Carta del lavoro: attualità di un progetto | Analisi | Rinascita.eu – Quotidiano di Sinistra Nazionale
immagine da web della redazione N.R.
di Stefano de Rosa
La Carta del Lavoro, di cui cade l’85° anniversario dell’emanazione, può essere considerata l’autentica chiave di volta dell’architettura sociale del Fascismo.
La Carta era composta di trenta articoli contenenti sia i principi dell’ordinamento corporativo, sia i riferimenti, il quadro normativo da indicare al legislatore. Dall’organizzazione dello Stato corporativo alla disciplina dei contratti di lavoro; dagli uffici di collocamento al capitolo riguardante la previdenza, l’assistenza, l’educazione, l’istruzione.
Queste le quattro parti di cui era costituita la Carta del Lavoro.
Un documento di innovazione, di avanguardia e, con riferimento alle tutele e alle garanzie contemplate, anche di preveggenza se si considera quanto sarebbe accaduto di lì a due anni e mezzo, il 24 ottobre del 1929 per la precisione, quando il famoso crollo della borsa newyorkese di Wall Street avrebbe proiettato – dagli Stati Uniti all’Europa – una devastante spirale di depressione, inflazione, disoccupazione e povertà spaventose, superate soltanto con l’adozione di coraggiose politiche di spesa pubblica anticiclica di ispirazione keynesiana a sostegno della domanda, fondendo, quindi, mirabilmente politica economica, politica sociale e politica del lavoro.
Tra gli articoli della Carta del Lavoro, su uno, in particolare, riteniamo opportuno soffermarci e formulare alcune considerazioni e qualche inevitabile confronto con l’attualità.
“Il lavoro sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato. Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale”. Non si tratta di un’astratta enunciazione di principi o, meno che mai, di una dichiarazione di intenti in calce ad un documento redatto al termine di una conferenza. Si tratta del disposto dell’art. 2 della Carta del Lavoro emanata il 21 aprile 1927 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno n. 100 il successivo 30 aprile. “Lavoro come dovere sociale”, “tutela dello Stato”, “benessere dei singoli”, “sviluppo della potenza nazionale”. In questi quattro elementi, in queste quattro parole d’ordine racchiuse in un solo articolo ruota il sistema di valori morali, nazionali, socio-economici, giuridici che dal mondo del lavoro si irradiavano all’intera comunità di intenti e di destini della Nazione.
Quanta differenza tra i principi sanciti in quella norma ed il tormentato quadro legislativo che regola la costruzione economica, sociale e politica dell’Italia di oggi.
Limitando lo sguardo agli ultimi mesi, la vicenda della lettera della Bce, la speculazione (non finanziaria sui tassi dei Btp, ma) politica sullo spread, la devastazione sociale perpetrata sulle pensioni, l’attacco ideologico all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il recepimento del pareggio di bilancio in Costituzione rappresentano altrettanti elementi che caratterizzano la politica di governi privi di potenza nazionale, sotto la tutela di poteri apolidi, che vilipendono il lavoro e attentano al benessere dei cittadini. L’esatto contrario dello spirito di socialismo nazionale che animò il Legislatore del 1927.
Ciò che deve costituire oggetto di approfondita riflessione ed accurata analisi è, allora, la consapevolezza che i prossimi anni vedranno accentuati i motivi di disagio e di frizione sociale se non si porranno in atto opzioni socio-economiche coraggiose, serie e di alto profilo. Di segno opposto, cioè, rispetto a quanto sta realizzando l’attuale governo ottemperando a premesse ideologiche di stampo liberista e di basso profilo politico.
La dissennata deregulation ed il pervicace allargamento delle frontiere del villaggio globale hanno permesso (e permetteranno sempre più) ad un capitalismo finanziario privo di scrupoli di perseverare sulla via delle delocalizzazioni industriali, sfruttando il lavoro minorile e femminile a costi irrilevanti nel Sud-Est del mondo. Il Nord-Ovest del pianeta continuerà, invece, a rincorrere i passati fasti borsistici a colpi di fusioni, esternalizzazioni, ristrutturazioni e piani industriali, calpestando diritti acquisiti e legittime aspettative di lavoratori, colpevoli soltanto di rappresentare una posta passiva di bilancio e non una ricchezza umana e professionale da tutelare e valorizzare all’interno delle realtà produttive.
La parziale elencazione delle principali storture liberal-capitaliste è, comunque, sufficiente a suggerire a chi è portatore ed interprete di istanze social-nazionali l’esigenza di stimolare il dibattito culturale, moltiplicare l’impegno politico ed intraprendere iniziative legislative – anche facendo riferimento alla Carta del Lavoro – per spostare il baricentro dei fattori concorrenti alla produzione, attualmente orientato in maniera sensibile a favore del capitale, verso una più equilibrata posizione in cui al lavoro venga riconosciuta la sua effettiva (e non solo nominale) centralità e dignità nel contesto sociale ed economico della Nazione.
Trenta articoli che, a dispetto della Storia, sono riusciti a trascendere i tragici eventi del ’43 e del ’45 se è vero che il contenuto di tanta parte della Carta del Lavoro è presente in maniera imbarazzante (per la Costituzione repubblicana del 1948) negli articoli 35 – 47 della Parte I, Titolo III. E nell’art. 1, primo comma, che pone a fondamento della Repubblica proprio il lavoro.
Aprile 1927 – aprile 2012. Un intervallo di ottantacinque anni che non hanno, però, minimamente intaccato il coraggio e l’audacia di un progetto ambizioso e, per quanto ci consta, ancora oggi attuale.
Per uno studio approfondito della legislazione socio-economica che contrassegnò un arco temporale di oltre venticinque anni – dalla Reggenza italiana del Carnaro (settembre 1919) ai decreti della Rsi dell’inverno 1945 – si consiglia il libro “La rivoluzione nella rivoluzione”, di Sergio Pisciotta, edito nel 1997 dal Settimo Sigillo.
La ricchezza di documenti ufficiali citati ed una minuziosa riproduzione di fonti normative e legislative riprodotte fedelmente in appendice permettono al lettore di percorrere agilmente l’itinerario storico-economico della sfida socializzatrice del quale il volume costituisce una accurata analisi.
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