Roma, 22 ottobre 2016 – Un dato per tutti. Nel 1947, mentre a Montecitorio era in discussione l’articolo 69 della Costituzione, sullo stipendio dei parlamentari, Pietro Calamandrei esortò così l’Aula: «Onorevoli colleghi, l’opinione pubblica non ha in questo momento molta simpatia e fiducia per i deputati. Vi è la convinzione diffusa che molte volte l’esercizio del mandato parlamentare possa servire a mascherare il soddisfacimento di interessi personali e diventi un affare, una professione, un mestiere».

Da allora, la diffidenza dei cittadini verso la politica è aumentata di pari passo con lo stipendio dei parlamentari.

Il paradosso vuole che all’epoca lo stipendio da padre costituente fosse più o meno quello che guadagna un precario oggi, 25mila lire al mese, circa 800 euro. Più un gettone di presenza da mille lire al giorno (30 euro), ma solo quando le commissioni si riunivano in giorni differenti rispetto all’Aula.

Oggi, oltre ad incassare la retribuzione dovuta, deputati e senatori s’ingegnano pure sul come ‘arrotondare’ lo stipendio. Trucchi e furbizie che i vecchi parlamentari hanno ‘tramandato’ ai giovani; da una parte si taglia, dall’altra ci si rientra.

Ecco che, dunque, i parlamentari si fanno rimborsare dai gruppi politici di appartenenza i viaggi ‘in missione’ nonostante siano in possesso di una tessera commissione, per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima e aerea per i tragitti all’interno dei confini nazionali.

Oppure risultano presenti in Aula in modo da incassare il relativo gettone, solo grazie all’amico deputato a cui passano il tesserino per votare al momento opportuno. Insomma, un po’ come quelli che timbrano il cartellino al posto di un altro, salvo che i parlamentari non si possono licenziare.

Si lucra, poi, sui rimborsi spese nelle campagne elettorali, dove i gruppi parlamentari foraggiano, in pratica senza grandi controlli, quello che i loro eletti spendono sul territorio, fiumi di denaro senza neppure l’obbligo, talvolta, della ricevuta.

E dire che chi siede su uno scranno parlamentare riceve un’indennità mensile, cioè uno stipendio, pari a 5.100,51 euro, corrisposto per 12 mensilità, al netto delle ritenute previdenziali (pari a 735,30 euro) e assistenziali (493,86 euro), della quota contributiva per l’assegno vitalizio (943,82 euro) e della ritenuta fiscale (3.701,17 euro).

Come rimborso spese di soggiorno a Roma, viene versata ai parlamentari (tutti, anche ai residenti nella Capitale) una diaria di 4.003,11 euro al mese. La somma viene, però, ridotta di 206,58 al giorno se il deputato è assente nelle sedute con votazioni (che avvengono con sistema elettronico) all’ordine del giorno.

Non è finita. Per le spese di retribuzione dei collaboratori e per quelle legate allo svolgimento del proprio mandato parlamentare, viene riconosciuto un rimborso forfettario di 4.028,36 euro, che viene erogato dal gruppo parlamentare.

Infine, tessera viaggio, telefono rimborsato (3mila euro), assistenza sanitria e assegno di fine mandato. In più, al 65esimo anno di età, il parlamentare riceverà l’80% dell’indennità rispetto agli anni passati nelle Camere con almeno una legislatura conclusa. Un vero miraggio per i comuni mortali.

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