
Daniela Preziosi
07.06.2012
Sulla coalizione Bersani rallenta ancora. Ma nel pomeriggio Bindi e il presidente della Puglia si parlano: «Si deve accelerare il varo dell’alternativa»
La mattina la polemica di Nichi Vendola contro Bersani è durissima: «La vicenda delle nomine all’authority è una ferita che apre scenari problematici sul futuro della politica». E così il pomeriggio è la divina provvidenza a apparecchiare l’incontro pubblico fra il presidente della Puglia e la presidente dell’assemblea del Pd Rosy Bindi.
Davvero la provvidenza, o almeno una buona stella: i due si trovano in una libreria romana a discutere, da cattolico a cattolica, del bel libro di Gianni Di Santo sul «vangelo scomodo» di don Tonino Bello, vescovo della chiesa dell’impegno scomparso nel ’93 (e fra l’altro appassionato collaboratore del manifesto, come Vendola ricorda). Il titolo del libro, «La messa non è finita», non potrebbe essere più azzeccato per due alleati mai così vicini alla rottura.
Il fidanzamento non è ancora finito, quello fra Pd Sel e Idv, ma certo le preoccupazioni di casa vendoliana non sono state mai così forti; neanche nei momenti più bui dell’appoggio democratico al governo Monti.
La mattina Di Pietro lo dice alla sua pirotecnica maniera: «C’è una parte del Pd, quello dei gruppi di poteri, che si è calato le brache per mera connivenza e convenienza e che è uscita dalla foto di Vasto. Non so Bersani cosa voglia fare ma per noi al primo posto della coalizione va messo il programma per costruire un’alternativa riformista.
Noi stiamo dialogando con la società civile e altre forze politiche, se la dirigenza del Pd si mette fuori è una sua scelta». Una mezza minaccia di fare un quarto polo fuori dal Pd. Vendola sorveglia meglio toni, anche se nel merito è anche più pesante e pone un tema mai del tutto risolto nel Pd: «Questo non può essere un incidente, è una rottura rispetto ai propri codici di cultura democratica. Allora è stata una finzione l’indignazione espressa in questi anni sul conflitto d’interessi».
La vicenda delle nomine all’Agcom, dunque, non è un episodio spiacevole ma qualsiasi della vita parlamentare. Per di più capita alla vigilia della direzione del Pd, quella di domani mattina, in cui Bersani rimanderà ancora la definizione delle alleanze e dovrà comporre il conflitto interno sulle riforme. Oltre tutto, discutere della ‘fantariforma’ Pdl sarebbe un pessimo segnale per Sel e Idv . La «foto di Vasto» comunque resta congelata allo scatto dell’autunno scorso. Bersani per ora sceglie di occuparsi del consolidamento della sua posizione, forse mettendo nel piatto le primarie di partito, alle quali Vendola e Di Pietro non partecipano. Poi il leader Pd proverà ad aprire un confronto con la società civile. Ma appunto, riaggiornerà a più avanti il discorso con i due alleati. Sicuro che al momento del richiamo, in qualunque momento arrivi, loro risponderanno.
«Il Pd si sta avvitando pericolosamente», dice Gennaro Migliore, vendoliano doc. Ma altri dirigenti sono più espliciti: «Rispetto alla foto di Vasto, condizione insufficiente ma necessaria per vincere alle politiche, nessuno di noi ha un piano B. Neanche il Pd. Ma se Bersani continua a prendere tempo, rischiamo di trovarci separati di fatto, senza neanche essercelo detto». «Stavolta non faremo l’errore della Sinistra arcobaleno, che si lasciò scaricare dal Pd veltroniano parlando poi di ‘separazione consensuale’. Quell’elettorato che nel 2008 gli lasciammo prendere, stavolta lo chiameremmo esplicitamente a raccolta».
Nelle dichiarazioni, Sel invece è molto più prudente di Di Pietro, che allude a una rottura di una parte del Pd. L’ex pm sparge sale sulle ferite fresche dei democratici: lo strappo di Fassina e Orfini, che ipotizzano il voto ad ottobre, nella maggioranza bersaniana è assai meno isolato di quello che mediaticamente appare.
Vendola è più cauto. L’appello che rivolge a Bersani non è un «ultimatum», ma certo il tempo stringe. Così quando nel pomeriggio parla di don Tonino Bello, della sua scelta per gli ultimi, della legge per la cittadinanza ai figli degli stranieri nati in Italia che il governo Monti non farà, evita la polemica con chi quel governo sostiene, ovvero la sua vicina di sedia. Ma Bindi capisce l’antifona e risponde: «Se per tenere in vita un governo si deve rinunciare ai propri ideali e alla propria cultura», dice, «allora bisogna anticipare il futuro. Bisogna accelerare non le elezioni ma di sicuro la presentazione dell’alternativa». Chissà se lo ripeterà domani a via del Nazareno.
La vicenda delle nomine all’Agcom, dunque, non è un episodio spiacevole ma qualsiasi della vita parlamentare. Per di più capita alla vigilia della direzione del Pd, quella di domani mattina, in cui Bersani rimanderà ancora la definizione delle alleanze e dovrà comporre il conflitto interno sulle riforme. Oltre tutto, discutere della ‘fantariforma’ Pdl sarebbe un pessimo segnale per Sel e Idv . La «foto di Vasto» comunque resta congelata allo scatto dell’autunno scorso. Bersani per ora sceglie di occuparsi del consolidamento della sua posizione, forse mettendo nel piatto le primarie di partito, alle quali Vendola e Di Pietro non partecipano. Poi il leader Pd proverà ad aprire un confronto con la società civile. Ma appunto, riaggiornerà a più avanti il discorso con i due alleati. Sicuro che al momento del richiamo, in qualunque momento arrivi, loro risponderanno.
«Il Pd si sta avvitando pericolosamente», dice Gennaro Migliore, vendoliano doc. Ma altri dirigenti sono più espliciti: «Rispetto alla foto di Vasto, condizione insufficiente ma necessaria per vincere alle politiche, nessuno di noi ha un piano B. Neanche il Pd. Ma se Bersani continua a prendere tempo, rischiamo di trovarci separati di fatto, senza neanche essercelo detto». «Stavolta non faremo l’errore della Sinistra arcobaleno, che si lasciò scaricare dal Pd veltroniano parlando poi di ‘separazione consensuale’. Quell’elettorato che nel 2008 gli lasciammo prendere, stavolta lo chiameremmo esplicitamente a raccolta».
Nelle dichiarazioni, Sel invece è molto più prudente di Di Pietro, che allude a una rottura di una parte del Pd. L’ex pm sparge sale sulle ferite fresche dei democratici: lo strappo di Fassina e Orfini, che ipotizzano il voto ad ottobre, nella maggioranza bersaniana è assai meno isolato di quello che mediaticamente appare.
Vendola è più cauto. L’appello che rivolge a Bersani non è un «ultimatum», ma certo il tempo stringe. Così quando nel pomeriggio parla di don Tonino Bello, della sua scelta per gli ultimi, della legge per la cittadinanza ai figli degli stranieri nati in Italia che il governo Monti non farà, evita la polemica con chi quel governo sostiene, ovvero la sua vicina di sedia. Ma Bindi capisce l’antifona e risponde: «Se per tenere in vita un governo si deve rinunciare ai propri ideali e alla propria cultura», dice, «allora bisogna anticipare il futuro. Bisogna accelerare non le elezioni ma di sicuro la presentazione dell’alternativa». Chissà se lo ripeterà domani a via del Nazareno.
IL MANIFESTO – attualità – I timori di Sel e Idv dopo le nomine delle Authority: “il Pd si avvita”.







