.
Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

.

Perché non ci possono essere una Syriza o un Podemos italiani | VICE | Italia

vice.com – Perché non ci possono essere una Syriza o un Podemos italiani –   Di  Leonardo Bianchi   News Editor

.

Similmente a quanto era accaduto dopo la vittoria di Syriza alle ultime elezioni politiche in Grecia, anche il risultato delle amministrative in Spagna—che ha visto l’affermazione di diverse liste appoggiate da Podemos e registrato la crisi, forse irreversibile, del bipartitismo spagnolo—è stata un’occasione per la politica italiana di intestarsi in ogni modo possibile le vittorie altrui.

Il discorso di Alexis Tsipras dopo la vittoria alle elezioni di gennaio 2015. Foto di Dimitris Michalakis.

.

A partire da Matteo Renzi fino ad arrivare a Matteo Salvini, le reazioni si sono concentrate sul fatto che “l’Europa deve cambiare” e che il voto spagnolo è “una boccata d’ossigeno per l’Europa dei popoli,” oltre al fatto che in molti credono di essere diventati Pablo Iglesias e si sono sentiti in dovere di fare tweet del genere.

Grab via.

Al di là di imbarazzanti prese di posizione, l’ascesa di queste formazioni della nuova sinistra europea evidenzia ancora di più l’assenza di equivalenti credibili in Italia. E infatti, le domande che aleggiano sulla scena politica non possono che essere queste: che fine ha fatto la sinistra radicale? Davvero i modelli di Syriza e Podemos sono replicabili nel nostro paese?

Per cercare di rispondere a queste domande, è utile rintracciare l’origine del successo di queste due formazioni politiche. Pur essendo nati in maniera molto diversa, un punto incontestabile è che sia Syriza e che Podemos sono esplosi dopo i fortissimi conflitti sociali anti-austerity del periodo 2010-2012 (il 15-M in Spagna e piazza Syntagma ad ), riuscendo a capitalizzare l’esperienza di quei movimenti—un’esperienza che non è rimasta cristalizzata nelle piazze ma è proseguita in modo diffuso nelle città, nei quartieri e negli spazi sociali.

A ben vedere, però, Syriza ha iniziato a diventare un soggetto politico rilevante anche prima, ossia durante la rivolta di Atene del dicembre 2008. Non è assolutamente un caso che molti militanti del partito siano ragazzi politicizzatisi dopo l’omicidio del 15enne Alexis Grigoropoulos, e che di conseguenza la questione generazionale abbia giocato un ruolo decisivo nell’affermazione dello scorso gennaio.

Il nostro documentario sulle proteste di Atene.

Dopo aver sfiorato la vittoria nel 2012, inoltre, la coalizione guidata da Tsipras ha rinsaldato la propria struttura (rimanendo comunque una formazione attraversata da molte anime), spinto sull’appoggio alle pratiche di auto-organizzazione dei cittadini e affinato la sua proposta politica ed economica. Nel frattempo, in seguito alla nascita di Podemos nel gennaio del 2014, l’alleanza tra i due partiti è diventata sempre più forte, fino a culminare a piazza Omonia il 22 gennaio 2015, quando Iglesias è salito sul palco del comizio finale di Tsipras. Alcuni commentatori, nel segnalare il consolidamento di questo nuovo asse politico europeo, hanno anche coniato il termine Tsiglesias.
Grab via.

Oltre all’indubbio carisma e alla capacità comunicativa (soprattutto di Iglesias), c’è un tratto che accomuna i due leader: a un certo punto del loro percorso politico, entrambi hanno avuto a che fare con l’Italia e con i movimenti della sinistra radicale italiana. Iglesias ha fatto l’Erasmus a Bologna, ha partecipato al G8 di Genova e ha scritto la tesi sulle Tute Bianche e sui Disobbedienti.

Tsipras, invece, non è mai riuscito ad arrivare a Genova: venne fermato ad Ancona e respinto dalla polizia insieme ad altri compagni di partito, beccandosi pure qualche manganellata. Sempre con riferimento al G8 e al movimento no-global, Tsipras poi dichiarerà: “Con Genova abbiamo capito che l’eurocomunismo dei partiti andava superato, che la società e i movimenti erano più importanti.”

Semplificando al massimo, il ragionamento di Tsipras e compagni è abbastanza simile a quello fatto del gruppo dirigente di Podemos. Formatosi principalmente all’università Complutense di Madrid, questo gruppo di docenti e sociologi—di sinistra, con esperienze nei movimenti ed esperti della rivoluzione bolivariana in America Latina—ha intuito che nel contesto della crisi spagnola c’era lo spazio politico per fondare un partito dal basso che fosse capace di dare uno sbocco alle istanze dei movimenti cittadini e a porsi come alternativa alla corruzione delle élite (la “casta”) che hanno governato la Spagna post-franchista.

In questo senso, l’affermazione elettorale di Ada Colau e della lista civica Barcelona en Comú—nata dalla confluenza di diversi progetti politici, sostenuta da Podemos e altri partiti di sinistra come Izquierda Unida—è particolarmente emblematica. Il nuovo sindaco è un’attivista di lungo corso che, tra le altre cose, ha studiato a Milano ed è stata la portavoce di Pah ( Plataforma de Afectados por la Hipoteca ), movimento per il diritto alla casa che occupando, protestando e opponendosi agli sfratti, in questi anni ha proposto una risposta dal basso alla drammatica emergenza abitativa spagnola, esplosa con lo scoppio di una bolla speculativa senza precedenti.

video

Più in generale, comunque, le elezioni spagnole del 24 maggio—come ha scritto il ricercatore Steven Forti su MicroMega—testimoniano cheil movimento del 15-M non ha allontanato la gente dalla politica, ma, proprio al contrario, la ha avvicinata, responsabilizzandola e rendendola protagonista della res publica.” Insomma, “solo ora, a quattro anni di distanza dall’occupazione delle piazze spagnole, possiamo renderci conto dell’importanza del movimento del 15-M.”

Ed è esattamente nell’eredità di questi movimenti di massa e nell’esito di determinati processi politici che c’è, a mio avviso, il principale punto di divergenza con la situazione italiana. Qui, infatti, non si è mai verificato nulla di lontanamente paragonabile a quanto successo a Syntagma o a Puerta del Sol. Di conseguenza, non c’è alcun patrimonio politico da cui attingere, né un processo sociale equiparabile che possa portare alla nascita di una Syriza o di un Podemos italiani.

A ben vedere, però, lo stato di minorità in cui è piombato la sinistra radicale in Italia è iniziato ben prima e—senza andare indietro fino al G8 di Genova e allo choc post-traumatico che ne è scaturito—è stato il risultato di tappe, scelte e fallimenti ben precisi.

Se dovessi scegliere una data da cui far partire il tutto, prenderei le elezioni anticipate del 2008: è in quella tornata che la Sinistra Arcobaleno (una lista elettorale che riuniva vari partiti della sinistra radicale italiana) raccoglie appena il 3 percento dei voti e rimane fuori dal Parlamento. Da quel momento in poi inizia una lunga serie di tentativi di riaggregazione e superamento di quel disastro.

Il 2011 sembrerebbe essere l’anno buono—o almeno, un anno in cui si può trovare abbastanza fermento in una area politica vasta, delusa e non rappresentata in Parlamento. A febbraio c’è la manifestazione Se non ora quando?, che riempie piazza del Popolo a Roma e altre piazze in giro per l’Italia; a giugno si tengono i referendum abrogativi su acqua, nucleare e legittimo impedimento, che registrano una grande partecipazione e la netta vittoria del sì; a Napoli e Milano vincono i sindaci “arancioni” Luigi De Magistris e Giuliano Pisapia; Nichi Vendola sembra addirittura sul punto di conquistare la leadership del centrosinistra; e il 15 ottobre, sempre a Roma, c’è una manifestazione oceanica che finisce in pesanti scontri con la polizia.

Alla fine dell’anno, inoltre, Berlusconi crolla sotto il peso della crisi finanziaria e si apre la stagione dei governi tecnico-emergenziali, che implementano una serie di misure di austerità. Le condizioni per costruire una forta opposizione sociale, in teoria, ci sarebbero. Eppure, nulla di tutto ciò avviene negli anni successivi. Vendola fallisce la scalata e finisce nell’oblio politico, le rivoluzioni arancioni falliscono miseramente, le piazze si svuotano e il MoVimento 5 Stelle inizia a occupare (simbolicamente ed elettoralmente) lo spazio anti-casta e anti-sistema.


Foto di Federico Tribbioli.

Alle elezioni politiche del 2013, che vedono appunto la consacrazione del M5S, si consuma l’ennesimo dramma: Sel prende il 3.2 percento alla Camera e il 2.9 al Senato; e Rivoluzione Civile—un imbarazzante contenitore elettorale guidato dall’ex magistrato Antonio Ingroia, architettato secondo una logica di pura spartizione degna del peggior manuale Cencelli—si ferma al 2.2 percento alla Camera.

In mancanza di idee forti, leader e uomini, il tentativo di fondere a freddo la “società civile” e ciò che rimane dei partiti di sinistra viene riproposto alle europee del 2014 con la lista L’Altra Europa con Tsipras. Fin dalle prime battute—tra furiose liti interne, culi che sono “volani” e l’ endorsement di Andrea Scanzi—appare chiarissimo il problema principale della lista: mettere il nome del leader greco nel simbolo elettorale non basta a rendere serio un progetto nato con le premesse sbagliate.

E infatti, nonostante riesca ad eleggere tre eurodeputati superando miracolosamente la soglia del 4 percento, la Lista Tsipras si sfalda immediatamente dopo le elezioni. Il colpo di grazia arriva con la famosa lettera di Barbara Spinelli da Parigi, in cui la scrittrice tradisce le promesse pre-elettorali e annuncia la non rinuncia al seggio. Una volta approdata all’Europarlamento, la Spinelli decide di completare l’opera di demolizione lasciando la lista e dicendo contestualmente di non voler contribuire “a un’ennesima atomizzazione della sinistra.”

Festeggiamenti per la vittoria di Tsipras.Foto di Dimitris Michalakis.

Attualmente, della Lista Tsipras rimangono un paio di bandiere arrotolate e degli spot che sembrano già vecchi di qualche decennio; e il resto della sinistra italiana, intanto, sta confusamente cercando di ricreare modelli vagamente simili a quelli di Syriza e/o Podemos.

Nei giorni successivi al voto in Grecia, in Italia si comincia (o si ritorna, a seconda dei punti di vista) a parlare di una fantomatica Cosa rossa, ossia di una coalizione in grado di raccogliere “tutte le anime della sinistra italiana che non si riconoscono in Matteo Renzi.” Il giurista Stefano Rodotà, che ha aperto il “cantiere,” avverte però che “rigenerare la sinistra con un trapianto è molto difficile.”

Qualche settimana dopo, in una sconsolata intervista sull‘Espresso, lo stesso Rodotà dice che in Italia manca una vera “coalizione sociale” come Syriza, principalmente perché si assiste “alla strada già fallimentare” della “sommatoria di dirigenti di partito,” un “gioco di oligarchie” che è “all’origine di tutte le sconfitte degli ultimi anni.”

Tutto giusto, se non fosse che la “Coalizione Sociale” lanciata dal segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che verrà presentata a Roma il prossimo 6-7 giugno, assomiglia esattamente a questo: un “trapianto” di un modello straniero la cui reale portata, al di là delle buone intenzioni e delle belle parole sulla necessità di arrivare a “forme nuove di par­te­ci­pa­zione,” è a dir poco incerta e nebulosa.

All’iniziativa di Landini, tra l’altro, si affiancano altri progetti e sigle. L’ultima in ordine cronologico è quella di Pippo Civati, che a partire dal nome—l’anemico Possibile—si ispira palesemente a Podemos. Solo che, a partire da un logo che ricorda un cartello stradale, anche questa nuova creatura non sembra esattamente in grado di rivoluzionare la politica italiana.

Maurizio Landini insieme a Alexis Tsipras e Pablo Iglesias. Foto via.

Qualcosa si muove, insomma, ma sembra tutto calato dall’alto. E senza avere un legame con lotte sociali e movimenti (come quello per il diritto alla casa, ad esempio), nonché riflessioni e proposte valide su come dare una rappresentanza al ” Quinto Stato“—elementi fondamentali nella costruzione del consenso di Syriza e Podemos—è evidente che l’impatto di questi progetti sarà nullo, e si tradurrà unicamente nell’ennesima replica del serial “La Sinistra Italiana Analizza La Sua Disfatta.”

A questo punto, viste le premesse, torno alla domanda iniziale: è possibile replicare e trasportare in toto, quasi come fosse un franchising, un format politico alla Syriza-Podemos? La risposta, in fondo, è piuttosto semplice: no.

L’hanno spiegato Carolina Bescansa e Pablo Iglesias di Podemos ad Alessandro Gilioli: la prima ha detto che la sinistra radicale italiana “è rimasta ideologica e identitaria, quindi ha perso la connessione emotiva con i cittadini”; il secondo ha affermato che “la strada non è mai quella di ripetere le esperienze di altri paesi.”

Nel febbraio del 2014, mentre parlava alla platea del Teatro Valle occupato, Alexis Tsipras aveva ribadito ancora una volta quanto per lui e Syriza fosse fondamentale il patrimonio culturale dei comunisti italiani e della sinistra No Global, aggiungendo anche che “nessuno è profeta in patria. Invece di autofustigarvi prendete le cose positive, andate avanti.”

A distanza di più di un anno dai consigli di Tsipras, la sensazione è che il percorso politico della sinistra italiana sia inesorabilmente votato all’autoflagellazione—o al massimo, a prendere il primo volo low-cost diretto ad Atene per avere la possibilità di cantare “Bella ciao” nelle piazze di un altro paese.

Thumbnail via Flickr. Segui Leonardo su Twitter: @captblicero

.

Sorgente: Perché non ci possono essere una Syriza o un Podemos italiani | VICE | Italia

Spread the love
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

.