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Per caso qualcuno ha bisogno di un’altra riprova che abbiamo salutato con un entusiasmo eccessivo il vento di rinnovamento che saliva dalle piazze, “Se non ora quando?”, i comitati per i referendum e tutte le belle manifestazioni della società civile? Qualcuno crede ancora che quel vento ha spazzato via in pochi mesi un ventennio di caricatura berlusconiana della favola della coppia Thatcher-Reagan che raccontava del mercato senza società e dell’eccelleza dell’iniziativa privata rispetto all’inefficienzadel pubblico? No, sul serio, siamo convinti che il popolo si è risvegliato di colpo da quel sogno fasullo e si è ritrovato una coscienza immacolata tutta votata ai diritti civili, alla giustizia sociale, alla solidarietà e a tutti quegli splendidi ideali che costituiscono il riferimento ideologico della sinistra? Ci piace vincere facile, eh? E invece non è così facile, perché mentre si levano le legittime proteste contro la spending review che non può essere:

1) un’altra mazzata sui ceti deboli già stressati dalla crisi e da manovre che invece di essere anticicliche vanno invece pari pari nella stessa direzione della recessione;

2) la scusa per ridurre ulteriormente i margini di azione della pubblica amministrazione e renderla incapace di offrire servizi ai cittadini (la mossa successiva è: visto quanto è inefficiente il settore pubblico? Meglio affidare tutto al mercato);

dicevamo, quindi, che mentre pare, a sentire certe analisi, che il popolo è pronto ad ascoltare una nuova narrazione di sinistra (qualcuno che non si capisce bene chi frequenta azzarda pure l’ipotesi di un’imminente sollevazione popolare), un sondaggio lanciato dal Corriere della Sera dà questi poco entusiasmanti risultati: alla domanda “Raffaele Bonanni (Cisl): no ai tagli degli statali o sarà mobilitazione, a tappeto e in tutte le città. Condividete?” le risposte sono state impietose. L’83,8% ha detto NO. E ci potete scommettere che il sondaggio è veritiero: bastaandare a prendere un caffè al bar. Per la stragrande maggioranza degli Italiani il settore pubblico è ridondante, gli va data una bella sforbiciata, pensa che il settore pubblico sia solo un generatore di stipendi per fannulloni, non il cuore della convivenza civile e il collante della società. Ma continua a girare la favola della società civile che più civile non si può. Continua ad imperversare il mito della società civile che dovrebbe ricollegare i fili spezzati del rapporto tra politica ed elettorato. Continua a rimbombare il tormentone della società civile che sa interpretare il Paese, mentre i partiti no. Ma una domanda sorge spontanea: sicuro che i grandi analisti che imbrattano i giornali hanno presente la differenza tra società civile e popolo “profondo”? Sicuro che non attribuiscono a tutto il Paese i sentimenti di una sua frazione, cioè il ceto medio “riflessivo”? Abbiamo fatto caso che questa espressione, “ceto medio riflessivo”, è scomparsa dal frasario dei commentatori politici? Non è che questo oblio è strumentale, nel senso che si vuole oscurare la parzialità di questo blocco sociale ed enfatizzarne al contrario la sua rappresentatività?

No, perché io a questa favola della società civile così in sintonia con il popolo e con attestati professionali che le danno il titolo di insegnare ai partiti non ho mai creduto molto.

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