempo. Un anno, due anni, ma troveremo il modo per rimettere tutto a posto. Ciò che invece non si ripara sono le nostre memorie ferite, i libri bruciati e strappati, una tradizione millenaria che rischia di perdersi in tanta violenza», dice padre Thabat Paolo Mekko, caldeo, che ieri ci ha accompagnato a visitare Bartella, la cittadina cristiana della piana di Mosul presa dall’Isis nel 2014 e ora liberata dai corpi scelti delle truppe irachene.

Ringraziamenti e accuse

Anche per lui è stata una sorpresa. Le decine di migliaia di cristiani fuggiti a Erbil sotto la protezione della regione autonoma curda non hanno alcuna idea di cosa sia avvenuto alle loro case e chiese. E ieri padre Mekko è stato ben felice di unirsi a noi per un viaggio esplorativo. Lui si è mosso però guardando costantemente verso Karamlis, il suo villaggio natale a sei o sette chilometri da Bartella. Una colonna di fumo nero si librava nel cielo. «Non capisco bene cosa sia. La nostra chiesa maggiore sembra intatta. Mi pare però abbiano incendiato il monastero armeno», diceva inquieto. Ai posti di blocco dell’esercito iracheno i cristiani salutano riconoscenti i soldati. Sebbene si sentano in debito con i combattenti curdi che li hanno accolti e difesi contro l’Isis, i cristiani li accusano anche di essere fuggiti troppo in fretta, abbandonandoli in molti casi alla mercé dei jihadisti.

Zona minata

La sorpresa più amara arriva però entrando nella basilica dedicata alla Martire Shmoni, un edificio ben proporzionato, restaurato più volte, le cui origini risalgono alle notte dei tempi. Tutto attorno i quartieri di Bartella appaiono vuoti, saccheggiati. Padre Paolo varca il portone sfondato della basilica con un attimo d’esitazione. «Mio Dio guardate che rovina!», esclama guardando al caos delle panche accatastate e spezzate. La tastiera dell’organo è sul pavimento in frantumi. La porticciola laterale che immette nel vecchio cimitero parrocchiale è stata sbarrata. I soldati di guardia impediscono di oltrepassarla. «L’intera zona è stata minata dall’Isis. E c’è il rischio di cecchini appostati poco lontano. Poco fa qualcuno di noi ha suonato la campana che ancora sta appesa al campanile. E da allora hanno sparato alcuni colpi di mortaio nella nostra direzione», dice uno di loro. Sull’altare si notano segni di incendi. Come se avessero provato ad appiccare il fuoco, ma poi la fiamme si fossero estinte da sole. Qualcuno ha appeso un drappo di velluto rosso con i simboli della chiesa assira a coprire i danni del tabernacolo devastato. Gli spessi tappeti a terra sono coperti di sterco di piccione. «Qui la devastazione è avvenuta subito all’arrivo dell’Isis. Poi la chiesa è stata abbandonata. Così gli uccelli sono entrati dalle finestre infrante e hanno nidificato», osserva il prelato. Ci sono altre cinque chiese e un monastero nella cerchia urbana. E nessuno crede che alcuno degli edifici sia stato risparmiato. Lui raccoglie alcuni antichi libroni trovati aperti sul pavimento. Sono scritti in aramaico e siriaco, decorati sui bordi. Non hanno figure umane, forse per questo sono stati risparmiati

Sorgente: Corriere della Sera

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