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La mezza patacca dei Premi Nobel che consigliano di uscire dall’Euro

di Guido Iodice – Esisterebbero 7 Premi Nobel per l’economia che spingono per l’uscita dall’Euro. O almeno così sembrerebbe da quello che si legge in rete e dagli inviti di Matteo Salvini a cercare su Google “Nobel euro patacca”. Ed invece…

 

«Prima se ne esce e meglio è. Oramai sono diventati 5 i premi Nobel che lo sostengono insieme a noi». Così si è espresso, riferendosi all’euro, il segretario della Lega Matteo Salvini il 12 dicembre scorso, aggiornando successivamente il numero di Nobel che, stando alle ultime ricerche, ammonterebbero ora a sette. Ma come stanno precisamente le cose? La fonte di Salvini è molto probabilmente il sito web scenarieconomici.it che, in questo articolo, riassume le posizioni critiche sull’euro di sette Nobel per l’economia. A parte un caso (molto particolare, come vedremo), nessuno di questi pronuncia le fatidiche parole «uscite dall’euro ora», come piacerebbe ai più decisi noeuro padani. Gli economisti in questione criticano apertamente la moneta unica, tuttavia ben si guardano dal suggerire esplicitamente l’uscita di un grande paese dall’eurozona. Ma procediamo con ordine.

uscire dall'euro premi nobel

PAUL KRUGMAN – Nobel nel 2008, Krugman è un esperto di economia internazionale e caustico editorialista del New York Times. Pur avendo suggerito a Cipro l’uscita immediata dall’eurozona, non ha fatto altrettanto per i paesi più grandi come Italia e Spagna. Nel pezzo richiamato da scenarieconomici.it, al contrario, propende per l’idea di una reflazione in Germania che aiuti il riequilibrio dell’eurozona. E aggiunge che se la BCE prenderà i provvedimenti giusti, per quanto fragile finché non si creerà una garanzia bancaria europea, l’euro potrà sopravvivere. L’Europa è «un continente produttivo e dinamico.

 

Ha soltanto sbagliato a scegliersi la propria governance e le sue istituzioni di controllo economico, ma – aggiunge Krugman – a questo si può sicuramente porre rimedio» poiché è importante salvare il progetto politico europeo, altrimenti «il fallimento del più grande progetto della storia […] innescherebbe insurrezioni populiste e nazionaliste». Insomma, Krugman appare più che altro un professore estremamente irritato con i propri studenti, non certo un istigatore di scelte improvvisate. Difficile immaginarlo poi a fianco di Salvini o di Marie Le Pen in nome della lotta all’euro.

 

MILTON FRIEDMAN – L’economista padre del monetarismo moderno era un nemico giurato dei tassi di cambio fissi. L’originale argomentazione friedmaniana, che ha dato origine al dibattito sulle aree valutarie ottimali, risale al 1953 e nei suoi termini essenziali è estremamente semplice: poiché è impossibile coordinare le economie di paesi molto differenti, i prezzi delle merci tenderanno a divergere ed è quindi necessario lasciare che il tasso di cambio fluttui liberamente per compensare. È molto più semplice allora cambiare un solo prezzo (quella della propria valuta in termini di valute estere) che le migliaia e migliaia di prezzi delle singole merci.

 

Friedman arguiva ciò in riferimento al sistema di Bretton Woods, che invece funzionò piuttosto bene (sotto la sua egida si ebbero i “30 gloriosi” anni di sviluppo dell’Occidente, senza nessuna grave crisi) finché gli USA di Nixon non decisero che per gli interessi americani era meglio lasciarlo morire. Parlando dell’euro, Friedman si scagliava contro il potere della politica e della BCE sul mercato e, contraddittoriamente rispetto alla sua stessa posizione del 1953, arrivava a sostenere che l’Europa doveva tornare al Gold Standard, pur di evitare il rischio che le istituzioni europee mettessero bocca nel libero mercato. Se siete confusi da tale stridente contraddizione non è colpa vostra. Il problema di intruppare Friedman al proprio fianco tuttavia è più banale: il grande Milton è morto nel 2006 e nessuno può dire se oggi suggerirebbe ai paesi in crisi di lasciare l’eurozona o di pervenire a qualche forma di accordo con la Germania e i paesi del “centro”.

euro nobel patacca 1

JAMES TOBIN – Possiamo dire che Tobin è l’anti-Friedman. Convintamente keynesiano, inventore della cosiddetta “Tobin tax”, critico del monetarismo e, ovviamente, critico dell’euro e della BCE, in cui vedeva, non senza ragioni, l’incarnazione delle idee monetariste di Friedman (che però, come abbiamo detto, era contrario all’euro) in particolare riguardo il controllo della quantità di moneta da parte di una banca centrale sin troppo indipendente.

 

Tobin è morto nel 2002 e, come nel caso di Friedman, è complicato attribuirgli una precisa idea sul da farsi oggi.

uscire dall'euro premi nobel 2

JOSEPH STIGLITZ – Intelligentissimo fustigatore del neoliberismo e per questo beniamino della sinistra, nell’ultima visita al nostro paese spiegò a Mario Monti il teorema di Haavelmo, che qualsiasi studente del primo anno di economia dovrebbe conoscere.

 

Alle sue parole il Professor Monti strabuzzò gli occhi come se non ne avesse mai sentito parlare. Joe Stiglitz è uno dei più importanti economisti di scuola keynesiana e un feroce critico dell’euro, tanto da arrivare a sostenere che «questa crisi, questo disastro, è artificiale e ha quattro lettere: euro». Ma neanche Stiglitz pensa che l’uscita di un paese periferico dall’eurozona sia la strada da perseguire. Semmai il risultato doloroso del disastro stesso. Recentemente Stiglitz ha proposto una roadmap per salvare l’euro, avvertendo che, se non dovesse essere realizzata, l’Europa sarà costretta ad abbandonare la moneta unica pur di salvare il progetto politico.

 

Ma, ancora, neanche Stiglitz propone ai paesi periferici di fare i bagagli e andarsene il prima possibile. Semmai, con Soros, propugna l’ipotesi, molto differente, di un’uscita della Germania: «Sarebbe molto meglio per l’euro se fosse la Germania a lasciarlo, perché le conseguenze della ristrutturazione del debito se la Grecia, il Portogallo o l’Irlanda dovessero abbandonare [l’euro] sarebbero molto grandi.» Se ci fosse un consenso sugli eurobond, e visto che la Germania è contraria, questo potrebbe essere un buon modo di risolvere il problema: «Allora sarà la Germania che dovrà abbandonare», spiega Stiglitz. Come dire: «Cari francesi, italiani, portoghesi e greci cercate di spingere la Merkel ad andarsene per prima».

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AMARTYA SEN – Qualcuno lo definisce l’Adam Smith dei nostri tempi. Economista ma anche filosofo. Sen, indiano, premio Nobel nel 1998, pensa che l’euro sia stata un’idea orribile e ancor più orribile sia stata la strategia per affrontare la sua crisi, a colpi di tagli allo stato sociale e austerità. Sen punta anche il dito contro la Germania e rimprovera agli altri paesi di non protestare abbastanza. Ma, di fronte alla prospettiva di una rottura dell’eurozona, frena vistosamente, auspicando una maggiore unità europea. In particolare Sen invita i paesi meridionali a chiedere un “New Deal” europeo: «Servirebbe una dichiarazione all’unisono di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e in generale di tutti i paesi vessati da vincoli di bilancio.

 

L’Unione europea deve lasciarsi alle spalle la controproducente austerità. E va adottato un grande programma di politica economica europea pro sviluppo».

CHRISTOPHER PISSARIDES – Nobel per l’economia nel 2010  insieme a Peter Diamond e Dale Mortensen, Pissarides in passato è stato un sostenitore della moneta unica, ma recentemente si è espresso a favore di un piano controllato per smantellare l’euro o, in alternativa, i membri più forti dovrebbero renderlo compatibile con la crescita e l’occupazione.

 

Pissarides però indica anche la possibilità di salvare l’euro attraverso un maggiore controllo della BCE sul sistema bancario e un comitato indipendente per il controllo delle politiche fiscali dei paesi membri, qualcosa che probabilmente suonerebbe come molto “nazieurista” alle orecchie dei noeuro, anche se va detto che contemporaneamente l’economista britannico-cipriota non condivide l’eccessiva austerità sin qui perseguita dall’Unione europea e propone, come molti altri, di escludere gli investimenti pro-crescita dal computo del deficit dei paesi membri.

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JAMES MIRRLEES – «Non dovreste stare nell’euro, ma uscirne adesso». Queste le parole di James Mirrlees, economista britannico insignito del Nobel nel 1996, in una conferenza dell’Università Ca’ Foscari di Venezia nel dicembre 2013.

 

Finalmente un premio Nobel che esplicitamente invita l’Italia a lasciare l’eurozona senza indugi. Peccato però che la premessa di Mirrlees sia ben poco rassicurante: «Non voglio suggerire politiche per mutare la situazione attuale e mi sento a disagio nel fare raccomandazioni altisonanti, perché non ho avuto il tempo di valutarne le conseguenze».

 

I NOBEL E LA POSIZIONE DI SALVINI – Riassumiamo. Dei sette Nobel preferiti dai noeuro made in Padania, due sono morti e quindi non possiamo sapere cosa direbbero qui e ora. Quattro non parlano di uscita dei paesi periferici, tra cui l’Italia, ma di varie soluzioni per salvare l’euro o, se proprio non si riesce a farlo, propendono per una qualche forma di superamento controllato, magari attraverso l’uscita della Germania, come suggerisce Stiglitz.

 

Solo uno, Mirrlees, propone l’immediato eurexit, però ammette candidamente di non aver studiato la questione. E Salvini? Il giovane segretario della Lega non sembra poi così avventato come potrebbe apparire a prima vista.

 

Al contrario, come i grandi economisti, si interroga e rifugge le soluzioni troppo drastiche: «Sull’uscita dalla moneta unica non abbiamo la bacchetta magica, non c’è niente di semplice – ammette responsabile il 17 dicembre scorso – l’alternativa possibile è un’Europa con due monete, attraverso una uscita concordata con Francia, Spagna, Grecia, i paesi più massacrati dai tedeschi. Lo dicono anche sei premi Nobel, basta cercare su Google Nobel, Euro, patacca». Ah, ecco…

La mezza patacca dei Premi Nobel che consigliano di uscire dall’Euro.

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