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E se il sindacato si facesse partito?

di Alberto Giovagnoni (Ciuenlai), per lo speciale di facciamosinistra! 
E se il sindacato si facesse partito? Dopo la certificazione del fallimento storico della bolognina l’unica soluzione per la ricostruzione, nel breve, di una sinistra di massa, può essere l’inversione (provvisoria) dei ruoli tra partito e sindacato?L’emblema della sconfitta storica della sinistra italiane è stata l’ultima Direzione nazionale del Pd nella quale la minoranza Pd ha tentato disperatamente di ricavarsi un ruolo, che non ha più e che nessuno (direi giustamente) le riconosce. Gli altri lo sanno e si comportano di conseguenza. E’ venuta fuori l’impotenza di chi ha scoperto, ormai definitivamente, che quelli che erano gli avversari di un tempo sono i padroni del partito di adesso.
Stupide regole suicide che hanno permesso ad ex miei amici del Fuan, vicini di casa della destra cattolica, e a tante persone di cultura anticomunista di votare ed eleggere Renzi Segretario del Pd. Forse per la prima volta hanno capito chiaramente che il loro partito ha subito un’ Opa della destra, come si fa in borsa nelle grandi imprese traballanti. Un’Opa che è riuscita perchè è stata messa in campo nel momento giusto. Quello in cui il vecchio gruppo dirigente, che ha costruito il percorso del dopo Pci ,viveva una situazione drammatica di impopolarità sia nel paese che nel partito. E’ stata la certificazione del fallimento della strategia, o meglio della tattica, perchè c’è stata solo quella, dei giovani ex Pci del dopo Bolognina. La ricerca spasmodica dell’allargamento a destra dei confini della sinistra ha trovato il suo epilogo. La destra ha sostituito la sinistra nel governo del partito. Si è partiti con i progressisti, si è passati al centrosinistra, la cosa Due, l”Ulivo e poi il Pd con la costruzione di assurde ammucchiate che non potevano che portare ad una sconfitta certa e alla perdita dei valori fondativi di questa parte. Man mano che questo processo avanzava, avanzava anche la componente moderata all’interno dello schieramento. Ma fino a che i partiti sono rimasti separati la cosa non è emersa in maniera dirompente. Il Pds e i Ds avevano mantenuto un minimo di rapporto di .con le masse popolari. 700 mila iscritti, un sindacato ancora forte, presenze accettabili sul territorio con iniziative politiche diradatesi, ma pur sempre in campo. Poi la svolta. Con L’Ulivo e le liste unitarie si è iniziato a mettere in pensione quelle concezioni e quei valori. Si è affermato quello che che hanno chiamato il “partito liquido”. In realtà di liquido c’è poco perchè il solido resta ed composto da correnti, gruppi, capi bastone, leader e leaderini. Una strutturazione di stampo individualistico nella quale gli eredi della cultura del “Comitato centrale” sono stati facilmente sopraffatti. Perchè? Perchè non la conoscevano. E così, sempre più velocemente, sono stati sostituiti da quelli che, una volta erano stati i loro avversari. Quel tipo di organizzazione l’avevano inventa loro e non si può andare “a rubare in casa dei ladri”. Risultato ? Guardate chi comanda adesso nel Pd.: Renzi ex Dc, Del Rio ex Dc, Guerini ex Dc, Elena Boschi ex Dc, Franceschini ex Dc, Rosati ex Dc, Lotti che è sempre di quella razza. E gli ex Pci? Spazzati via e divisi in due grandi famiglie. Quella che si accontenta delle briciole che gli lasciano i nuovi padroni ( i giovani turchi e i vecchi opportunisti come Fassino, Finocchiaro e Violante) e quella che sogna di riprendersi tutto ma si accontenterebbe anche di molto meno, pur di restare in gioco (Bersaniani e compagnia). Chi pensa di ricostruire la sinistra partendo da questi più le schegge impazzite della ex sinistra radicale, ha sbagliato indirizzo. La ricostruzione passa per un processo lungo di riaggregazione e riorganizzazione delle forze, oggi silenti e disperse, che ancora esistono uniti a qualcosa di nuovo che faticosamente si sta muovendo nella società. Questi possono dare una mano, ma evitando di fare i protagonisti. Però ci sarebbe anche una via più breve, quella di ribaltare i ruoli tra partito e associazioni di massa. Nella simbologia ufficiale della sinistra il partito è al centro e tutto il resto della galassia gli ruota intorno. Questa cosa non è più vera da molto tempo. Lo strappo è stato certificato nel corso della famosa manifestazione dei 3 milioni. Quel giorno il leader del movimento era il capo del sindacato, mentre quello del partito(Fassino) riceveva i suoi meritati fischi. Bastava che Cofferati accettasse di dirigere il famoso correntone e la storia avrebbe avuto un altro corso. Invece il “Cinese” si eclissò misteriosamente, permettendo a Fassino di vincere il congresso dei Ds e riprendere a strada “dell’ aggiungi un dc a tavola” di dalemiana memoria. Tutta questo ha certo inquinato anche il sindacato. Ma essendo ancora uno strumento di massa può, come ha cercato di dire Landini, “farsi partito”. Certo non direttamente ma favorendo l’aggregazione di forze nuove verso un nuovo soggetto politico della sinistra. Chiamatela coalizione sociale, chiamatela come volete, ma l’unica scorciatoia è questa. Se no è roba per i nostri nipoti e forse per i nostri pronipoti a cui auguro di riuscire dove noi abbiamo fallito.
Alberto Giovagnoni è un decano del giornalismo. È stato un dirigente del Pci umbro, per undici anni ha lavorato alla redazione de l’Unità. Ha collaborato anche alla Gazzetta del Popolo. È stato il primo direttore di Umbria Tv e per 21 anni il Capo Ufficio Stampa della Provincia di Perugia. Pensionato, continua a coltivare la sua grande passione per il giornalismo curando editoriali per il web magazine Umbrialeft e firmando interventi e corsivi caustici qui e là. Cura una seguitissima blog page su Facebook, Amici di Ciuenlai, proprio il nickname con cui è notissimo negli ambienti della sinistra militante. 

Sorgente: facciamosinistra!: E se il sindacato si facesse partito?

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